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Cosa fare se la compagnia telefonica addebita un servizio non richiesto

16 Novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Novembre 2018



Due anni fa ho convertito la mia linea Tim in fibra e  qualche mese fa un operatore della compagnia mi informava telefonicamente che, in quanto utente di fibra, avevo diritto a ricevere “gratuitamente” qualcosa. Pochi giorni dopo, un corriere mi consegnava una confezione sigillata contenente Tim Vision (ancora non aperta) e dopo solo due giorni la compagnia telefonica tramite mail di benvenuto mi chiedeva di versare un canone mensile scrivendo testualmente che, se l’oggetto non corrispondeva a quanto da me ordinato, potevo far reclamo entro la data di emissione della prossima fattura. Immediatamente ho contestato e rifiutato “l’omaggio” tramite raccomandata a.r., ma alla loro risposta che avrei dovuto provvedere io a rispedirglielo, ho replicato che dovevano essere loro a riprenderlo. Mi hanno così iniziato ad addebitare il canone (2,16 euro) e dal momento che io lo sottraevo dall’importo della mia normale bolletta, per alcuni mesi riportavano in fattura questi importi come non versati, poi nella fattura di luglio hanno annotato che vi erano fatture non pagate ed infine ad agosto scorso mi hanno bloccato le telefonate in uscita e internet. Come posso recedere senza penali ma anzi chiedendo il risarcimento?

Dalla lettura della documentazione allegata dal lettore al quesito, si evince che in data 27.01.2018 ha provveduto a contattare la Tim, mediante raccomandata a/r, al fine di rifiutare il servizio Tim Vision, rispettando quindi i termini (14 giorni) concessi dal codice del consumo per esercitare il diritto di recesso: si legge, infatti, che l’invio del prodotto è avvenuto il 18.01.2018. 

Nelle condizioni di contratto di Tim Vision, all’art. 7 è ugualmente dato leggere che il recesso deve essere manifestato chiaramente mediante comunicazione scritta; è altresì scritto che «Nei successivi 14 (quattordici) giorni dalla data di tale comunicazione, il Cliente deve restituire il Prodotto integro, con gli imballi originali e corredato di tutti gli eventuali accessori tramite spedizione all’indirizzo fornito dal Servizio Clienti linea fissa 187 o consultabile sul sito tim.it, salvo non decida di acquistare il Prodotto secondo quanto indicato al successivo art. 13. I costi della spedizione sono a carico del Cliente». 

Ora, non avendo a disposizione la missiva del lettore 27 gennaio, si può immaginare comunque che nella stessa questi abbia manifestato correttamente la sua volontà di recedere: tanto può dedursi anche dalla risposta della Tim, ove si invitava il lettore a restituire il prodotto. Purtroppo, devo dirsi che è praticamente presente in tutte le condizioni generali di contratto dei fornitori di utenze telefoniche la clausola secondo cui il recesso si intende portato a termine con la consegna materiale del prodotto recapitato a casa presso uno dei centri autorizzati, oppure mediante spedizione direttamente alla Tim. È la stessa legge a prevedere ciò: «il professionista non è tenuto a rimborsare i costi supplementari, qualora il consumatore abbia scelto espressamente un tipo di consegna diversa dal tipo meno costoso di consegna offerto dal professionista. Salvo che il professionista abbia offerto di ritirare egli stesso i beni, con riguardo ai contratti di vendita, il professionista può trattenere il rimborso finché non abbia ricevuto i beni oppure finché il consumatore non abbia dimostrato di aver rispedito i beni, a seconda di quale situazione si verifichi per prima» (art. 56, commi 2 e 3, cod. consumo); «A meno che il professionista abbia offerto di ritirare egli stesso i beni, il consumatore restituisce i beni o li consegna al professionista o a un terzo autorizzato dal professionista a ricevere i beni, senza indebito ritardo e in ogni caso entro quattordici giorni dalla data in cui ha comunicato al professionista la sua decisione di recedere dal contratto ai sensi dell’articolo 54. Il termine è rispettato se il consumatore rispedisce i beni prima della scadenza del periodo di quattordici giorni. Il consumatore sostiene solo il costo diretto della restituzione dei beni, purché il professionista non abbia concordato di sostenerlo o abbia omesso di informare il consumatore che tale costo è a carico del consumatore. Nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali in cui i beni sono stati consegnati al domicilio del consumatore al momento della conclusione del contratto, il professionista ritira i beni a sue spese qualora i beni, per loro natura, non possano essere normalmente restituiti a mezzo posta» (art. 57, comma 1, cod. cons.). 

Da questo punto di vista, quindi, a parere dello scrivente non si può fare nulla. Si potrebbe tentare di invalidare l’intero contratto a monte: per quanto riguarda i contratti stipulati a distanza e, nello specifico, a mezzo telefonico, il codice del consumo dice che il contratto si intende concluso solamente a seguito di adesione per iscritto all’offerta, con divieto per l’operatore di attivare la stessa durante il periodo di ripensamento costituito dai 14 giorni di cui si è parlato sopra. A rigore, il codice del consumo (art. 51) dice che il contratto a distanza, proposto mediante telefonata, deve seguire tre tappe: 

– offerta telefonica e registrazione vocale; 

– invio al consumatore della proposta di contratto per iscritto; 

– accettazione scritta del consumatore. 

Il consumatore deve, inoltre, essere informato dall’azienda proponente della possibilità, in alternativa, di ricevere la proposta di contratto anche per email, pennetta usb, cd, dvd, per poi successivamente prestare il proprio consenso, anche telefonicamente, aderendo all’offerta. Scegliendo questa modalità, l’azienda proponente deve dare ulteriore conferma della conclusione del contratto in un tempo ragionevole e, comunque, non oltre la consegna del bene o l’inizio della fornitura. In pratica, si può bypassare l’adesione scritta solamente se il consumatore vi acconsente; in questo caso, è necessaria comunque un’altra manifestazione di adesione a seguito dell’invio, da parte dell’operatore, del contratto. Ne deriva che occorrono due manifestazioni di consenso: la prima è quella alla stipula del contratto (che ci deve essere sempre) e la seconda è quella a seguire la modalità di conclusione del contratto su supporto durevole. 

Il mancato rispetto di questi passaggi rende illegittima la condotta dell’azienda proponente e la registrazione telefonica dell’accettazione da parte del consumatore non sana questi vizi. 

L’Antitrust ha più volte segnalato il mancato rispetto di questa procedura e come le compagnie telefoniche tendano a ritenere validi contratti per i quali v’è stata solamente un’adesione verbale, debitamente registrata. Nel caso di specie, quindi, si potrebbe innanzitutto contestare il fatto che il lettore non abbia sottoscritto alcunché al momento del ricevimento del prodotto; in secondo luogo, questi potrebbe chiedere di ascoltare la registrazione vocale dell’offerta, in modo tale da capire se: 

– l’operatore si è qualificato; 

– il lettore ha accettato di aderire verbalmente (pratica comunque scorretta); 

– i tratti essenziali dell’offerta gli sono stati spiegati. 

L’assenza di uno di questi elementi, nonché dell’intera registrazione, renderebbero invalido il contratto. Inoltre, è scorretta anche l’esecuzione del contratto nelle more del diritto di ripensamento, cioè entro i 14 giorni dal momento in cui il prodotto è stato inviato. 

Si noti che il codice del consumo stabilisce (art. 66-quinquies) che il consumatore non ha alcun obbligo di pagamento in caso di fornitura non richiesta di beni, acqua, gas, elettricità, teleriscaldamento o contenuto digitale o di prestazione non richiesta di servizi. In tali casi, l’assenza di una risposta da parte del consumatore, in seguito a tale fornitura non richiesta, non costituisce consenso. 

Alla luce di quanto detto sinora, il lettore potrebbe tentare a a parere dello scrivente una diffida alla Tim insistendo per l’invalidità del contratto nei termini sopra indicati e, pertanto, per il ripristino della linea effettiva, atteso che il credito che l’operatore ritiene di vantare (e che è all’origine di tutta la vicenda) è inesistente, scorporando dalla fattura il periodo di tempo in cui non ha goduto del servizio telefono/internet, oltre che le somme pagate per Tim Vision, con avvertenza che, in mancanza, adirà l’autorità giudiziaria competente o segnalerà l’accaduto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva 



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