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Se muore la parte in causa il processo si interrompe?

12 ottobre 2018


Se muore la parte in causa il processo si interrompe?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 ottobre 2018



Cause di interruzione del giudizio: il decesso dell’attore o del convenuto comporta per l’avvocato l’obbligo di dichiarare l’evento con conseguente riassunzione della causa?

Che le cause durino a lungo non è un segreto. Succede così, non poche volte, che i fascicoli siano più longevi dei loro materiali attori della vita quotidiana. Detto in parole povere può avvenire che, quando ancora il processo è in corso, una delle parti in giudizio muoia. E con la morte, come noto, tutti i rapporti in essere del defunto passano agli eredi, ivi comprese le cause pendenti. L’erede però, se ben può accertarsi dell’esistenza di un’ipoteca sulla casa, di un debito con l’Agenzia delle Entrate, di un finanziamento da estinguere con la banca, potrebbe non sapere dell’esistenza di una causa intrapresa dal suo parente prima di passare a miglior vita. Chi lo tutela? Allo stesso modo non è detto che il suo avvocato glielo comunichi (anche questi del resto, dal canto suo, potrebbe non sapere della morte del proprio cliente). Sorge allora spontaneo chiedersi: se muore la parte in causa, il processo si interrompe? Cosa deve fare il difensore e cosa succede se  non riferisce al giudice il decesso del proprio assistito? Di tanto si è occupata un’ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa [1].

La Corte è intervenuta su un argomento che spesso genera confusione anche tra gli stessi tecnici del diritto: le cause di interruzione del processo civile e le conseguenze della morte della parte. Nel seguente articolo, commentando la decisione della Corte appena richiamata, cercheremo di spiegare quali sono gli effetti sugli eredi e gli obblighi dell’avvocato in ipotesi di tale tipo; chiariremo cosa avviene se il legale non dichiara la morte del proprio cliente e quali sono gli effetti della sentenza sugli eredi, rimasti all’oscuro dell’esistenza di un processo. Ma procediamo con ordine.

Morte della parte prima della costituzione in giudizio

Se l’assistito muore dopo aver firmato il mandato al proprio avvocato ma prima della sua costituzione in giudizio (la quale avviene con il deposito del fascicolo in cancelleria o in udienza davanti al giudice), il processo è interrotto, salvo che gli eredi si costituiscano spontaneamente, oppure l’altra parte li citi in riassunzione (in altre parole deve notificare, tramite ufficiale giudiziario, un invito a costituirsi).

Morte della parte dopo la costituzione in giudizio

Se invece la morte si verifica dopo che la parte si è costituita a mezzo del suo avvocato, questi è tenuto a dichiararlo in udienza o lo notifica alle altre parti [2]: il processo è interrotto dal momento di tale dichiarazione o notificazione, salvo che avvenga la costituzione volontaria o la citazione in riassunzione. Vedremo a breve che succede se, invece, l’avvocato non comunica la morte del proprio cliente e il processo dovesse proseguire.

Morte della parte contumace dopo l’inizio del processo

Vediamo ora che succede se muore una delle parti che, pur citata in causa, ha deciso di non costituirsi e rimanere contumace. In tal caso il processo viene interrotto dal momento in cui la morte è documentata dall’altra parte o è notificata o è certificata dall’ufficiale giudiziario nella relazione di notificazione di uno dei provvedimenti che devono essere notificati al contumace.

Morte della parte dopo la precisazione delle conclusioni o la discussione

Se la morte avviene dopo la precisazione delle conclusioni o dopo la chiusura della discussione davanti al collegio, il processo non si interrompe. Dunque il decesso  non produce effetti a meno che il giudice ritenga di dover riaprire la fase istruttoria della causa.

Morte della parte prima della notifica della citazione

Immaginiamo ora il caso in cui una persona firmi il mandato all’avvocato ma muoia poco dopo, prima che questi notifichi la citazione alla controparte. In tale ipotesi la procura al difensore è priva di effetto. Per cui, se anche il legale dovesse comunque notificare l’atto, il processo non produrrebbe effetti nei confronti degli eredi, con la conseguente nullità di tutti gli atti successivi.

Morte della parte dopo la notifica della sentenza di primo grado

C’è infine il caso di chi muore poco dopo la fine della causa, dopo che l’avversario gli ha notificato la sentenza. Come noto, dalla notifica della sentenza decorrono 30 giorni per fare appello o, per le cause di secondo grado, 60 giorni per ricorrere in Cassazione. Che succede al decorso del termine. La legge stabilisce che la morte della parte dopo la notifica della sentenza, determina l’interruzione del termine breve per impugnare la sentenza [3] e se viene rinnovata la notifica presso il successore il nuovo termine per impugnare ricomincia a decorrere dal giorno della rinnovazione, se non è rinnovata la notifica il termine lungo per impugnare (sei mesi dal deposito della sentenza) decorre dalla data di pubblicazione della sentenza [4]. 

Che succede se l’avvocato non dichiara la morte del proprio cliente?

Immaginiamo ora che, nel corso del processo, muoia una delle parti ma il suo avvocato non lo dichiari al giudice. Il processo a questo punto non si interrompe ma prosegue regolarmente, come se nulla fosse. Neanche gli eredi vengono a sapere dell’esistenza del giudizio di cui conoscono l’esito solo perché informati dopo l’uscita della sentenza. Magari si tratta di una condanna. Avendo perso la causa e non essendo stati messi al corrente prima, si chiedono se sono tenuti a pagare o se piuttosto possono opporsi all’esecuzione forzata. Ecco qual è la corretta risposta.

L’avvocato è obbligato a comunicare la morte del proprio cliente al giudice affinché questi interrompa il processo e gli atti processuali vengano notificati agli eredi; in tal mo modo questi ultimi possono compiere una scelta consapevole e decidere se costituirsi o meno, se confermare il mandato al precedente difensore, eventualmente trovare un accordo con l’avversario per evitare il rischio del giudizio. Ma se l’avvocato non comunica la causa di interruzione del giudizio, il processo prosegue ugualmente e il suo mandato si considera comunque valido. La controparte non può quindi subire un pregiudizio dal fatto che il suo avversario sia morto né è tenuta a controllare i registri anagrafici per sapere se è ancora in vita. 

Dunque, il processo svolto dopo la morte di una delle due parti è ugualmente valido e ha effetti per gli eredi che ne sono tuttavia rimasti all’oscuro [5]. 

Tale situazione è modificabile se, nella fase di impugnazione, si costituiscono gli eredi della parte defunta o il rappresentante legale di quella divenuta incapace o se il suo procuratore, munito di procura alla lite valida anche per gli ulteriori gradi del processo, dichiari in udienza o notifichi alle altre parti l’evento o se, rimasta la medesima parte contumace, esso sia documentato dall’altra parte o notificato o certificato dall’ufficiale giudiziario.

Effetti del processo o della sentenza solo sugli eredi

Spesso non si pone la dovuta attenzione al fatto che la sentenza può avere effetto solo sugli eredi, ossia su coloro che hanno materialmente e definitivamente accettato l’eredità. Prima di questo momento, non si può né citare in giudizio né chiedere l’adempimento a un soggetto che, pur potenzialmente erede, non ha ancora effettuato questa scelta (il cosiddetto chiamato all’eredità).

Quindi, l’attore che intende citare gli eredi deve prima verificare quali soggetti di questi hanno già accettato l’eredità non potendo invece citare in causa i semplici “chiamati all’eredità”.

Se la morte viene dichiarata al giudice

Analizziamo ora il caso in cui l’avvocato, correttamente, dichiari al giudice la morte del proprio cliente. In tal caso il giudice emette un’ordinanza con cui interrompe la causa. Durante questo tempo, chi delle due parti è interessato alla prosecuzione del processo deve notificare un atto processuale all’avversario con invito a costituirsi di nuovo. Così ad esempio tale atto andrà notificato agli eredi della parte defunta. Tale invito va notificato entro il termine perentorio di 3 mesi dall’interruzione. Altrimenti il processo si estingue [6]. l termine decorre dalla data della dichiarazione o della notificazione dell’evento alle altre parti ossia dalla cosiddetta “conoscenza legale” dell’interruzione. Al termine si applica la sospensione feriale dei termini processuali.

note

[1] Cass. ord. n. 24845/2018 del 8.10.2018.

[2] Art. 300 co. 1 cod. proc. civ.

[3] Art. 328 cod. proc. civ.

[4] Cass. 22 ottobre 2008 n. 25583.

[5] La Suprema Corte ha sottolineato che in caso di morte o di perdita di capacità della parte costituita a mezzo di rappresentante, è onere del procuratore stesso notificare la sussistenza dell’evento intercorso al suo cliente. In assenza di detta comunicazione, sussiste la regola dell’ultrattività del mandato del difensore, il quale, continua a rappresentare la parte trascurando la realizzazione dell’evento intercorso.

L’ultrattività del mandato può essere interrotta, in questo caso, solo se nel giudizio di impugnazione gli eredi o il rappresentante legale della parte deceduta si costituiscano, ossia il difensore, già munito di procura alla lite idonea alla prosecuzione dei successivi gradi di giudizio susseguenti la perdita della parte, dichiari in udienza l’evento documentato dall’altra parte, notificato o certificato dall’Ufficiale Giudiziario.

[6] Art. 305 cod. proc. civ.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 28 giugno – 9 ottobre 2018, n. 24845

Presidente Bronzini – Relatore Lorito

Rilevato che

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza resa pubblica il 12/7/2013, dichiarava inammissibile l’appello proposto dalla Cooperativa Pagine Sannite s.r.l. nei confronti di L.C. avverso la sentenza resa inter partes dal Tribunale di Benevento, con la quale era stata accolta la domanda del lavoratore intesa all’accertamento dell’intercorrenza di un rapporto di lavoro giornalistico di natura subordinata, ed alla condanna della parte datoriale al pagamento di differenze retributive.

A fondamento del decisum la Corte territoriale, dato atto che l’appellato era deceduto in data 3/9/2012, successivamente al deposito della sentenza di primo grado – secondo la certificazione prodotta dal procuratore di L.C. all’udienza di discussione – argomentava che la notifica del gravame era stata indirizzata e perfezionata il 5/10/2012 presso il difensore della parte appellata; ma detta notifica, secondo un condiviso orientamento espresso dalla Suprema Corte, era affetta da nullità radicale, insanabile con la rinnovazione ex art. 291 c.p.c.. L’eccezionale deroga introdotta dall’art. 300 c.p.c., che consentiva la prosecuzione del giudizio nei confronti della parte deceduta se il suo procuratore non dichiarava o notificava l’evento, non poteva essere ritenuta operante indefinitamente, anche nell’eventuale grado successivo del giudizio in cui si dà luogo ad un nuovo rapporto processuale ulteriore e distinto, pur se collegato a quello ormai esaurito.

Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione la società Cooperativa Pagine Sannite s.r.l. affidato a due motivi.

La parte intimata non ha svolto attività difensiva.

Considerato che:

1.Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 299 e 300 c.p.c. nonché dell’art. 359 c.p.c..

Si deduce che, sebbene la notifica del gravame sia avvenuta dopo il decesso della parte appellata, dunque, durante il processo di secondo grado, il processo andava interrotto ai sensi degli artt. 299 – 300 c.p.c.. L’evento interruttivo era infatti intervenuto prima della costituzione, ovvero prima del termine per la costituzione dell’appellato, nei confronti della parte che era regolarmente costituita sia in primo grado che nel procedimento di sospensione della sentenza impugnata, a mezzo di procuratore (1/4/2010), il quale ne aveva fatto dichiarazione solo all’udienza di discussione del 27/6/2013.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 291 e 160 c.p.c. nonché dell’art. 330 e 345 c.p.c. e dell’art. 24 Cost..

Censura la statuizione con la quale la Corte di merito si è richiamata ad un orientamento giurisprudenziale per il quale sarebbe inapplicabile l’art. 291 c.p.c. ove l’impugnazione venga notificata al soggetto defunto ed indipendentemente dalla eventuale ignoranza dell’evento da parte del notificante. Deduce che tali approdi sarebbero stati superati da successivi arresti di questa Corte di legittimità secondo i quali la notifica indirizzata presso il procuratore di una società che dopo l’udienza di discussione si sia estinta, è valida anche se l’impugnante non abbia avuto notizia dell’evento.

Critica la sentenza impugnata per aver ritenuto che la società, facendo uso della media diligenza, avrebbe potuto facilmente attivarsi presso gli uffici anagrafici onde acquisire conoscenza della persistenza in vita della controparte.

Tale assunto contrasterebbe con le citate disposizioni del codice di rito in base alle quali l’impugnazione deve essere notificata presso il procuratore costituito e nel domicilio eletto nel giudizio di primo grado, anche a tutela di maggiore garanzia e certezza nella individuazione del destinatario dell’atto di impugnazione.

3. Questo motivo può essere deciso con priorità, in base al principio della ragione più liquida, desumibile dagli artt. 24 e 111 Cost..

Secondo il consolidato orientamento espresso da questa Corte, deve infatti, ritenersi consentito al giudice esaminare un motivo di merito, suscettibile di assicurare la definizione del giudizio, anche in presenza di una questione pregiudiziale, e comunque, senza che sia necessario esaminare previamente le altre, imponendosi, a tutela di esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, un approccio interpretativo che comporti la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello della coerenza logico sistematica e sostituisca il profilo dell’evidenza a quello dell’ordine delle questioni da trattare ai sensi dell’art. 276 c.p.c. (vedi ex plurimis, Cass. 11/5/2018 n.11458, Cass. S.U. 8/5/2014 n.9936).

4. Il motivo è fondato e va accolto, con assorbimento della prima censura.

Nel comporre un frastagliato quadro interpretativo delineatosi sul tema della incidenza dell’evento morte o della perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore sulla dinamica processuale, le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato il seguente principio di diritto: “In caso di morte o perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, l’omessa dichiarazione o notificazione del relativo evento ad opera di quest’ultimo comporta, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che il difensore continui a rappresentare la parte come se l’evento stesso non si fosse verificato, risultando così stabilizzata la posizione giuridica della parte rappresentata (rispetto alle altre parti ed al giudice) nella fase attiva del rapporto processuale, nonché in quelle successive di sua quiescenza od eventuale riattivazione dovuta alla proposizione dell’impugnazione. Tale posizione è suscettibile di modificazione qualora, nella fase di impugnazione, si costituiscano gli eredi della parte defunta o il rappresentante legale di quella divenuta incapace, ovvero se il suo procuratore, già munito di procura alla lite valida anche per gli ulteriori gradi del processo, dichiari in udienza, o notifichi alle altre parti, l’evento, o se, rimasta la medesima parte contumace, esso sia documentato dall’altra parte o notificato o certificato dall’ufficiale giudiziario ex art.300, quarto comma, cod. proc. civ” (vedi Cass. S.U. 4/7/2014 n.15295, cui adde Cass. 18/1/2016 n.710).

Onde perseguire lo scopo di stabilizzare il processo, la Corte di legittimità ha ritenuto occorresse stabilizzare la parte stessa, privilegiando la tesi della ultrattività del mandato. Ha quindi considerato che la giusta parte è quella che ha instaurato e quella contro cui è stato instaurato il giudizio, ossia quelle che lo hanno fondato e costruito, conferendo il loro mandato al difensore per la globale cura della controversia; parti che, seppur menomate nella loro capacità o nella loro stessa esistenza in vita, continuano a veder tutelate le proprie ragioni, in favore di coloro che saranno i successori, ad opera del loro rappresentate eletto, al quale soltanto è conferito il potere di comunicare al giudice ed alla controparte l’avvenuta verificazione di quella menomazione.

Nell’ottica descritta è stata quindi ritenuta ammissibile la notificazione dell’impugnazione presso il procuratore della parte deceduta o divenuta incapace ai sensi dell’art. 330, primo comma, cod. proc. civ., senza che rilevasse la conoscenza “aliunde” di uno degli eventi previsti dall’art. 299 cod. proc. civ. da parte del notificante.

5. Dal summenzionato principio di diritto discende la validità della notifica dell’appello effettuata il 5 ottobre 2012 nei confronti di L.C. presso il procuratore costituito, il quale, pur essendo intervenuto il decesso della parte in data 3 settembre 2012, continuava a rappresentarla come se l’evento non si fosse verificato.

La sentenza impugnata, che ha ritenuto affetta da radicale nullità la notifica dell’atto di appello indirizzata al procuratore della parte costituita in primo grado e deceduta successivamente, non conforme a diritto per quanto sinora detto, deve, quindi, essere cassata con rinvio alla Corte designata in dispositivo la quale, provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità, si atterrà al principio di diritto innanzi enunciato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione, cui demanda anche la regolamentazione delle spese inerenti al presente giudizio.


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