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Compensi fuori busta paga: come si considerano?

17 ottobre 2018


Compensi fuori busta paga: come si considerano?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 ottobre 2018



Se non sussiste una chiara e precisa specificazione della destinazione delle somme erogate fuori busta, queste sono da imputare come remunerazione della prestazione lavorativa ordinaria del lavoratore subordinato. 

Il tuo datore di lavoro ti ha sempre versato, oltre alla busta paga, dei compensi ulteriori. Detti compensi, in partenza concordati come rimborso spese, sono stati poi erogati in forma stabile, tanto da divenire – almeno tacitamente – del tutto svincolati dall’iniziale scopo. Oggi però l’azienda ti ha comunicato l’intenzione di interrompere tale elargizione e riportare la busta paga all’originaria previsione contrattuale. A te – che ormai hai fatto affidamento sull’importo e lo consideri come un tutt’uno con lo stipendio – ti sembra ingiusto: hai maturato un diritto a tali soldi che, pertanto, non ti possono più essere negati. Il datore di lavoro invece sostiene che, essendo venuta meno la ragione che ha giustificato a suo tempo il rimborso spese, non c’è più ragione di riconoscere tale “regalo”. Tuttavia egli non è in grado di dimostrare l’accordo inizialmente stretto con te e, quindi, la causale delle somme. Chi dei due ha ragione? Come si considerano i compensi fuori busta paga? La spiegazione è contenuta in una recente ordinanza della Cassazione [1]. 

La Corte affronta un problema da noi più volte trattato su queste stesse pagine. Leggi ad esempio: Somme non dovute in busta paga. In buona sostanza, l’atteggiamento assunto negli anni dalla giurisprudenza è il seguente: quando vi è, da parte dell’azienda, un riconoscimento costante e ripetuto nel tempo di somme ulteriori rispetto a quelle minime imposte dal contratto collettivo, il dipendente acquista su di esse un vero e proprio diritto soggettivo. In altri termini, la corresponsione continuativa di un assegno al lavoratore è sufficiente a farlo considerare, salvo prova contraria, come elemento della retribuzione. La somma non va più restituita solo se erogata in via continuativa, per più mesi; in tal caso va ad arricchire anche la base di calcolo del futuro Tfr. Tale soluzione è stata adottata per tutelare l’affidamento che il dipendente ha ormai fatto sull’ulteriore disponibilità economica per via della sua reiterata erogazione [2].

Questo orientamento è stato ribadito con l’ordinanza in commento. La Corte sottolinea ancora una volta che, se non c’è una chiara e specifica indicazione dei compensi erogati fuori busta paga, questi sono da considerare come parte dello stipendio ordinario del lavoratore subordinato.

Il datore di lavoro, del resto, ha l’obbligo di corrispondere al lavoratore subordinato un preciso e dettagliato prospetto paga [3] affinché questi possa controllare quanto percepito e quanto dovutogli relativamente a ogni singolo titolo retributivo. Se non lo fa, l’imprecisione o la mancanza non può certo ricadere sul dipendente. Pertanto l’azienda, se non ha chiarito a quale titolo vengono versate le ulteriori somme rispetto al cedolino, dovrà continuare a erogarle: le stesse infatti vanno considerate come rientranti nella normale retribuzione.

È quindi assai importante la destinazione della causale dell’importo versato al lavoratore tale da differenziare l’adempimento dei vari doveri remunerativi del datore. Nell’ipotesi che il lavoratore percepisca un compenso privo di una voce che specifica quale dovere dell’azienda è diretta ad assolvere, tale remunerazione si presume riferita all’adempimento dell’ordinaria prestazione lavorativa. La presunzione di riferibilità delle somme corrisposte, prive di indicazione, alla sola prestazione ordinaria viene superata solo attraverso la dimostrazione di un patto di conglobamento, onere probatorio a carico del datore di lavoro, unico soggetto che può realizzare un dettagliato prospetto paga che dimostri con certezza quali diritti siano stati assolti tramite anche distinte erogazioni, tra cui appunto quelle fuori busta.

In sintesi: da un lato il riconoscimento costante di somme in busta paga diventa un vero e proprio diritto del dipendente e rientra a far parte della retribuzione; tuttavia, se il datore di lavoro eccepisce che detti importi avevano una particolare causa giustificatrice dovrà dimostrarlo: prova che può essere data solo attraverso un’esaustiva e specifica elencazione nella busta paga.

note

[1] Cass. ord. n. 25734/18 del 15.10.2018.

[2] Cfr. Cass. sent. n. 222387/18. Va presunta la natura retributiva di un reiterato e costante pagamento che si verifichi nell’ambito di un rapporto di lavoro, spettando al solvens dimostrare l’insussistenza di essa. Quindi, non potendo la dimostrazione che fare leva su elementi contrari rispetto all’esistenza di quel titolo, dovrebbe provarsi l’effettivo e concreto verificarsi di un errore oppure l’insussistenza o l’inidoneità giuridica dei fatti che la stessa controparte in concreto abbia addotto quale fondamento della persistente attribuzione retributiva.

Il ragionamento della Corte territoriale secondo cui, essendo pacifico il venir meno dei presupposti, di fatto e diritto, che avevano precedentemente giustificato quell’erogazione aggiuntiva, spetterebbe al lavoratore dimostrare un nuovo titolo per la sua attribuzione, è quindi errato e viola gli artt. 2697 e 2033 c.c.” (Cass. 13/09/2018,  n. 22387).

[3] Ai sensi della l. n. 4/1953 (Norme concernenti l’obbligo di corrispondere le retribuzioni ai lavoratori a mezzo di prospetti di paga) 

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 21 giugno – 15 ottobre 2018, n. 25734

Presidente Nobile– Relatore Maria Leone

Fatto e diritto

Rilevato che:

La Corte di appello di Roma con la sentenza n. 9709/2013 aveva parzialmente accolto il gravame proposto da M.M.T. avverso la decisione con la quale il tribunale di Roma aveva condannato la stessa ed il coerede M.A. (entrambi eredi di Ma.Vi. ) al pagamento della somma di Euro 42.338,49, a titolo di differenze retributive per i seguenti titoli: 13 e 14^ mensilità, TRF, straordinari, lavoro domenicale,festività, permessi e riposi non goduti.

La Corte territoriale, in accoglimento di un motivo di gravame, aveva ridotto l’importo riconosciuto dal Tribunale in quanto aveva ritenuto di considerare nel conteggio del “percepito” dal lavoratore anche le somme erogate “fuori busta” come risultanti dalle ricevute allegate dal datore di lavoro. Rilevava a riguardo che sebbene nelle stesse ricevute non fosse inserita la imputazione della erogazione, non essendo stata indicata dal lavoratore diversa causa giuridica della erogazione (liberalità,mutuo ecc.), questa dovesse comunque essere rapportata alla prestazione di lavoro e quindi considerata nel percepito e dedotta dal dovuto.

Avverso detta decisione parte ricorrente aveva proposto ricorso affidandolo a 4 motivi. Nelle more del giudizio si costituiva la co-ricorrente M.S. divenuta maggiorenne esplicitando la volontà di sanare e ratificare tutti gli atti processuali compiuti dalla genitrice in suo nome.

Le parti convenute rimanevano intimate.

I ricorrenti depositavano memoria ex art. 378 c.p.c..

Considerato che:

1) Con il primo motivo parte ricorrente censura la violazione e falsa applicazione dell’art. 2099 c.c. allorché la corte territoriale aveva ritenuto che le ricevute attestanti il versamento di somme all’originario dante causa delle parti ricorrenti, pur prive (talune) di data, e tutte di imputazione del pagamento, fossero comunque riferibili alla differenze retributive richieste dal lavoratore. Parte ricorrente rileva la violazione dell’art. 2099 cc sempre interpretato nel senso della presunzione di imputazione di somme erogate prive di specifica indicazione, alla sola prestazione ordinaria.

2) Con il secondo motivo è denunciata la violazione o falsa applicazione dell’art. 1 comma 1 L. n. 4/1953 dispositiva della necessità che il prospetto paga rilasciato al dipendente contenga tutte le imputazioni di pagamento.

3) Il terzo motivo censura la violazione dell’art. 115, comma 1 c.p.c. con riguardo alla ritenuta non contestazione delle somme erogate “fuori busta”. Rilevavano i ricorrenti che la Corte territoriale pur avendo dato atto della contestazione della imputazione delle somme in questione, aveva comunque ritenuto riferibili le stesse alla ordinaria prestazione, con ciò violando il primo comma dell’art. 115 cpc in quanto posto a fondamento della decisione un fatto non provato e invece espressamente contestato.

4) con il quarto motivo è censurata la violazione dell’art. 2697 c.c. poiché la corte d’appello aveva ritenuto che la mancata indicazione da parte del lavoratore di altre causali delle erogazioni attestate dalle ricevute, lasciava supporre la loro addebitabilità alla prestazione ordinaria.

I quattro motivi devono essere trattati congiuntamente in quanto tutti attinenti e dipendenti dalla medesima questione relativa al pagamento delle somme dovute dal datore di lavoro al lavoratore per titoli differenti da quelli inerenti la ordinaria prestazione di lavoro. Si controverte in particolare del regime inerente l’imputazione di pagamento e di quello allegatorio e probatorio diretto a governare gli eventuali esborsi aggiuntivi rispetto a quelli dovuti per la ordinaria prestazione.

A riguardo questa Corte ha rilevato che “L’imputazione di pagamento – che, secondo la norma generale del primo comma dell’art. 1193 cod. civ., costituisce una facoltà del debitore, al mancato esercizio della quale sopperiscono i criteri legali dettati dal secondo comma dello stesso articolo si pone, invece, nel rapporto di lavoro subordinato come un obbligo del datore di lavoro, essendo questi tenuto alla consegna delle buste-paga previste dalla legge 5 gennaio 1953, n. 4. La previsione dell’imputazione predetta, che ha la funzione di consentire al lavoratore di controllare la corrispondenza fra quanto a vario titolo dovutogli e quanto effettivamente corrispostogli, non vale, tuttavia, a snaturare l’imputazione stessa, in quanto quest’ultima, fatta facoltativamente o in esecuzione di un obbligo, presuppone pur sempre l’esistenza del debito e non può sostituirsi ad un valido titolo costitutivo del medesimo” (Cass. n. 11632/2018; conf. Cass. n. 22872/2010; Cass. n. 5498/1985).

Recentemente ha altresì soggiunto che “Il patto di conglobamento nella retribuzione di corrispettivi ulteriormente dovuti al lavoratore subordinato per legge o per contratto (quali la tredicesima mensilità, il compenso per le ferie e per le festività) è valido solo se dal patto risultino gli specifici titoli cui è riferibile la prestazione patrimoniale complessiva, poiché solo in tal caso è superabile la presunzione che il compenso convenuto è dovuto quale corrispettivo della sola prestazione ordinaria e si rende possibile il controllo giudiziale circa l’effettivo riconoscimento al lavoratore dei diritti inderogabilmente spettanti per legge o per contratto, senza tuttavia la necessità di una specificazione anche degli importi corrispondenti agli istituti conglobati” (Cass. n. 1644/2018; conf. Cass. n. 8255/2010).

I principi enunciati pongono in evidenza la esistenza di un preciso obbligo per il datore di lavoro di “imputare” le somme erogate al lavoratore nonché la presunzione che il compenso erogato al lavoratore, senza specificazione alcuna su differenti titoli, riguardi la sola prestazione ordinaria. Un eventuale patto di conglobamento, diversamente orientato a comprendere voci differenti rispetto a quelle ordinariamente dovute per la prestazione fornita (e quindi titoli quali tfr, ferie, festività, tredicesima mesilità), deve comprendere specifiche indicazioni in tal senso, tali da poter con certezza in esso rinvenire la volontà delle parti di ricomprendere nelle somme erogate al lavoratore quegli specifici titoli retributivi.

In assenza di tale patto, il cui onere allegatorio e probatorio incombe sul datore di lavoro, risulta operativa la presunzione di riferibilità delle somme erogate alla sola prestazione ordinaria. Di tale presunzione potrà avvalersi il lavoratore senza necessità di fornire ulteriori elementi probatori a riguardo. Il ricorso risulta quindi fondato poiché la corte territoriale non si è attenuta ai principi sopra riferiti. La sentenza deve quindi essere cassata e rinviata alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, perché valuti i motivi del gravame alla luce degli esposti principi e provveda anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza e rinvia alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche sulle spese del giudizio di legittimità.


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