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Come fare se il marito non vuol trovare lavoro?

12 Novembre 2018


Come fare se il marito non vuol trovare lavoro?

> Cultura e società Pubblicato il 12 Novembre 2018



Se all’interno della coppia è la donna a dover portare i pantaloni perché il marito non vuol trovare lavoro, non si può perdere tempo e si deve correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

I ruoli all’interno di una coppia sono stati dettati, dacché il mondo è tale, dalla storia e dalla società sempre nello stesso modo, vale a dire con la donna che si prende cura dei figli, del marito e della casa; mentre l’uomo è addetto a mantenere e sostenere l’economia familiare. Quindi, il marito, dedicandosi in modo esclusivo al lavoro ed assumendo nella generalità dei casi le decisioni più importanti per la famiglia, assume da sempre, all’interno della prospettiva sociale, la posizione del soggetto più forte della coppia. È il marito, dunque, a “dover” guadagnare di più rispetto alla moglie. È l’uomo che deve lavorare mentre la moglie può scegliere se dedicarsi ad una attività lavorativa o meno. È il marito che deve portare a casa il denaro che serve per mantenere l’intera famiglia. Tutto questo non è solo “storia” ma il modo di pensare da sempre la coppia. Ed il fatto che, bene o male, ogni persona sia convinta che tale visione del rapporto uomo-donna sia quella giusta, viene dimostrato dai numerosi matrimoni che vedono l’origine del loro fallimento nella semplice circostanza che la donna guadagna di più rispetto al coniuge. Figurarsi se, addirittura,  la donna fosse l’unica a lavorare all’interno della coppia. Può capitare, però, che l’uomo non cerchi lavoro né tantomeno aiuti in casa. La mancanza di collaborazione sotto tutti i punti di vista pone seri dubbi in una donna in ordine alla scelta del partner. Inoltre, si tratta di una situazione che non è semplice da risolvere perché può involgere oltre ad aspetti affettivi anche quelli psicologici, esistenziali e giuridici. Quindi vediamo come fare se il marito non vuol trovare lavoro.

I ruoli nella coppia

Molti contestano il fatto che oggi non esistono più dei ruoli definiti nella coppia, come invece accadeva un tempo. E portano come esempio e prova di questo cambiamento quelle coppie in cui è evidente il fenomeno in controtendenza che vuole la donna sempre più attenta al proprio ruolo lavorativo, non solo per realizzarsi come persona ma anche per non sentirsi un peso, dal punto di vista economico, per l’uomo nonché per permettersi tutto quanto più le aggrada senza dover chiedere del denaro al compagno di vita. Ma se pure si può sostenere che ormai non esistono più ruoli assoluti all’interno di una coppia, come dimostrano quelle unioni in cui, ad esempio, è la donna che lavora e porta lo stipendio in famiglia mentre il marito senza lavoro è quello che si occupa della casa e, magari, anche della crescita dei figli, non può dirsi che questa sia la normalità. Meno che mai “la cosa giusta”.

Appare evidente, infatti, che non esistono problemi di sorta se questo tipo di assestamento familiare va bene contestualmente alla donna, che magari svolge un’attività economicamente migliore dell’uomo, ed anche al suo compagno, che potrebbe trovare il proprio appagamento nel crescere i figli e nel preoccuparsi, ad esempio, di fare la spesa e di cucinare. In concreto, trova applicazione quel famoso e saggio detto secondo cui “dove c’è gusto, non c’è perdenza”, così intendendo dire che, qualunque sia la scelta fatta, se questa è dettata dalla propria volontà e non da fattori esterni, non esistono problemi di sorta ma solo il piacere di vivere la propria decisione, nonostante ciò non sia la regola.

Questi sono casi idilliaci, particolarmente rari, mentre la realtà ci offre altre panoramiche in cui vediamo donne che lavorano molte ore e che sono costrette, tornando a casa propria, a sopportare il proprio uomo depresso (perché il marito ha perso il lavoro) oppure stravaccato sul divano davanti alla televisione o, ancora, pronto ad inondarla di lamentele per quelli che reputano i fallimenti della propria vita. Per questo è chiaro che in coppie di mentalità nuova, cioè strutturate in modo tale che è l’uomo a rimanere a casa mentre è la donna ad andare a lavorare ed a portare il denaro in famiglia, tutto va bene fintanto che  esiste un certo equilibrio, desiderato, ricercato, costruito e mantenuto dai coniugi. Mentre, in molti altri casi, che rappresentano la stragrande maggioranza, questa forma di “vivere la coppia” non solo non è voluta ma, laddove viene subìta per diverse cause, diviene motivo di frustrazione che avvelena l’uomo tanto quanto la donna. Questi sono i casi in cui la patologia del comportamento dell’uomo va ad infettare anche il rapporto di coppia a tal punto da porre seri dubbi nella mente della donna sulla scelta del partner.

L’uomo che non vuol cercare lavoro

Soprattutto di questi tempi è facile trovare coppie in cui è solo la donna, a malincuore, a portare, non solo simbolicamente, i pantaloni in casa e, dunque, a lavorare come una forsennata per guadagnare lo stipendio, che è indispensabile alla sopravvivenza della coppia.

Le situazioni peggiori sono quelle in cui tale contesto coinvolge anche i figli, i quali –si sa- prendono esempio dalle azioni e non dalle parole dei genitori, ed alle cui giovani menti non può far bene vedere il padre sdraiato sul divano, a far nulla, mentre la mamma si consuma per mantener sù la famiglia. Di fronte ad una condizione simile, che porta con sé malumore, delusione e rabbia, prima di prendere qualsivoglia decisione, il punto di partenza è sempre quello di analizzare la propria situazione in maniera realistica, cioè prendendo il via dalle sue origini.

Quindi, il primo aspetto da dover scandagliare è quello relativo ai motivi per cui nella nostra vita di coppia, l’uomo non lavora. Infatti, può essere che il maschio non svolga alcuna attività lavorativa perché è stato licenziato. Oppure perché, a causa della disoccupazione ormai cronica, non riesce a trovare un collocamento lavorativo che gli permetta di guadagnare. O, ancora, potrebbe trattarsi di una fase momentanea di forte crisi esistenziale dell’uomo che lo rende praticamente incapace di assumere qualunque decisione e, peggio ancora, di fare alcunché al fine di porre rimedio allo stato disoccupazionale.

In questo contesto, quindi, chi ci rimette in prima persona è la donna la quale, sia che svolga un lavoro economicamente importante o meno, si trova a combattere contro se stessa, dal punto di vista emotivo e psicologico, oltre che ad affrontare la quotidianità e la necessità di arrivare a fine mese. Va da sé che, per quanto si possa essere persone di mentalità elastiche, trovarsi di fronte al proprio uomo che non lavora e non cerca di lavorare insinua (giustamente) molti tarli all’interno della propria mente, tanto da rendere sempre più faticoso vivere e, ancor più, sopravvivere al rapporto di coppia.

È evidente che, una volta individuata la ragione per cui l’uomo non lavora, occorrerà decidere cosa fare della propria vita e, quindi, mirare a salvare l’uomo da se stesso, con un lavoro giornaliero molto duro che si aggiunge alle già esistenti difficoltà quotidiane della propria attività lavorativa, oppure ad accettare il fatto che non ne vale più la pena e decidere che quel rapporto di coppia non è ciò che si era creduto. Superato questo secondo step, probabilmente il più doloroso e stressante, si deve procedere per la strada scelta, cercando di tenere duro come si fa in tutte le occasioni in cui c’è in ballo qualcosa di importante della nostra vita.

Quindi, al di là delle pressioni che genitori, fratelli, parenti, amici o, ancora, conoscenti possono effettuare sulla donna, è sempre e solo quest’ultima che deve decidere se ciò che sta vivendo è solo una fase passeggera, sicuramente superabile col proprio uomo, oppure prendere atti che su tratta di un vero e proprio incubo, con cui non si intende più convivere e da cui scappare.

Se il marito non cerca lavoro: soluzioni  

Si deve partire dal principio di base secondo cui: più è grande il problema, più è importante analizzarlo sotto tutti i punti di vista, per avere una visione globale della difficoltà. Questo perché, una volta definita effettivamente la sua natura, sarà vitale affrontarlo calibrando le soluzioni al caso di specie. Perciò, proviamo a vedere le diverse soluzioni –da adattare al tuo caso- che coinvolgono sia l’aspetto affettivo sia l’aspetto psicologico che quello giuridico.

Aspetto affettivo

Se si arriva ad analizzare la difficoltà di vedere il proprio marito che non vuole cercare lavoro, prima di ogni altra cosa, dal punto di vista affettivo, vuol dire che si è deciso di affrontarlo, presumibilmente, perché si ha interesse a risolverlo ed a salvare il rapporto di coppia. A tal proposito, occorre considerare che, anche quando si vogliono contrastare gli effetti negativi di un problema mediante l’uso di condotte che manifestino il grande sentimento che si prova per l’altra persona, è importante mantenere un atteggiamento realistico per evitare di rimanere intrappolati nella difficoltà stessa. Il rischio, infatti, è quello non solo di non risolvere mai il problema ma di lasciarsi consumare a tal punto da perdere due vite, anziché una sola.

Certamente le azioni che coinvolgono l’aspetto affettivo nei riguardi del proprio uomo il quale, per un motivo oppure per un altro, non cerca lavoro, non sempre sono automatiche, soprattutto quando si provano sentimenti concomitanti come rabbia o delusione. Ad ogni modo, è importante per la donna che vuole sostenere col proprio sentimento il partner, che si trova in un momento di crisi tale da impedirgli di cercare lavoro, concentrarsi su di un giorno per volta, senza guardare al passato né troppo sporgersi al futuro.

Un confronto sincero e schietto con il marito che si ama, al quale confessare quotidianamente il proprio sentimento, dimostrandolo anche con piccole ma continue azioni di amore, può certamente aiutare l’uomo che prova un sentimento forte verso la propria donna. Infatti, quest’ultimo non potrà non essere scalzato dal proprio torpore di fronte alle manifestazioni sincere della compagna di vita, laddove l’amore è reale.

Aspetto psicologico 

Di fronte alle vicende della vita, ciascuna persona reagisce in modo differente e questo perché molto dipende sia dal carattere, eterogeneo anche tra i membri della stessa famiglia, sia dalla percezione che ognuno ha dell’evento negativo. Può essere, pertanto, che l’uomo abbia la necessità di un aiuto, anche a livello psicologico, per riuscire a reagire.

L’analisi di tipo psicologico punta a scoprire il problema quando questo dipende dal modo di interpretare i fatti della propria vita o dalla percezione dei diversi avvenimenti. Una azione di tipo psicologico comprende, infatti, quali sono le cause profonde e ne ricerca una soluzione che riguarderà sempre e comunque l’aspetto interiore e mentale del marito. È fatto sicuro che, perché un percorso dal punto di vista psicologico possa aspirare ad avere un epilogo positivo, questo dipende dalla bravura dello specialista ed anche dal coinvolgimento (sempre necessario) dell’uomo. Infatti, per quanto si possa amare una persona e, quindi, si desideri fare affidamento al “sentimento”, esistono delle situazioni che possono essere interpretate e risolte esclusivamente da chi ha studiato la mente umana tanto da poter leggere, anche tra le righe, la verità dei fatti, traducendola a chi –diversamente- non può comprenderla fino in fondo. Per questo è consigliabile, quando tutto ciò che si poteva fare è stato fatto, con il massimo degli sforzi e dell’amore, contattare un bravo psicologo per cercare aiuto.

Aspetto giuridico 

Sino a questo punto si è tentato di analizzare il problema prendendo in considerazione la migliore delle ipotesi: vale a dire, il caso in cui il marito non cerca lavoro per i più disparati motivi ma, pur sempre, legittimi (come un superabile blocco psicologico, un momento di depressione e così via dicendo). Tuttavia, la casistica reale porta con sè risultati più spiacevoli.

Come i casi degli eterni Peter Pan, cioè, dei mariti che non intendono assumersi le responsabilità del proprio “essere maschio”, con la conseguenza che, la donna che se ne innamora, è destinata ad un percorso di sacrifici e sofferenze, elevati al doppio. Vale a dire, per sè e per il “bambino” che ha le sembianze dell’uomo. Ma non solo, perché ci si potrebbe trovare di fronte anche ad un eterno egoista oppure ad un uomo parassita che, pertanto, indipendentemente dagli sforzi della donna o dalla forza del suo amore, continuerà a “farsi mantenere”, non interessandosi della sofferenza che provoca nella propria partner.

Nella vita, le azioni ed i fatti contano sempre più di qualunque parola o dichiarazione di intenti, in quanto solo le prime dimostrano le reali intenzioni di una persona. Il rischio di perseverare nel voler salvare l’insalvabile è di perdere anche se stessi. Un conto è, infatti, rinunciare volontariamente a realizzare un progetto di coppia, come facevano nella seconda guerra mondiale i giapponesi kamikaze, a discapito della propria vita, pronti a perderla per il proprio ideale. Un’altra cosa è, invece, continuare a sacrificare la propria esistenza nella speranza illusoria che le cose, prima o poi, cambieranno. Per questo, è evidente che quando la situazione è realmente incancrenita, altro non resta che fare l’ultimo passo, cioè quello della liberazione.

Affrontare, quindi, il problema dal punto di vista giuridico vuol dire analizzare il comportamento del marito alla luce delle leggi italiane, secondo cui i coniugi devono, ciascuno secondo le proprie possibilità, partecipare alla vita di coppia, apprestando all’altro assistenza materiale e morale. Analisi che porta con sé, in modo inevitabile nelle suesposte ipotesi, la scelta della separazione personale. E ciò quando non c’è più speranza che il proprio uomo rimetta a posto la propria esistenza, realizzando quello che è anche (e non solo) il proprio dovere nella vita di coppia.

Queste, tra l’altro, sono ipotesi tipiche in cui è possibile procedere con la separazione personale con addebito, vale a dire chiedendo al giudice di accertare che la fine del sodalizio coniugale e, in parole semplici, del matrimonio, dipende dal comportamento dell’uomo il quale, disinteressandosi in modo continuativo dei propri naturali (e legali) doveri  nel rapporto di coppia, é esclusiva causa della fine del matrimonio.


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