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Lavoro durante malattia: possono licenziarmi?

12 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 ottobre 2018



Se il dipendente viene sorpreso a svolgere un’attività lavorativa durante la malattia può essere licenziato?

Ti sei ripreso prima del previsto da una brutta influenza e vuoi tornare al lavoro in anticipo? In questo caso, devi sapere che puoi farlo soltanto se il tuo medico modifica la prognosi, cioè le giornate di assenza per malattia assegnate, nel certificato medico telematico inviato all’Inps, oppure se ti rilascia un certificato di guarigione. Se rientri al lavoro quando ufficialmente sei ancora in malattia, sia tu che il tuo datore di lavoro potreste incorrere in gravi sanzioni. Come dici? Non vuoi rientrare in azienda, ma vuoi approfittare delle giornate di malattia per dare una mano nell’attività di famiglia? Mi stai chiedendo se per il lavoro durante malattia possono licenziarmi? Fai attenzione: anche se la giurisprudenza, sul punto, ha espresso pareri contrastanti, la possibilità di subire un licenziamento è molto alta. Il datore di lavoro, ad esempio, potrebbe affermare che il tuo stato di malattia è falso, o che l’attività lavorativa pregiudichi la tua guarigione. Ma procediamo per ordine.

Dipendente che svolge un altro lavoro durante la malattia

Se il dipendente svolge un’altra attività lavorativa durante la malattia e il lavoro svolto è compatibile con la convalescenza, non pregiudicando i tempi di guarigione, il datore di lavoro non può licenziarlo: è quanto chiarito da una recente sentenza della Cassazione [1], secondo la quale non si violano i doveri di correttezza e buona fede se l’attività non comporta il posticipo del rientro in azienda.

Se, invece, l’attività è tale da pregiudicare lo stato di salute, comportando il ritardo nella guarigione, il datore di lavoro può irrogare una sanzione disciplinare al dipendente, sino al licenziamento nei casi più gravi [2]. Ovviamente lo stesso vale nei casi in cui lo stato di malattia sia soltanto simulato.

Per evitare il licenziamento, il lavoratore deve dimostrare la compatibilità tra l’attività extra e la malattia, oltre all’impossibilità che l’attività pregiudichi il recupero delle energie psico-fisiche. Inoltre, secondo la Suprema Corte, non è sufficiente che l’attività, in concreto, non abbia pregiudicato la ripresa, ma si chiede invece al dipendente di adottare tutte le cautele necessarie per scongiurare una prosecuzione della malattia.

Rientro al lavoro durante la malattia

Se invece il dipendente non vuole svolgere un’attività extralavorativa durante i giorni di malattia assegnati, ma vuole rientrare anticipatamente in azienda, la situazione è differente. Non ci sono problemi se il lavoratore rientra in azienda munito di un certificato di guarigione. Se, però, rientra dalla malattia senza il certificato di guarigione, e il datore di lavoro lo accetta, il dipendente non può essere licenziato: il datore di lavoro può, però, subire delle sanzioni per non aver tutelato l’integrità fisica del lavoratore. Il dipendente, invece, perde l’indennità di malattia.

Quando, difatti, dall’assenza alla visita fiscale emerge che il lavoratore non ha comunicato la ripresa anticipata dell’attività lavorativa, o l’ha comunicata tardivamente (dopo la ripresa dell’attività stessa), gli vengono comminate le sanzioni già previste per i casi di assenza ingiustificata alla visita fiscale; in parole semplici, il dipendente perde:

  • il 100% dell’indennità per massimo 10 giorni, in caso di 1° assenza;
  • il 50% dell’indennità nel restante periodo di malattia, in caso di 2° assenza;
  • il 100% dell’indennità dalla data della 3° assenza.

La sanzione viene irrogata al massimo fino al giorno precedente la ripresa dell’attività lavorativa, considerando tale ripresa come una dichiarazione “di fatto” della fine prognosi (avvenuta nella giornata immediatamente precedente) dell’evento certificato.

Se il lavoratore che ha ripreso l’attività non è reperibile al proprio domicilio per la visita fiscale, viene invitato alla visita ambulatoriale: in questo caso, deve produrre comunque una dichiarazione che attesti la ripresa dell’attività lavorativa.

Sanzioni per il datore che fa lavorare il dipendente in malattia

In presenza di un certificato di malattia con prognosi ancora in corso, il datore di lavoro non può consentire al lavoratore la ripresa dell’attività lavorativa, secondo la normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro. Il codice civile [3], infatti, obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure  necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori, mentre il Testo unico sulla sicurezza [4] obbliga il lavoratore a prendersi cura della propria salute e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro e fornisce una lunga serie di prescrizioni ai datori di lavoro, differenti a seconda delle mansioni svolte.

Questo è quanto chiarito da una recente circolare dell’Inps sull’argomento [5]: l’Inps, però, non spiega quali siano le sanzioni applicabili nello specifico al datore di lavoro. Si ritiene dunque che queste vadano valutate caso per caso, sulla base del Testo unico sulla sicurezza, a seconda del rischio a cui è esposto il lavoratore malato che svolge comunque attività e del rischio al quale sono esposte le persone che potrebbero avere ripercussioni negative dall’attività stessa (si pensi all’autista che guida con la febbre alta, che potrebbe causare facilmente un incidente stradale).

note

[1] Cass. sent. n. 21667 del 19 settembre 2017

[2] Cass. sent. n. 6047/2018.

[3] Art. 2087 Cod.civ.

[4] Art. 20 D.lgs. n. 81/2008.

[5] Inps Circ. n. 79/2017.

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