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Doping e sanzioni per i tesserati

16 novembre 2018


Doping e sanzioni per i tesserati

> Cultura e società Pubblicato il 16 novembre 2018



Doping: l’aumento della prestazione attraverso l’utilizzo di sostanze proibite possono essere causa di problemi non soltanto verso le Federazioni, ma anche nel rapporto tra un atleta e la sua società di appartenenza. E se una sostanza proibita venisse assunta dall’atleta al di fuori dell’attività agonistica, o anche a scopo personale, è possibile ugualmente la sanzione da parte del club?

Indipendentemente dallo sport che si segue, con la gran mole di quattrini che ronzano intorno a squadre ed atleti, è ben prevedibile che chiunque voglia raggiungere il top. Non sempre però si è disposti a sacrificare anni di vita, ad allenarsi ogni giorno, si cerca quindi il famoso “mezzuccio” per implementare la propria prestazione e bruciare le tappe. Questo avviene anche e soprattutto perché spesso serve la grande prestazione per potersi “vendere meglio”. Da qui al “doparsi per vincere” il passo è breve, ma se in ambito dilettantistico la faccenda si risolve in una squalifica e un allontanamento dall’ambiente, quando si parla di professionisti il regime sanzionatorio è sicuramente pesante e importante. E col passare del tempo, visto il grande aumento degli sport di natura non-professionistica, di sicuro anche ai livelli più bassi potranno essere previste delle sanzioni particolari che scoraggino l’arte dell’ingiustizia. In questo articolo cercheremo di darti maggiori informazioni su doping e sanzioni per i tesserati.

Lance Armstrong e lo scandalo post vittoria

La chiarezza in uno sport come il ciclismo è tutto e chiunque abbia quanto meno accostato l’orecchio alle vicende degli uomini in bicicletta non può non aver sentito il nome di Lance Armstrong, capace di vincere 7 Tour de France, la corsa più ambita del panorama internazionale. Orbene quello che lasciava stupiti del ciclista americano era la sua capacità di non fare fatica lungo le ascese alpine e pirenaiche, dove sembrava quasi che il suo mezzo frenasse tanta era la facilità con cui la scalata procedeva.

Per anni talento e uomo ad aver sconfitto il cancro, solo dopo il ritiro sono state accertate le sue palesi irregolarità, con un sistema dopante che coinvolgeva lui e la squadra, la Us Postal, che ha fatto uso di doping ematico per poter ottenere quelle vittorie. Se la sanzione da parte della UCI è stata esemplare, con una squalifica a vita, parlandosi di un atleta che aveva comunque finito, per età anagrafica, il suo ciclo agonistico, la pronta risposta è arrivata anche da parte delle società che erano collegate ad Armstrong da contratti d’immagine. La Nike, alla pronuncia della sentenza di colpevolezza, ha immediatamente scaricato il ciclista che aveva sempre sostenuto, chiedendo anche un memorandum all’ex atleta in cui ad un qualsiasi accostamento tra il brand di abbigliamento e l’americano, sarebbero stati corrisposti dei danni economici a titolo di risarcimento. Ancor più eloquente è stato il trattamento che il corridore ha subito da parte di un’agenzia di broker assicurativi che doveva pagare un bonus vittoria alla Us Postal per ogni vittoria.

Con le revoca dei 7 tour de France, ad Armstrong è toccato compensare non solo la somma ricevuta, ma anche i danni e le perdite di opportunità che l’erogazione della somma avevano creato. La situazione descritta è relativa al ciclista americano permette di far luce sul mondo del ciclismo, dove i controlli vengono effettuati da ufficiali da corso su un gruppo di corridori estratti a caso. A questi, in ambiente sterile e alla presena di un secondo ufficiale che svolge il ruolo di testimone, viene fatto un prelievo sanguigno e controllato l’ematocrito, ossia la concentrazione di globuli rossi del sangue, che se superiore al parametro medio di un atleta – aggiornato anno per anno e differenziato a seconda della categoria – permette l’accertamento della presenza di EPO, CERA o altri anabolizzanti che quindi fanno ritenere il soggetto “dopato”.

Il controllo ha una risposta di qualche giorno e, se positivo, porta allo stop immediato del corridore dalle gare, fino a contro analisi che, qualora dovessero ripresentare tale dato, porterebbe alla squalifica vera a propria, da un minimo di 6 mesi a quella a vita, a seconda della sostanza e del suo quantitativo.

Altri sport: allontanamento, risoluzione contratto e decurtazione stipendio

Passando agli sport di squadra, l’atteggiamento alle nostre latitudini è abbastanza severo e, al contrario del ciclismo, immediatamente esecutivo. Al termine di una competizione sportiva riconosciuta, specie per quelle individuali, un tesserato, più o meno frequentemente, può essere sottoposto al famoso test delle urine.

Negli spogliatoi, di solito previo sorteggio di alcuni partecipanti alla gara (vedi il calcio), oppure, per le competizioni olimpiche o internazionali, per tutti gli atleti finalisti, viene prelevato all’atleta un campione di urine da parte di un ufficiale di gara, in ambiente sterile e dopo controllo di possibili manomissioni. L’atleta firma un documento dopo aver consegnato il flacone del controllo, attestando la data e l’ora dello stesso. Essendo un test che viene affidato ad un ufficiale mandato dalla Lega o dalla federazione, nonché essendo un controllo delle urine che è di abbastanza semplice analisi, la risposta medica sarà abbastanza veloce e, qualora dovessero ravvisarsi sostanze dopanti (nandrolone, ormone della crescita) l’atleta sarà subito sospeso e la gara messa sub judice. Ciò serve a fare una contro analisi del campione incriminato. Tale sospensione è di circa due settimane, ma può arrivare fino a un mese per espletare accertamenti più preganti.

Se anche il secondo test dovesse confermare la presenza della sostanza proibita, la sanzione potrebbe andare da un minimo di 6 mesi ad un massimo di 3 anni lontano dai campi. Arco temporale che potrebbe essere poi ridotto con appelli e gradi ulteriori di giudizio, specie se uscisse fuori una “giustifica” per la presenza di quella sostanza o se ci trovassimo in presenza di una sostanza stupefacente che non ha effetti dopanti sull’atleta. Discorso del genere è valido per il calcio e per il basket, ma ben può essere fatto anche per gli sport individuali, come il tennis e l’atletica leggera.

Come è ovvio che sia, anche la società che ha il cartellino del giocatore, nonché, per gli atleti più affermati, le compagnie che detengono i diritti d’immagine degli stessi, possono rivalersi economicamente e far valere il proprio peso per il danno subito. La prima cosa, per ciò che attiene alla squadra o all’ente che fornisce uno stipendio al tesserato (si pensi ai membri della nazionale di atletica leggera che di fatto sono dipendenti delle Forze statali), è sicuramente la sospensione dell’erogazione dello stipendio per il periodo che corrisponde alla sospensione in attesa dell’accertamento.

In alcuni casi la sanzione accessoria è quella dell’allontanamento del giocatore dalla squadra, fino ad arrivare alla risoluzione del contratto o – in alcuni casi – all’espulsione dall’Arma di appartenenza, laddove una clausola che vada a prevedere questa specifica situazione sia stata prevista o la mancanza da parte del giocatore sia una responsabilità di tipo professionale.

Quando invece si parla di un testimonial di una marca di abbigliamento o altro, specie che abbia visibilità televisiva, la società può chiedere, avvenuta la sentenza di colpevolezza, la risoluzione automatica del contratto di sfruttamento dei diritti d’immagine, al fine di non associare il proprio marchio ad un soggetto sgradito. Famoso in tal senso il caso Sharapova/Nike, con la tennista che è stata letteralmente scaricata nel giro di pochissimo tempo da tutti i suoi sponsor, gli stessi che in precedenza l’avevano resa l’atleta donna più pagata al mondo. Se guardiamo al mondo USA, bisogna ragionare con le dovute attenzioni, dal momento che la NBA, la NFL e la MLB sono associazioni riconosciute più simile a veri e propri stati che non delle federazioni.

Tutte e tre vietano espressamente il doping e il consumo di sostante stupefacenti in genere, hanno il pugno di ferro con chi si fa pizzicare.

Pensate a Sammy Sosa, uno dei più famosi battitori di baseball della storia, che viene pizzicato usare una mazza di alluminio – cosa vietata dal regolamento e considerata alla stregua del doping ematico – proprio mentre batte un record. Radiazione a vita dai campi a forma di diamante, rifusione di danni alla lega, che aveva usato il personaggio come esempio per i giovani, e qualsiasi traccia di lui cancellata dagli annali di storia. Peggio di un ergastolo.

Più lievi le sanzioni per chi venisse pizzicato magari con cannabinoidi e/o cocaina nelle urine. Sospensioni più o meno brevi, multe di svariate migliaia di dollari, obbligo di fare programmi terapeutici e di partecipare ad eventi di fondazione benefiche, nonché cessione di parte dello stipendio a persone con problemi di varia natura. Per quello che attiene agli sponsor, le grandi aziende americane strappano spesso i contratti dalla sera alla mattina.

La particolarità degli sport americani è che il concetto del “giocare pulito” è talmente connaturato alla società americana che i controlli sono effettuati non dopo ogni partita ma con una frequenza mensile. Il campione di giocatori tracciati è elevato e le sospensioni e le multe sono più brevi ma numerose, quasi all’ordine del giorno. E’ il modo con il mondo americano cerca di contrapporsi alla società.

Consumo di sostanza stupefacente per fine personale: quali conseguenze?

Benché il consumo di stupefacenti sia vietato da buona parte degli ordinamenti nazionali, al di là delle sostanze che alterano la parità della disciplina sportiva, non è così peregrina l’ipotesi in cui un atleta non si dopi col fine di migliorarsi, ma faccia uso di sostanze che, pur non essendo dopanti, sono comunque vietate da qualsiasi regolamento. In casi come questi, e ci riferiamo specie alla cannabis (e simili) e alla cocaina, cosa può succedere al “consumatore”? Innanzitutto, se dal punto di vista sportivo, l’esame per l’accertamento e le sanzioni sono le stesse sopra descritte, è il piano personale che deve essere analizzato.

Quando una società detiene i diritti su un giocatore, non si riferisce allo stesso solo per quello che fa sul campo, ma anche per l’immagine che lo stesso deve dare di sé fuori dal campo. Questo non solo per l’uso di sostanze stupefacenti, ma anche e soprattutto per altre situazioni che si riferiscono a scandali sessuali, di razzismo e quant’altro. Situazioni differenti che vengono giustamente parificate in linea teorica, ma non nella pratica.

I casi di Adrian Mutu, Colin Kaepernick e – da ultimo – quello relativo a Cristiano Ronaldo, possono darci un’idea. Mutu è un calciatore rumeno che aveva raggiunto una valutazione anche sui 30 milioni di euro, con trasferimenti vari in Italia e – tra le altre – un’esperienza al Chelsea. Durante la permanenza a Londra, il calciatore venne beccato in un party in cui c’era in circolo tanta cocaina, anche nelle vene del giocatore così come poi accertato. Da qui era nata una vicenda giudiziaria che si è trascinata fino alla Corte di Strasburgo sull’obbligo – a carico del calciatore – di rifondere il Chelsea per il mancato utilizzo dovuto a causa a lui imputabile, per cui gli era stata imposta una multa mai pagata.

La Corte, dopo attenta analisi, ha ritenuto il calciatore responsabile e lo ha costretto a pagare un conto salatissimo di svariate migliaia di euro, rigettando le eccezioni proposte sul carattere “personale” della condotta vietata. Per il caso Kaepernick che ancora è in fase di giudizio, è stato singolare il comportamento delle parti chiamate in causa. Kaepernick era uno dei migliori quarterback NFL, simbolo dei San Francisco 49ers, che in risposta al razzismo dilagante negli States, connesso ad eventi di violenza, aveva deciso di “non onorare” l’inno americano, rimanendo in ginocchio.

Da qui un caso che ha visto il ragazzo immediatamente tagliato dalla squadra di cui era il leader e non tesserato da nessun altro team. Stranissimo invece il caso della Nike, che come abbiamo avuto modo di vedere non è di larghe vedute, che però stavolta è rimasta vicino al ragazzo, che, pur ancora libero da ingaggi, è diventato il simbolo della campagna pubblicitaria di questa annata. Da ultimo il caso di Cristiano Ronaldo e del presunto stupro risalente a 10 anni fa a Las Vegas. Una vicenda che farà chiacchierare e non poco, visto che il ragazzo portoghese ha tantissimo dalle aziende di cui è il testimonial.

Paradossale che in Europa si stia dando poco credito a queste voci, ritenute non verosimili, mentre la solita Nike, dall’altro lato dell’Oceano, nonché la EA Sport – azienda di videogiochi che ha messo CR7 sulla copertina di Fifa 19 – abbiano già mandato una sorta di monito sul fatto che un comportamento del genere sia contrario ai principi etici che appartengono a queste aziende.

E’ possibile il ritorno alle gare? 

Scontata la squalifica, a meno che non sia intervenuta la radiazione a vita, è possibile ritornare alle gare, nonostante il sicuro occhio di riguardo che le autorità avranno nei confronti di chi in passato è stato pizzicato. Un ulteriore campione ematico o delle urine, che dovesse poi essere nuovamente trovato positivo, porterebbe a una squalifica a vita da parte della federazione, senza possibilità di appello o grazia.


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