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Divieto di doppia cessione del quinto della pensione

17 Novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Novembre 2018



Con riguardo alla doppia trattenuta operata dall’INPS relativa al quinto e doppio quinto della pensione, dal dibattimento processuale ho notato che l’INPS non ha rappresentato, in quella sede, che il sottoscritto aveva già in corso una cessione di quinto. Questo aspetto può essere molto importante per una valutazione del caso? 

La situazione del lettore è alquanto particolare:

– da un lato si ha una cessione del quinto che operava fino all’entrata in pensione del lettore, cessando i suoi effetti successivamente; 

– dall’altro l’operatività del divieto di doppia cessione del quinto stabilita dalla legge; 

– infine, una circolare che prevede diversi paletti e requisiti per l’operatività di dette cessioni (comunicazione di cedibilità, elencazione delle spese, esistenza di una polizza assicurativa, e così via). 

S’aggiunga che, nell’ordinamento, la seconda cessione del credito è, di fatto, possibile solo nelle forme della delega di pagamento, prevista dall’art. 1269 c.c., secondo cui se il debitore per eseguire il pagamento ha delegato un terzo, questi può obbligarsi verso il creditore, salvo che il debitore l’abbia vietato. 

Solo in questo caso il legislatore permette, quindi, la deroga al divieto di doppia cessione del quinto, che opera per le trattenute dirette alla pensione. 

È anche per questo che l’INPS, tramite la sua circolare, richiama l’operatività del criterio della prevalenza che altro non è che il principio stabilito dal codice civile all’art. 1265: “Se il medesimo credito ha formato oggetto di più cessioni a persone diverse, prevale la cessione notificata per prima al debitore, o quella che è stata prima accettata dal debitore con atto di data certa, ancorché essa sia di data posteriore”. 

Tale divieto, prima che dall’INPS è stato imposto dalla legge e, in particolare, dal Decreto Presidenziale della Repubblica n. 180/1950, che all’art. 5 comanda: “I pensionati pubblici e privati possono contrarre con banche e intermediari finanziari di cui all’art. 106 del testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 prestiti da estinguersi con cessione di quote della pensione fino al quinto della stessa, valutato al netto delle ritenute fiscali e per periodi non superiori a dieci anni. 

Tale limite è stato pure cristallizzato dalla Suprema Corte di Cassazione che, in un caso differente (ma analogo per principi), relativo a debiti contratti dal pensionato direttamente nei confronti dell’INPS, aveva insegnato che in tema di indebito previdenziale, l’Inps, salvo il diritto di avvalersi dell’azione di ripetizione di cui all’art 2033 c.c., può recuperare gli indebiti e le omissioni contributive anche mediante trattenute sulla pensione, in via di compensazione, col duplice limite che la somma oggetto di cessione, sequestro, pignoramento o trattenuta non superi la misura di un quinto della pensione, assegno o indennità e che sia fatto, comunque, salvo il trattamento minimo di pensione: tale principio opera anche con riguardo agli arretrati di pensione o di trattamento minimo, nè incide su di esso l’art 6, comma 11 quinquies, del d.l. n. 463 del 1983, da riferire esclusivamente alla indebita percezione della integrazione al minimo e pertanto non contenente una deroga ai limiti vigenti, indicati dall’art. 69 l. 30 aprile 1969 n. 153 (Cassazione civile, sez. lav., 05/06/2003, n. 9001). 

Da ciò ne deriva un’incontestabile uniformità di vedute in tema di cessioni del quinto pensionistico. 

E così, quando è ancora in corso di estinzione un prestito rimborsabile con quote di pensione, non è possibile stipulare con una diversa Banca/Intermediario Finanziario, un altro contratto della stessa specie, ancorché residui in capo al pensionato una quota di pensione cedibile. In tale caso limite, la seconda cessione potrà essere posta in coda, all’esaurirsi della prima. 

Piccolo accenno sull’eccezione dell’Istituto previdenziale sulla giurisdizione contabile della procedura ex art. 700 c.p.c. instaurata dal lettore. 

Tale questione è da ritenersi oramai superata stante l’intervento delle Sezioni Unite secondo cui la controversia relativa alla determinazione dell’importo della trattenuta da operare mensilmente sulla pensione di un pubblico dipendente, per la restituzione di un prestito pluriennale concesso dall’Inpdap (oggi Inps), non rientra nella giurisdizione della Corte dei conti, appartenendo a quella del giudice del rapporto di lavoro, da individuare – per situazioni soggettive azionate dopo il 30 giugno 1998 – nel giudice ordinario (Cassazione civile, sez. un., 17/04/2014, n. 8930). 

Alla luce di tutto ciò, a parere dello scrivente la soluzione migliore è quella di adire la giustizia ordinaria al fine di far dichiarare l’illegittimità di questa doppia trattenuta (violazione di legge, D.P.R. 180/1950) e, quindi, chiedere il rimborso delle somme illecitamente trattenute con un’azione di ripetizione di indebito oggettivo, ai sensi dell’art. 2033 c.c.: “Chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi dal giorno del pagamento, se chi lo ha ricevuto era in mala fede, oppure, se questi era in buona fede, dal giorno della domanda”. 

In subordine, ad avviso dello scrivente andrebbe aggiunta la domanda di ingiustificato arricchimento, avente carattere sussidiario rispetto alle altre azioni e, quindi, esperibile solo dopo che il Giudice abbia considerato non azionabile la domanda di indebito oggettivo. 

L’art. 2041 c.c. infatti stabilisce che “chi, senza una giusta causa, si è arricchito a danno di un’altra persona è tenuto, nei limiti dell’arricchimento, a indennizzare quest’ultima della correlativa diminuzione patrimoniale”; il successivo articolo poi spiega che l’azione di arricchimento non è proponibile quando il danneggiato può esercitare un’altra azione per farsi indennizzare del pregiudizio subito (art. 2042 c.c.). 

Così si eviterebbe un’eventuale inammissibilità dell’azione stabilita dal Giudice, abbracciando le due fattispecie di azione, previste in questo campo. 

Il fatto che l’INPS non abbia rappresentato, in quella sede, l’esistenza di una preesistente cessione di quinto non può rilevare in favore del lettore. 

Difatti, nel processo civile vige il principio dispositivo della prova, per cui il lettore che ha interesse ad eliminare gli effetti di quel fatto illecito (doppia trattenuta), dovrà indicare e provare l’esistenza di quanto sostenuto (e, quindi, l’esistenza delle doppie trattenute), senza che questo possa compromettere la posizione processuale di controparte; altrimenti, si assisterebbe ad un’inversione dell’onere probatorio, in questi casi posto in capo all’attore/ricorrente. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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