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Si perde la disoccupazione se si ha un lavoro? 

18 ottobre 2018


Si perde la disoccupazione se si ha un lavoro? 

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 ottobre 2018



Incassa la Naspi, ossia l’assegno di disoccupazione, chi lavora ma si ritrova a percepire un reddito sotto il minimo imponibile.

Tempo fa sei stato licenziato. Da allora, stai prendendo regolarmente, ogni mese, l’assegno di disoccupazione. Difatti il datore di lavoro ha comunicato agli uffici preposti il recesso dal rapporto di lavoro e, così, hai potuto presentare all’Inps la domanda per la Naspi. Di recente, però, ti si è presentata un’occasione: un’azienda sarebbe disposta ad assumerti. La retribuzione che ti viene offerta è tuttavia molto bassa, non sufficiente per vivere. Preferiresti continuare a ricevere l’assegno di disoccupazione e, nel frattempo, trovare offerte più vantaggiose. Dall’altro lato, però, temi che il rifiuto di un posto di lavoro possa comportare la perdita della Naspi. Non in ultimo c’è il fatto che stare a casa non ti piace e, alla fine dei conti, pensi che un’occupazione, seppur mal pagata, sia sempre meglio dell’inattività, anche solo ai fini del curriculum e dell’acquisizione di nuove esperienze. Il tuo dubbio è allora presto detto: si perde la disoccupazione se si ha un lavoro?

Non preoccuparti: se il tuo problema è davvero questo, sappi che c’è un modo per ottenere l’assegno di disoccupazione e, nello stesso tempo, lavorare. Qualora il reddito percepito non superi un tetto predefinito dalla legge (di cui a breve parleremo), anche dopo l’assunzione non si perde la Naspi. A confermarlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Proprio ieri la Corte ha ricordato che, a determinate condizioni, non si perde la disoccupazione se si ha un lavoro. Vediamo allora qual è stato il chiarimento offerto dai giudici supremi.

Si perde la Naspi se si rifiuta un posto di lavoro

Innanzitutto vediamo qual è la regola generale. La Naspi, ossia l’assegno di disoccupazione, viene riconosciuta a chi è rimasto senza lavoro non per sua volontà, ossia nei casi di licenziamento (anche per giusta causa) o dimissioni per giusta causa (quelle cioè determinate da un comportamento colpevole del datore, come ad esempio il mancato pagamento degli stipendi). Di conseguenza l’Inps interrompe l’erogazione dell’assegno nel momento in cui il percettore ottiene un nuovo posto di lavoro e cessa lo stato di disoccupazione.

La legge prevede però la cessazione della Naspi anche quando il disoccupato rinuncia, senza un valido motivo, a un’offerta lavorativa. Tale previsione, tuttavia, è di difficile attuazione. Come infatti abbiamo già spiegato in Rifiutare un lavoro per mantenere la disoccupazione: chi viene a saperlo, le assunzioni avvengono quasi sempre su chiamata diretta ed in privato, non tramite il centro per l’impiego. Il che significa che l’ufficio non può sapere se il disoccupato ha rifiutato immotivatamente l’offerta.

Quando la Naspi è compatibile con un’offerta di lavoro

La regola generale appena descritta – quella cioè secondo cui la Naspi cessa con una nuova assunzione – prevede però un’eccezione.

Com’è facile da intuire, è successo spesso (e succede tutt’ora) che, per non perdere l’assegno, i cittadini abbiano accettato lavori in nero, così percependo la disoccupazione e lo stipendio. Così il legislatore ha previsto che lo stato di disoccupazione – e quindi il relativo assegno – non si perde anche quando si viene assunti a condizione però che il reddito percepito dal lavoratore dipendente non superi 8000 euro. Nel caso di lavoro autonomo il reddito entro il quale si continua a percepire la Naspi scende a 4800 euro (e ciò probabilmente per la facilità con cui gli autonomi possono realizzare nero senza fatturare). Il tetto ritorna ad 8.000 euro per chi svolge attività di collaborazione esterna e continuativa (co.co.co.).

Questi aspetti vengono messi in rilevo dalla Cassazione che appunto ha condannato l’Inps a pagare la disoccupazione anche a chi un lavoro ce l’ha ma si ritrova a percepire un reddito che non arriva al minimo previsto dalla legge. E ciò perché l’interessato diventa incapiente non per sua colpa: l’indennità va dunque riconosciuta anche al lavoratore in somministrazione che perde uno dei due contratti part-time che lo legano all’agenzia, esattamente come avviene nel caso di più rapporti a tempo parziale con distinti datori di lavoro.

Passa quindi la linea secondo cui il trattamento per la tutela contro la disoccupazione non deriva dall’assoluta mancanza di un’attività, ma può scattare anche in caso di percezione di redditi anche da lavoro, purché inferiori alla soglia minima tassabile.

note

[1] Cass. sent. n. 26027/18.


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