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Picchiare un cane per educarlo: si può?

10 ottobre 2018


Picchiare un cane per educarlo: si può?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 ottobre 2018



Maltrattamento animale: quando l’addestramento eccede il limite e diventa reato.

Ti sarà di certo capitato di vedere qualche genitore usare le maniere dure nei confronti dei propri figli: una sgridata, un castigo o anche una sberla per aver disobbedito lasciano sempre il segno in chi è spettatore. Se sei sensibile ai diritti dei bambini, avrai storto il naso e, probabilmente, in cuor tuo, avrai criticato la madre o il padre dalla mano pesante. Non abbiamo però la stessa sensibilità quando le punizioni corporali vengono inflitte nei confronti degli animali. E questo perché siamo ancora influenzati da un’epoca in cui le “bestie” venivano usate come oggetti e strumenti dell’uomo. La stessa legge, nel momento in cui è chiamata a definire un cane o un gatto, li fa rientrare tra le “cose” e non tra le persone. Non esiste, insomma, una categoria intermedia tra gli esseri umani e le pietre. Ed in questo, dobbiamo ammetterlo, la tanto sbandierata sensibilità per il mondo faunistico è ancora alla preistoria. Ciò nonostante, e per fortuna, quando si supera il limite interviene il codice penale [1]: picchiare un cane per motivi futili o per spirito di crudeltà è reato di «maltrattamento degli animali» per il quale scatta la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. Ma che succede quando le percosse sono inflitte solo per addestrare il quadrupede proprio al pari del genitore che, nell’insegnare l’educazione al figlio, eccede tuttavia dai poteri di correzione che la legge gli concede? Si può picchiare un cane per educarlo? La risposta è stata data dalla Cassazione qualche giorno fa [2]. La pronuncia affronta anche un altro delicato problema: si può sottrarre l’animale al proprio padrone quando questi dimostra scarsa sensibilità? Ecco cosa ha detto la Corte a riguardo.

Solo le sevizie, al momento, sono vietate dalla legge. Ma con questo termine ci si riferisce anche a tutte le condotte volte a far vivere il cane in condizioni contrarie alla sua specie, in situazioni igieniche precarie o di malnutrizione. Si può insomma far male al proprio fido compagno senza bisogno di toccarlo, con l’indifferenza e l’abbandono. Il cane costretto a vivere nei propri escrementi (il che crea un problema anche per il circondario) o che non viene alimentato (il che lo rende pericoloso per la gente attorno) non soffre meno di un animale picchiato a sangue. E siccome la Cassazione – che, in questo, è arrivata ben oltre il legislatore – ha detto che gli animali sono esseri senzienti, ossia che provano dolore (non solo quello fisico, ma anche quello nell’animo come in caso di solitudine), allora è possibile incriminare il padrone colpevole di percosse educative.

Nel caso di specie un uomo aveva colpito il proprio cane con calci e pugni e, non soddisfatto, lo aveva anche ferito con una cintura. La bestia è allora il padrone e non l’animale: inevitabile la condanna per il reato di maltrattamento di animali. Ed è anche logico – a detta dei giudici supremi – salvaguardare il quadrupede disponendone il sequestro preventivo per sottrarlo al suo aguzzino. I giudici avvalorano la possibilità di sottrarre il cane al suo padrone quando questi non si dimostra degno di gestirlo e di amarlo.

Una simile conclusione era stata raggiunta con riferimento anche al cane lasciato solo diverse ore al giorno dal padrone costretto ad assentarsi per lavoro. Lo schiamazzo dell’animale, innervosito dall’assenza dell’uomo, aveva infastidito i vicini che avevano denunciato il disturbo della quiete pubblica alle forze dell’ordine. Anche in quel caso i giudici hanno disposto il sequestro del cane. Peri i giudici della Cassazione si tratta di una misura necessaria per tutelare lo stesso quadrupede.

Smentita completamente, invece, la decisione presa dal tribunale, che aveva revocato il sequestro del cane, osservando che «le percosse erano state inflitte non a titolo gratuito, bensì a scopo educativo», peraltro «non lasciando tracce visibili sul corpo dell’animale». «Non si possono giustificare le sevizie» subite dal cane neanche per «presunti scopi educativi».


note

[1] Art. 544ter cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 44554/18 del 5.10.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, ordinanza 19 aprile – 5 ottobre 2018, n. 44554

Presidente Cavallo – Relatore Ciriello

Ritenuto in fatto

1. Con decreto emesso in data 17.11.2017, il GT. P. presso il Tribunale di Cosenza ha disposto n sequestro preventivo del cane di proprietà di D.F. , indagato in ordine di reato di cui all’art. 594 ter cod. pen., poiché sottoponeva a sevizie lo stesso colpendolo ripetutamente con calci, pugni e con una cintura. Contro il disposto sequestro ha proposto istanza di riesame il difensore dell’indagato, chiedendone la revoca.

2. Con ordinanza emessa in data 06.12.2017, il Tribunale per il Riesame di Cosenza ha annullato il decreto di sequestro preventivo, ritenendo assenti i presupposti del reato, giacche lo per cosse sarebbero state inflitte non a titolo gratuito bensì a scopo educativo e non avrebbero lasciato tracce visibili sul corpo dell’animale.

3. Avverso tale ardi nanna ha proposto ricorso per Cassazione il Pubblico Ministero, chiedendone l’annullamento.

Il PM demente ha dedotto il vizio di violazione di legge, in relazione all’art. 544 ter cod. pen., in cui sarebbe ricorso il giudice territoriale, poiché la norma citata incrimina diversi comportamenti, tra i quali, in particolare, il cagionare urla lesione all’animale oppure il sottoporlo a sevizie, in assenza di lesioni, precisando che quest’ultima condotta doveva essere ritenuta oggetto di contestazione nel caso di specie.

In tale prospettiva, avrebbe errato il giudice di merito nel valorizzare, per escludere il reato, la mancanza di crudeltà di necessità, trattandosi di profili rilevanti solo con riferimento alla diversa condotta di lesioni; inoltre l’art. 544 ter c.p., con riferimento alla condotta di sottoposizione a sevizie, non richiede neppure che i crudeli maltrattamenti abbiano lasciato segni visibili sul corpo dell’animale.

Considerato in diritto

4- Il ricorso è fondato.

Come è (Ndr: testo originale non comprensibile) ter cod. pen. è una fattispecie penale a forma libera, qualificabile quale “norma a più fattispecie, con modalità diverse di concretizzazione dell’offesa al bene giuridico, la cui eventuale plurima realizzazione configura comunque un solo reato (Sez. 3, n. 39159 del 27/03/2014 – dep. 24/09/2014, Muccini, Rv. 26029501).

In particolare il primo comma differenzia la condotta di aver cagionato all’animale una “lesione” (Ndr: testo originale non comprensibile) senza di necessità, dalla condotta di sottoposizione dell’animale a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche.

Questa (Ndr: testo originale non comprensibile) chiarito, per quanto qui rileva, che il requisito della crudeltà e (Ndr: testo originale non comprensibile) previsto per la sola ipotesi della condotta che cagiona “lesioni”, e non (Ndr: testo originale non comprensibile) descritte nel primo comma dell’art. 544 ter (in termini Sez. 3, n. 32837 del 27/06/ (Ndr: testo originale non comprensibile) n. 29/07/2013, Prota e altro, Rv. 25591101).

Tale (Ndr: testo originale non comprensibile) anche dai lavori preparatori tale riforma), che ha inteso (Ndr: testo originale non comprensibile) prevista, incriminando, quali delitti, condotte di maltrattamento (Ndr: testo originale non comprensibile) talune delle quali già contemplate della contravvenzione di cui all’art. (Ndr: testo originale non comprensibile) anch’essa di riformulazione (risultando non condivisibile (Ndr: testo originale non comprensibile) giudice di merito, ch condurrebbe ad una inammissibile (Ndr: testo originale non comprensibile) rispetto al regime di cui al previgente art. 727 cod. pen., quanto (Ndr: testo originale non comprensibile) sottoposizione dell’animale a fatiche insopportabili).

In tale prospettiva, a fronte della contestazione provvisoria in atti, con la quale risulta contestato al ricorrente il reato con riferimento alla condotta di sevizie, cui l’animale è stato sottoposto, senza che si siano prodotte lesioni (come risulta pacifico dalla lettura del provvedimento impugnato, ove, a pag. 3 ove si escludono lesioni conseguenti alla percosse, in quanto il cane presentava solo una micosi) deve ritenersi fondato il ricorso del Pubblico Ministero.

4.1 Ed infatti il Giudice del riesame non ha fornito una corretta applicazione dei principi giurisprudenziali citati, escludendo il fumus del reato a fronte di una errata interpretazione delle norme di diritto, giustificando le sevizie (consistenti nell’aver colpito l’animale ripetutamente con calci, pugni, con una cintura e persino lanciandolo contro i muri) con presunti scopi educativi, e cioè rifacendosi ad una regione giustificativa che non risulta idonea ad escludere la condotta contestata, che, come visto, assume rilevanza solo con riguardo alla fattispecie delle lesioni.

L’annullamento dell’ordinanza impugnata è pronunciato con rinvio, per un nuovo esame, al Tribunale di Cosenza.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Cosenza, sezione riesame.


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