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Malattia: come prolungare l’assenza dal lavoro

19 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 ottobre 2018



Proroga della malattia, ricaduta, azzeramento del periodo di comporto: come posticipare il rientro al lavoro senza conseguenze negative?

Il medico ti ha assegnato una settimana di malattia, che è appena trascorsa, ma tu stai ancora male e non te la senti di rientrare al lavoro? Oppure sei guarito, ma hai avuto una ricaduta e devi nuovamente interrompere l’attività? O, ancora, hai una patologia grave, per la quale ti sono stati assegnati mesi di assenza, ma hai paura di essere licenziato per superamento del periodo di conservazione del posto, e vorresti azzerare il comporto per malattia?

Devi sapere che, nella generalità dei casi, prolungare le assenze per malattia è possibile: bisogna, però, che i motivi alla base della proroga dell’assenza siano certificati da un medico. Inoltre, è bene stare molto attenti a non superare il periodo di comporto, cioè il periodo di conservazione del posto: non in tutti i casi il conto del periodo massimo di malattia si può azzerare, quindi, se l’assenza è lunga, si rischia il licenziamento. La maggior parte dei contratti collettivi applicati dalle aziende, infatti, prevede un arco di tempo entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite: in questi casi, rientrare in servizio per poi riassentarsi per malattia non può azzerare il comporto.

Ci sono però delle possibilità di allungare l’assenza per malattia: molti contratti, ad esempio, prevedono la possibilità di chiedere un’aspettativa non retribuita, terminato il comporto, per non perdere il posto di lavoro.

Fai attenzione, comunque, alla visita fiscale: devi sapere che, con la recente riforma della visita fiscale, il medico dell’Inps può passare più volte nell’arco della stessa assenza per malattia, a prescindere dal fatto che ci sia stata una proroga della data di guarigione o una ricaduta. Addirittura, il medico fiscale può passare due volte nell’arco della stessa giornata.

Ma procediamo per ordine, e vediamo, in caso di malattia, come prolungare l’assenza dal lavoro.

Che cosa faccio se non sono guarito e termina la malattia?

Se il tuo medico curante ha indicato una determinata data di guarigione (nel certificato, data di fine prognosi), ma tu non sei ancora guarito, non devi ritornare al lavoro. Devi, però, recarti immediatamente dal medico che ha emesso il certificato e farti visitare: il medico emetterà un nuovo certificato, il certificato di continuazione della malattia, se lo riterrà opportuno, con una nuova data di guarigione. Ricorda che devi farti visitare, non basta telefonare al medico e dirgli che stai ancora male.

Anche lo stesso medico dell’Inps, durante la visita fiscale, potrebbe variare la data di fine prognosi spostandola più in avanti, se ritiene che la guarigione non possa avvenire nella data indicata nel certificato di malattia.

In ogni caso, sia il tuo medico che il medico fiscale potrebbero anche anticipare la data di guarigione, nel caso in cui ritengono che tu sia guarito, o possa guarire, prima della data indicata nel certificato.

Ricorda che la visita fiscale può passare più volte anche se sei già stato visitato, quindi anche nel periodo di continuazione della malattia.

Che cosa faccio se ho una ricaduta?

Se sei guarito e rientrato al lavoro, ma hai avuto una ricaduta, devi recarti nuovamente dal medico curante, che dopo gli accertamenti del caso farà un nuovo certificato. Se il certificato è emesso entro 30 giorni dalla data di cessazione della precedente patologia, l’assenza è considerata come una sua continuazione, e di conseguenza l’indennità di malattia Inps è corrisposta considerando la ricaduta come unica malattia.

Che cosa faccio se supero il periodo di comporto?

Se la durata della malattia è molto lunga, potresti rischiare di superare il periodo di comporto. Il periodo di comporto è il periodo massimo, solitamente stabilito dal contratto collettivo applicato, entro il quale il lavoratore si può assentare per malattia senza perdere il posto di lavoro.

Questo periodo non è uguale per tutti i dipendenti, ma cambia a seconda del tipo di contratto (a termine o a tempo indeterminato), dell’inquadramento, dell’anzianità e del contratto collettivo applicato.

Se superi il periodo di comporto, il datore di lavoro ti può licenziare liberamente: ci sono però dei rimedi che evitano il superamento del periodo massimo di conservazione del posto. Vediamo quali, dopo aver capito meglio come funziona il comporto.

Comporto secco e comporto per sommatoria

Il comporto può essere di due tipi:

  • secco: in questo caso il periodo massimo di conservazione del posto si riferisce ad un’unica malattia, senza interruzioni; ad esempio, il contratto collettivo può stabilire che il periodo tutelato abbia una durata massima pari a 3 mesi di malattia;
  • per sommatoria: in questo caso, il contratto prevede un arco di tempo (ad esempio un anno) entro cui la somma dei giorni di malattia non può superare un determinato limite; ad esempio, il contratto può prevedere un massimo di 180 giorni di malattia (riferiti non solo ad un unico evento morboso, ma anche a più malattie sommate tra loro) nell’arco di un anno, o, come avviene per i dipendenti pubblici, 18 mesi nell’arco di tre anni; ai fini del superamento del comporto sono contati anche i giorni festivi e non lavorati, se interni al periodo di assenza per malattia indicato nel certificato medico.

Come si conta il comporto per i dipendenti pubblici?

Per la generalità dei dipendenti degli enti locali, i contratti collettivi prevedono che che, in caso di assenza dovuta ad infortunio (non sul lavoro) o a malattia (non professionale, né riconosciuta dipendente da causa di servizio), il diritto alla conservazione del posto spetti fino alla guarigione clinica e, comunque, non oltre un periodo pari a 18 mesi.

Ai fini della maturazione del periodo di comporto, si sommano tutte le assenze per malattia intervenute nei tre anni precedenti l’ultimo episodio di malattia in corso. Di conseguenza, interrompere la malattia e riassentarsi non azzera il comporto.

Per stabilire se e quando risulta superato il periodo di comporto, in pratica, è necessario:

  • sommare le assenze intervenute nei tre anni precedenti la nuova malattia;
  • sommare a queste assenze quelle dell’ultimo episodio di malattia.

In parole semplici, per verificare se i 18 mesi sono stati superati bisogna contare a ritroso di 36 mesi rispetto alla data di inizio dell’ultima malattia, poi sommare le giornate di assenza relative all’ultima malattia.

Come si azzera il comporto per malattia?

Nell’ipotesi di comporto secco, il periodo tutelato si azzera una volta terminata la malattia: in pratica, se ti ammali, ma non superi le giornate previste dal contratto, al verificarsi di una nuova malattia il conteggio riparte da zero.

Tuttavia, può succedere che il lavoratore si ammali più volte, per diverse ragioni, e che le singole malattie durino sempre meno del comporto secco. In questo caso, se sommando tutte le giornate di malattia si supera il comporto secco, si deve fare riferimento a due limiti, per determinare il periodo tutelato:

  • la durata prevista dal contratto per il comporto secco;
  • la durata (vigenza) del contratto collettivo.

In pratica, la durata del contratto collettivo è il periodo di riferimento entro il quale sommare più episodi di malattia: se, sommando le malattie che si verificano durante tale periodo, si supera il comporto secco, il lavoratore decade dalla tutela.

Nell’ipotesi di comporto per sommatoria, invece, le situazioni sono differenti, a seconda dell’arco di tempo indicato dal contratto collettivo:

  • se l’arco di tempo è l’anno di calendario, al 31 dicembre il comporto si azzera, ed inizia da gennaio il conteggio di un nuovo periodo;
  • -se l’arco di tempo è espresso in giornate dal contratto, come 365 giorni, si devono contare le giornate a ritroso dall’ultima malattia.

Quali giornate possono essere escluse dal comporto?

Se la malattia è stata causata da un comportamento illegittimo del datore di lavoro, i periodi di assenza sono esclusi dal calcolo del comporto (ad esempio in caso di mobbing o demansionamento).

Sono escluse anche le patologie legate alla gravidanza, e gli infortuni causati dal datore di lavoro.

Per i dipendenti pubblici, sono escluse dal comporto le giornate di assenza per patologie gravi che richiedono terapie salvavita, o terapie assimilabili come l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per soggetti affetti da Aids; nel dettaglio, sono esclusi dal comporto:

  • i giorni di ricovero ospedaliero;
  • i giorni di day hospital;
  • i giorni di assenza dovuti alle terapie appena menzionate.

Le terapie ed i ricoveri, perché le giornate possano essere escluse dal periodo di comporto, devono essere certificati dalla competente Asl o struttura convenzionata.

Si può sospendere il comporto per malattia?

Le ferie durante la malattia sospendono il periodo di comporto: il lavoratore può dunque fare domanda, per evitare che il periodo tutelato termini. Il datore di lavoro, però, non è obbligato a concedere le ferie, nonostante queste siano indispensabili per interrompere la malattia ed evitare che il lavoratore perda il posto.

Si può prolungare il comporto per malattia?

Alcuni contratti collettivi prevedono la possibilità di chiedere un periodo di aspettativa non retribuita, terminato il comporto. Il datore di lavoro, però, non è obbligato né a collocare unilateralmente il dipendente in aspettativa, né a sollecitare la richiesta di aspettativa.

Per i dipendenti pubblici, superati i 18 mesi di comporto, al lavoratore può essere concesso, dietro apposita domanda, di assentarsi per un massimo di ulteriori 18 mesi, in situazioni particolarmente gravi, previo accertamento da parte della commissione medica competente delle condizioni di salute.

L’assenza è un’aspettativa non retribuita.


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