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Tempi divorzio dopo separazione consensuale

16 novembre 2018


Tempi divorzio dopo separazione consensuale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 novembre 2018



Crisi coniugale e fine del matrimonio: ottenuta la separazione consensuale, quanto tempo bisogna aspettare prima di poter chiedere il divorzio?

Le hai provate tutte per recuperare il tuo matrimonio ma, alla fine, dopo infiniti tentativi, capisci che non sempre le storie hanno un lieto fine, così decidi di mettere fine a qualcosa che, di fatto, già non esiste più. Ti rivolgi, quindi, ad un avvocato per iniziare la separazione e, raggiunto un accordo bonario con il tuo (ormai) ex, presenti un ricorso per la separazione consensuale. La separazione non mette definitivamente fine al tuo matrimonio, ma ci sarà bisogno del divorzio perché tu possa riacquistare lo stato di “libero” (eccetto che in pochi casi stabiliti dalla legge). Nel nostro ordinamento, infatti, prima di tornare ad essere “liberi”, bisogna affrontare due passaggi fondamentali: la separazione, prima, il divorzio, poi. Per fortuna, i tempi di attesa tra separazione e divorzio si sono notevolmente ridotti nel nostro Paese [1], ma comunque non sono ancora stati azzerati. È, quindi, possibile che nella  tua vita ci sia già un’altra persona, magari stai pensando che un giorno potresti voler contrarre nuove nozze ed è importante capire quanto tempo passerà prima di poter pensare ad un nuovo matrimonio.Vediamo allora quali sono i tempi divorzio dopo separazione consensuale.

Separazione consensuale: cos’è?

Quando i coniugi sono d’accordo nel volersi separare e non c’è una eccessiva conflittualità tra marito e moglie, la separazione consensuale rappresenta un metodo sufficientemente veloce e semplice per ottenere la separazione, a differenza della separazione giudiziale che, invece, è la strada più lunga e onerosa, ma spesso obbligatoria quando c’è un irrisolvibile conflitto tra i coniugi.

Con la separazione consensuale, infatti, marito e moglie possono stabilire consensualmente, trovando un accordo bonario tra di loro, come regolamentare il periodo della separazione, ad esempio stabilendo se e a chi spetta l’assegno di mantenimento ed il suo ammontare, chi continuerà a vivere nella casa acquistata insieme o se, magari, è meglio venderla, come regolamentare l’affidamento e il mantenimento dei figli, se questi sono minori, incapaci o maggiorenni che non hanno un lavoro stabile che li renda economicamente indipendenti. In questi casi, quindi, si presenta un ricorso al tribunale competente, cioè quello del luogo in cui si è svolta la vita familiare, entro qualche giorno viene fissata la data dell’udienza di comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale, che si svolge in camera di consiglio – quindi a porte chiuse – ed è l’unica udienza di questo procedimento.

All’udienza di comparizione, che solitamente si tiene entro due o tre mesi dalla iscrizione del ricorso, i coniugi dovranno essere presenti personalmente. Qui, il Presidente del Tribunale tenterà la conciliazione, verificando le reali volontà dei coniugi e, se questi prestano il consenso alla separazione, alle condizioni indicate nell’accordo, vengono invitati a sottoscrivere il verbale di udienza. Con la separazione, i coniugi sono autorizzati dal tribunale a vivere separatamente, per cui da quel momento non sussiste più l’obbligo della coabitazione, sancito dal codice civile [2].

Per il resto, il vincolo di comunione materiale e spirituale tra marito e moglie subisce un semplice allentamento, restando in piedi, seppur in maniera più blanda, la solidarietà coniugale, che implica, ad esempio, il sostegno economico nei confronti del coniuge economicamente più debole affinché possa mantenere lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; la moglie non perde il cognome del marito, restano intatti i diritti successori in caso di morte di uno dei coniugi, nessuno dei due acquisisce ancora lo stato di libero, ma rimane lo stato civile di “coniugato” e anche gli altri obblighi, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia, non svaniscono del tutto. Anche l’obbligo di fedeltà, inteso in senso lato, è attenuato, per cui è possibile avere nuove frequentazioni o intrattenere una nuova relazione, ma è opportuno viverle nel rispetto del coniuge e senza ledere il suo onore.

Dopo l’udienza, in cui i coniugi hanno confermato la volontà di separarsi e le condizioni della separazione, il Tribunale emetterà il decreto di omologazione, o semplicemente “omologa”, conferendo efficacia alla separazione.

Cos’è l’omologa?

L’omologa, o decreto di omologazione, è il provvedimento del Tribunale che rende efficace l’accordo di separazione, dopo un controllo formale sulla legalità dello stesso. Sebbene il Tribunale non possa sindacare nel merito l’accordo, raggiunto tra i coniugi, deve compiere comunque un controllo sullo stesso, per verificare che non vìoli gli interessi dei figli (se ce ne sono), né pregiudichi uno dei coniugi.

Quindi l’omologazione può essere rifiutata? Solo nei gravi casi appena detti, ad esempio, in presenza di un figlio minore, se i genitori non prevedono nulla in ordine al suo mantenimento o quando uno dei coniugi vive in condizioni disagiate, mentre l’altro è benestante e non vi è neanche una minima previsione di sostegno economico per il coniuge più debole. Ovviamente, sono casi rarissimi. L’omologa viene trasmessa (solitamente entro pochi giorni) all’Ufficio di Stato Civile del Comune in cui il matrimonio è stato celebrato o trascritto e verrà annotata sull’atto di matrimonio.

L’omologa, a differenza della sentenza di divorzio, non viene trasmessa all’Ufficio Anagrafe e la ragione è semplice: come sopra si accennava, con la separazione marito e moglie conservano lo stato civile di “coniugato”, pertanto non sarà ancora possibile modificarlo. Ad esempio, non sarà ancora possibile far scrivere stato civile “libero”, sulla carta d’identità. Ma anche se devi compilare della documentazione in cui ti viene chiesto sei sei libero o coniugato, senza l’opzione “separato”, dovrai scrivere “coniugato”.

Da quando inizia a decorrere il termine per chiedere il divorzio?

Dunque, fra questi tre distinti momenti, comparizione davanti il Presidente del Tribunale, decreto di omologa e annotazione della separazione sull’atto di matrimonio, quale momento bisogna considerare per far iniziare a far decorrere i termini per la domanda di divorzio? Il primo, cioè la comparizione davanti il Presidente del Tribunale. All’udienza di comparizione, infatti, i coniugi confermano la volontà di separarsi, sottoscrivono il verbale, sono autorizzati dal Presidente del Tribunale a vivere separatamente e da quel momento si scioglie la comunione legale tra gli stessi. Ciò significa che, se dopo l’udienza di separazione, un coniuge acquista una macchina,  questa non sarà di proprietà di entrambi, ma solo di chi l’ha comprata, mentre i beni acquistati durante il matrimonio rimangono di proprietà di entrambi secondo le comuni norme sulla comunione ordinaria.

Quindi, dalla data dell’udienza di comparizione puoi iniziare a calcolare i 6 mesi che ti separano dal divorzio o, meglio, dalla possibilità di presentare il ricorso per ottenere il divorzio. Quindi il divorzio non è automatico decorsi 6 mesi dalla separazione? No, non lo è, bisognerà presentare un nuovo ricorso contenente nuove condizioni o anche le stesse condizioni della separazione.

Dopo quanto tempo dalla separazione consensuale posso chiedere il divorzio?

È possibile presentare il ricorso per divorzio decorsi 6 mesi dall’udienza di comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale. Prima il termine era ben più lungo, bisognava infatti aspettare almeno 3 anni prima di poter iniziare il procedimento di divorzio.

Oggi, dopo la riforma del 2015 e l’introduzione del cd. “Divorzio beve”, il termine è stato ridotto a 6 mesi. In effetti, è un lasso temporale più che sufficiente per capire se un matrimonio è definitivamente chiuso o se è meglio che tutto torni come prima. Il termine è sempre di 6 mesi anche in caso di una separazione iniziata come giudiziale e poi trasformata in consensuale. Se, invece, la separazione è giudiziale, il termine per chiedere il divorzio è di 12 mesi dall’udienza di comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale.

La legge precisa che dal momento della comparizione innanzi il Presidente del Tribunale, la separazione deve essersi protratta ininterrottamente, per 6 mesi nel caso di una separazione consensuale (o di una giudiziale divenuta consensuale) e 12 mesi nel caso di una separazione giudiziale [3].

Cosa succede se nel periodo della separazione c’è un ritorno di fiamma e i coniugi si riconciliano?

I coniugi possono chiedere al tribunale di fissare l’udienza di riconciliazione oppure, per non tornare in Tribunale, possono recarsi presso l’Ufficio di Stato Civile, in cui è stata annotata la separazione, e dichiarare di essersi riconciliati. La riconciliazione è sempre desumibile dai comportamenti tenuti dai coniugi dopo la separazione ed è rilevante perché, per poter chiedere il divorzio, dal momento in cui i coniugi vengono autorizzati a vivere separatamente, la separazione deve essere stata ininterrotta.

Affinché possa parlarsi di separazione ininterrotta, i coniugi non devono aver ricostituito l’unione coniugale, quindi non basta semplicemente aver ripreso a coabitare, circostanza che potrebbe dipendere anche da un bisogno momentaneo di uno dei due. La riconciliazione, anche tacita, interrompe la separazione, così, se uno dei due coniugi chiede il divorzio, l’altro potrebbe opporsi eccependo proprio la riconciliazione; ciò potrebbe significare, quindi, dover rifare la separazione.

Decorsi i termini di legge, come si chiede il divorzio?

Il divorzio o, tecnicamente, cessazione degli effetti civili del matrimonio – in caso di matrimonio concordatario – e scioglimento del matrimonio  – in caso di matrimonio celebrato con il solo rito civile – si può chiedere sia congiuntamente, che in via giudiziale.

Nel primo caso, i coniugi presentano un unico ricorso congiunto contenente le condizioni di divorzio, nel secondo, invece, instaurano una vera e propria causa per far valere in giudizio le proprie ragioni, in assenza di accordo. Sarà quindi il giudice del merito a decidere sulle condizioni di divorzio che i coniugi dovranno rispettare, in base alle risultanze istruttorie e al proprio libero convincimento, a tutela dei diritti e degli interessi delle parti e dei figli. In entrambi i casi, ci sarà l’udienza di comparizione innanzi il Presidente del Tribunale e in entrambi i casi il tribunale deciderà con sentenza. Infatti, anche il divorzio giudiziale inizia con l’udienza di comparizione dei coniugi davanti il Presidente del Tribunale e, se confermano la volontà di divorziare e non trovano un accordo neanche in quella sede sulle condizioni di divorzio, la causa prosegue nel merito come in un normale giudizio ordinario, per cui seguiranno altre udienze e potrebbero passare anni prima di ottenere il divorzio.

Nel caso del ricorso per divorzio congiunto, l’udienza di comparizione è l’unica udienza del procedimento, che si esaurisce, quindi, con la sottoscrizione del verbale da parte dei coniugi. Successivamente, il Tribunale deciderà con sentenza, tenendo conto delle condizioni di divorzio oggetto dell’accordo tra i coniugi e riportate nel ricorso. La sentenza di divorzio, sia esso congiunto o giudiziale, verrà poi trasmessa sia all’Ufficio di Stato Civile che – in questo caso – all’Ufficio Anagrafe per la dovuta annotazione. Anche con il divorzio congiunto, come nella separazione consensuale, i coniugi dovranno prevedere le condizioni sull’affidamento dei figli, nel rispetto del diritto alla bigenitorialità – quindi a coltivare pienamente il rapporto con entrambi i genitori – nonché sul mantenimento fino a quando i figli non saranno economicamente autosufficienti.

Dopo il divorzio sono libero?

Si. Con il divorzio, cessa definitivamente la comunione materiale e spirituale tra gli ex coniugi, finisce ogni rapporto di tipo patrimoniale, la moglie perde il cognome del marito, in caso di decesso di uno, l’altro non sarà più suo erede, lo stato civile di “coniugato” lascia il posto a quello “libero”. Insomma, finisce tutto.

In alcuni casi e in virtù di – potremmo definirla – una ultrattività del principio di solidarietà coniugale, continuano ad esistere rapporti di natura economica se uno dei due coniugi versa in condizioni disagiate e necessita di sostegno. È il caso dell’assegno di divorzio in favore del coniuge che non sia economicamente autosufficiente. Ovviamente, con il divorzio, che sancisce la fine del rapporto tra marito e moglie, ma non cessano i rapporti tra gli ex coniugi per la crescita, l’educazione, la cura e l’assistenza della prole. Anzi, è fondamentale che i genitori divorziati riescano a comunicare tra di loro per il bene dei figli, mettendo da parte ogni rancore personale, ottemperino ai loro doveri derivanti dalla sentenza, in ordine all’affidamento e al mantenimento e facciano sempre tutto quanto in loro potere affinché ai figli venga garantito in pieno il rapporto con entrambi i genitori e con le rispettive famiglie di provenienza.

E allora, alla domanda “dopo il divorzio, sono libero?” è più corretto rispondere: si, la relazione con l’altro è finita, ma continua ad essere il padre o la madre dei tuoi figli ed è importante riuscire a instaurare un buon rapporto da genitori, anche se non ci si ama più; un rapporto basato sul rispetto reciproco è, a volte, un “sacrificio” che giova alla prole, senza ombra di dubbio.

Mi posso risposare subito dopo il divorzio?

Una volta pubblicata la sentenza di divorzio, hai 6 mesi per impugnarla. Se nessuna delle parti la impugna, dopo sei mesi passa in giudicato. Se, invece, una volta pubblicata, viene notificata alla controparte, il termine per impugnarla è di 30 giorni dalla notifica; se non viene impugnata passa in giudicato, dopo 30 giorni.

Una volta passata in giudicato, dopo 6 mesi o 30 giorni a seconda dei casi, è possibile contrarre nuove nozze. Bisogna precisare che la donna si può risposare dopo 300 giorni dall’udienza di separazione, per garantire la certezza della paternità in caso di gravidanza (cd. lutto vedovile). Se sei sicura di non essere incinta, dopo la separazione, puoi farti autorizzare dal tribunale a risposarti, fornendo prova certa che non c’è una gravidanza in corso, senza aspettare tutto questo tempo. Una visione, insomma, ancorata alla coabitazione, forse un po’ arcaica. In ogni caso, è, però, facoltà dei coniugi, una volta pubblicata la sentenza di divorzio, sottoscrivere in tribunale, presso la cancelleria competente, una dichiarazione di acquiescenza e rinuncia all’impugnazione. Con questa dichiarazione, i coniugi rinunciano ad impugnare la sentenza che, quindi, passa subito in giudicato ed è possibile contrarre nuove nozze. Per prassi, in alcuni tribunali, detta dichiarazione è inserita direttamente nel verbale d’udienza e, quindi, con la sottoscrizione del verbale, si firma già per la rinuncia all’impugnazione. Non è una procedura correttissima, visto che comunque, in questo modo, si rinuncia ad impugnare una sentenza che non è ancora stata emessa. Però magari, è meglio informarsi sulla prassi del proprio tribunale.

È bene precisare che in presenza di figli, però, occorre anche notificare la sentenza al PM, che avrà 30 giorni per impugnarla e, se non lo fa, passa in giudicato e le parti possono contrarre nuove nozze.

Ci sono altri modi per separarsi o divorziare consensualmente?

Si. Per completezza, bisogna precisare che oggi è possibile separarsi o divorziare consensualmente attraverso la procedura di negoziazione assistita da avvocati [4] oppure, in assenza di figli, innanzi all’Ufficiale di Stato Civile [5].

Di ROSA PIGNATARO

note

[1] L. 55/2015 riforma che ha introdotto il cd. “Divorzio breve”.

[2] Art. 143 co. 2 cod. civ.

[3] Art. 3 L. 898/1970.

[4] Art. 6 D.L. 132/2014 convertito in L. 162/2014.

[5] Art. 12 D.L. 132/2014 convertito in L. 162/2014.


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