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Se il figlio va all’università posso riprendere la casa?

14 Ottobre 2018


Se il figlio va all’università posso riprendere la casa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Ottobre 2018



Divorzio: resta l’assegnazione della casa coniugale all’ex moglie se il figlio va all’università ma è solito tornare nell’appartamento della madre.

Alcuni anni fa ti sei separato. La tua ex moglie ha ottenuto dal giudice la possibilità di continuare a vivere nella casa di tua proprietà dove è rimasta con vostro figlio. Sei stato così costretto a fare le valigie e ad andare altrove. Nel frattempo però vostro figlio ha finito gli studi e ora si è iscritto all’università: un’università di una città lontana dove andrà a stare con alcuni suoi amici in un appartamento in affitto (che, guarda caso, pagherai sempre tu). Ti chiedi a questo punto se puoi almeno riprenderti il tuo vecchio appartamento, essendo rimasta la madre ormai da sola in gran parte dell’anno. Lei – neanche a dirlo – non vuole lasciare l’immobile: sostiene che il figlio sta fuori solo per frequentare i corsi e dare gli esami, ma poi ritorna sempre a casa. Alla fine si tratterebbe di un’assenza limitata a determinati e brevi periodi dell’anno. Intenzionato a far valere le tue ragioni ti rivolgi a un avvocato e gli chiedi: se mio figlio va all’università posso riprendere la casa? Se il tuo legale è a conoscenza della più recente giurisprudenza della Cassazione ti risponderà pressappoco nel seguente modo.

Assegnazione della casa all’ex moglie

Il giudice può decidere sull’assegnazione della casa coniugale solo se la coppia ha avuto figli e se questi sono minorenni o maggiorenni non ancora autosufficienti da un punto di vista economico. Come abbiamo già spiegato in A quale coniuge va la casa, in una coppia senza figli o con figli già grandi e una loro indipendenza, la casa resta nella disponibilità del suo proprietario (ad esempio l’uomo) e l’ex (ad esempio la moglie) dovrà andare via.

In presenza però di bambini con meno di 18 anni o ancora privi di un proprio reddito, il giudice – a prescindere da quale dei due coniugi sia il proprietario dell’immobile – assegna la disponibilità della casa familiare a colui con cui i figli andranno a vivere. E ciò per consentire a questi ultimi di continuare a crescere nello stesso ambiente e contesto in modo da non subire ulteriori traumi.

Fino a quando la casa resta all’ex coniuge?

Poiché la funzione dell’assegnazione della casa è solo quella di tutelare i figli e il loro rapporto con l’immobile familiare, se questi se ne vanno a vivere da soli altrove il giudice può modificare la sua precedente sentenza e disporre la restituzione dell’immobile al suo effettivo proprietario. Sarà quest’ultimo però a dover agire e a ricorrere al tribunale per la revoca del beneficio.

Sempre in A quale coniuge va la casa, abbiamo infatti detto che la revoca dell’assegnazione della casa familiare spetta quando:

  • i figli non convivono più o diventano economicamente indipendenti;
  • il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente;
  • il coniuge assegnatario inizia una convivenza more uxorio nella casa assegnata o contrae nuovo matrimonio;
  • uno dei coniugi cambia la propria residenza o domicilio.

Il giudice, infatti, attribuisce il godimento dell’immobile tenendo conto in modo prioritario dell’interesse dei minori (o dei maggiorenni non autosufficienti dal punto di vista economico).

Se un figlio va all’università l’assegnazione della casa viene revocata?

Secondo la Cassazione, l’ex casa coniugale è attribuita alla madre anche se il figlio va all’università in un’altra città solo se il giovane mantiene un legame stabile con l’abitazione. In altri termini se il figlio usa l’appartamento fuori sede unicamente per frequentare i corsi e dare gli esami mentre per la restante parte dell’anno torna a casa e lì mantiene il centro dei propri interessi, allora non si può parlare di un effettivo e reale trasferimento.

Con l’affido condiviso, la casa familiare deve essere assegnata tutelando anzitutto l’interesse del minore a rimanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuto in modo da poter mantenere le consuetudini di vita e le relazioni sociali. Per cui se il giovane non si è ancora completamente staccato dalla casa della madre per farsi una propria vita, autonoma e indipendente, il padre non può rivendicare la restituzione del proprio immobile.

L’assegnazione della casa coniugale non rappresenta una componente delle obbligazioni patrimoniali conseguenti alla separazione o al divorzio o un modo per realizzare il mantenimento del coniuge più debole ed è espressamente condizionata soltanto all’interesse dei figli. La scelta cui il giudice è chiamato non puo’ prescindere dall’affidamento dei figli minori o dalla convivenza con i figli maggiorenni non ancora autosufficienti che funge da presupposto inderogabile dell’assegnazione :suddetta scelta, inoltre, neppure può essere condizionata dalla ponderazione tra gli interessi di natura solo economica dei coniugi o tanto meno degli stessi figli, in cui non entrino in gioco le esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico; l’assegnazione della casa familiare in conclusione è “uno strumento di protezione della prole e non può conseguire altre e diverse finalità. (Nel caso di specie secondo la Suprema Corte la casa familiare doveva essere assegnata alla madre convivente con la figlia maggiorenne ma non ancora autosufficiente economicamente, in quanto studentessa universitaria presso l’Università di Lecce e che, comunque, aveva mantenuto un collegamento stabile con l’abitazione). Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 12 ottobre 2018 n. 25604 

Sia in sede di separazione che di divorzio, l’articolo 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e la Legge n. 898 del 1970, articolo 6, comma 6, come modificato dalla Legge n. 74 del 1987, articolo 11, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale “ratio” protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non e’ configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di speciale protezione. L’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro “habitat” domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha piu’ ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia piu’ idonea a svolgere tale essenziale funzione. Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 22 luglio 2015 n. 15367 

Al fine dell’assegnazione ad uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorché essa era unita, ed inoltre che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica.

Infatti, sono requisiti imprescindibili, per l’assegnazione della casa “familiare” ad uno dei genitori separati o divorziati, la sussistenza del requisito, di habitat domestico, nel senso che cioè la casa deve rappresentare il luogo degli affetti, degli interessi e delle consuetudini della famiglia durante la convivenza e l’affidamento a uno dei due genitori di figli minorenni o la convivenza con figli maggiorenni, incolpevolmente privi di adeguati mezzi autonomi di sostentamento. Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 4 luglio 2011, n. 14553 

Il criterio preferenziale nell’assegnazione della casa familiare esclude che il coniuge non affidatario possa pretendere l’assegnazione se tutti i figli sono stati affidati all’altro coniuge. Suddetta scelta, inoltre, neppure puo’ essere condizionata dalla ponderazione tra gli interessi di natura solo economica dei coniugi o tanto meno degli stessi figli, in cui non entrino in gioco le esigenze della permanenza di questi ultimi nel quotidiano loro habitat domestico. Deve, invece, ed assolutamente essere subordinata a suddetta ultima imprescindibile esigenza, sulla quale possono interferire ma non certo prevalere interessi di carattere economico, ancorche’ riferiti, indirettamente, alla sfera patrimoniale degli stessi figli. Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 22 novembre 2010 n. 23591


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