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Lavoratori italiani frontalieri e contributi per la pensione

17 Nov 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Nov 2018



Un soggetto residente in Italia in qualità di “frontaliere” con la Svizzera, che lavori in Svizzera, può scegliere di continuare a versare i contributi previdenziali all’INPS italiano e non all’Ente Previdenziale svizzero in cui ha sede il datore di lavoro? Questo per evitare di perdere il diritto alla pensione contributiva, avendo versato ad oggi in Italia già 12 anni di contributi in qualità di lavoratore dipendente contro i 20 anni minimi necessari per ottenere in futuro il calcolo della pensione con il metodo contributivo e non ritrovarsi con una minima pensione di vecchiaia. Tale obiettivo potrebbe essere in alternativa raggiunto attraverso un “distacco” del lavoratore dall’Italia alla Svizzera, anziché un licenziamento in Italia e nuova assunzione in Svizzera? 

La situazione previdenziale dei lavoratori italiani frontalieri, nel caso di specie con la Svizzera, prevede la possibilità di poter cumulare gli anni di lavoro in Svizzera per maturare il requisito alla pensione italiana. Tali periodi, però, sono figurativi, ossia sono utili per il raggiungimento del requisito pensionistico ma non ne aumentano il montante contributivo. Difatti, la pensione italiana viene versata sulla base dei contributi effettivamente versati in Italia. 

In altre parole, chi vanta anni lavorativi in Svizzera e in Italia riceverà quindi due pensioni: 

1. una pensione italiana, per ottenere la quale saranno considerati anche gli anni lavorativi svizzeri (utili solo alla maturazione del requisito contributivo), ma che sarà commisurata ai contributi versati in Italia; 

2. e una pensione svizzera, che si può chiedere a 65 anni e che sarà commisurata ai contributi versati in Svizzera. 

Quindi, al momento in cui si chiederà all’INPS la pensione, bisognerà segnalare la presenza di un periodo lavorativo all’estero, dando tutte le informazioni a disposizione. In questo modo, l’INPS provvederà a prendere contatto con l’ente estero per ottenere un estratto contributivo e disporrà le indicazioni necessarie per verificare la situazione contributiva estera e sommare gli anni contributivi dei due paesi. 

Laddove il frontaliero presta il proprio lavoro presso un’azienda che ha sede legale in Svizzera, non può scegliere di versare i contributi in Italia, in quanto bisogna rispettare la legislazione sociale del Paese in cui è ubicata l’azienda stessa. 

Differente è il caso del distacco transanzionale. Soffermandosi in questa sede sul regime previdenziale, per i lavoratori distaccati dalle imprese comunitarie trova applicazione il principio di “personalità”, opposto al principio di “territorialità” vigente di regola in materia di condizioni di lavoro. Tale principio prevede il mantenimento, da parte del lavoratore distaccato, del regime contributivo, previdenziale ed assistenziale del Paese d’origine. È chiaro che in tal caso la disciplina in materia di distacco transnazionale deve essere in regola con le nuove normative stabilite dal D.Lgs. n.136/2016, in vigore dal 22 luglio 2016, emanato in attuazione della Direttiva 2014/67/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 maggio 2014, che ha abrogato il D.Lgs. n.72/2000 di attuazione della Direttiva 96/71/CE recependone le relative disposizioni. 

In conclusione: 

– se il lettore continua a prestare il proprio lavoro in Svizzera come lavoratrice frontaliero, potrà far valere i suoi periodi contributivi in Italia a titolo “figurativo”. Ciò significa che gli stessi sono utili alla maturazione del requisito contributivo ma non incrementato il montante e quindi l’importo pensionistico finale; 

– se le azienda decide di fare un distacco transnazionale (v. D.Lgs. n.136/2016), il regime previdenziale che si applica sarà quello del Paese d’origine e quindi l’Italia. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio 



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