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Se l’avvocato chiede troppo

18 ottobre 2018


Se l’avvocato chiede troppo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 ottobre 2018



L’avvocato può chiedere al proprio cliente onorari maggiori di quelli liquidati in sentenza?

Hai incaricato un avvocato di difenderti in un processo particolarmente complesso. Prima di firmargli il mandato hai concordato con lui un compenso per l’opera da svolgere e, raggiunto l’accordo, gli hai versato un anticipo. Sono trascorsi diversi anni da allora e adesso che hai vinto la causa puoi finalmente dormire sereno. Si apre però un nuovo fronte: quello del pagamento dell’avvocato, il quale pretende il resto della parcella a suo tempo concordata. Dal canto tuo, vorresti riconoscergli di meno: quanto il giudice gli ha liquidato nella sentenza attraverso la condanna alle spese processuali nei confronti dell’avversario. Ti accorgi solo ora, infatti, che il prezzo che ti aveva preventivato all’epoca è di gran lunga superiore alle tariffe professionali vigenti. Sentendoti truffato, gli proponi così una soluzione bonaria, ma lui non ne vuole sapere e, anzi, minaccia di farti causa. Che fare se l’avvocato chiede troppo?

Il tuo caso è stato risolto, proprio di recente, da due ordinanze della Cassazione emesse a sette giorni di distanza l’una dall’altra [1]. Le pronunce si occupano del delicato tema relativo ai compensi dei legali. Compensi che – lo ricordiamo a quanti lo avessero dimenticato – sono stati ormai liberalizzati dal famoso Decreto Bersani. Ecco dunque come stanno le cose.

A quanto ammonta la parcella dell’avvocato?

L’avvocato e il cliente possono concordare qualsiasi importo quale corrispettivo per l’assistenza giudiziale (la difesa in un processo, un recupero crediti, un divorzio, ecc.) o stragiudiziale (la redazione di un contratto, una pratica per un risarcimento dall’assicurazione, ecc.). Non esistono più le tariffe minime (se non nei confronti delle banche, delle assicurazioni e delle grosse società per le quali vige il divieto di scendere al di sotto di un “equo compenso”).

Questo significa che, innanzitutto, per stabilire quale sia il compenso da pagare all’avvocato bisogna verificare gli accordi tra le parti. Anzi, l’avvocato è obbligato a fornire al proprio assistito un preventivo scritto che può essere modificato in corso di causa solo se sopraggiungono elementi che non potevano essere previsti prima (ad esempio una difesa divenuta più complicata a seguito della chiamata in giudizio di altri soggetti).

Questo preventivo è quindi l’elemento da cui partire per sapere a quanto ammonta la parcella dell’avvocato.

Se però le parti non hanno concordato alcun compenso, sarà il giudice a quantificare l’importo da pagare, attenendosi alle tariffe stabilite con un Decreto Ministeriale del 2014. Lo puoi trovare in questo articolo Quanto costa fare una causa?

L’avvocato può chiedere di più rispetto a quanto liquidato dal giudice?

Immaginiamo allora che il giudice abbia liquidato un compenso, a titolo d rimborso delle spese legali, che sia inferiore rispetto a quanto prima pattuito tra avvocato e cliente. Cosa succede in questi casi? A prevalere è ancora una volta l’accordo tra le parti. La condanna dell’avversario alle spese processuali servirà a coprire – ma, a questo punto, solo in parte – i costi del processo sostenuti dal vincitore. Il quale però, per il resto, dovrà attingere dalla tasca propria. Nell’esempio da cui siamo partiti, non basta al cliente eccepire il fatto che il giudice abbia liquidato un onorario inferiore per sottrarsi agli impegni presi al conferimento del mandato. Vorrà dire che sarà rimborsato solo parzialmente dall’avversario.

L’avvocato può sempre pretendere dal cliente onorari maggiori di quelli liquidati in sentenza. L’avvento dei parametri, peraltro, non ha mutato la situazione dal momento che il legale resta comunque estraneo al giudizio che dispone il pagamento delle spese in proprio favore.

La sentenza che opera la liquidazione delle spese nell’ambito dei rapporti tra le parti non può superare e prevalere sugli accordi contratti tra cliente e avvocato. Senza contare poi che la sentenza che ha liquidato le spese non ha efficacia nei confronti del legale dal momento che lo stesso non è parte del giudizio e non può dedurre specifiche considerazioni.

La Suprema corte ha affermato che la misura degli oneri dovuti dal cliente al proprio avvocato prescinde dalle statuizioni del giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese e agli onorari di causa e deve essere determinata in base a criteri diversi da quelli che regolano la liquidazione delle spese tra le parti. Solo l’inequivoca rinuncia del legale al maggiore compenso può impedirgli di pretendere onorari maggiori e diversi da quelli liquidati in sentenza. Tale rinuncia però non può essere desunta dalla semplice accettazione della somma corrisposta dal cliente per spese, diritti e onorari, nella misura liquidata in sentenza e posta a carico dell’altra parte, quando non risulti in concreto che la somma è stata accettata a saldo di ogni credito.

E se l’avvocato chiede troppo?

Che succede dunque se l’avvocato chiede un compenso superiore ai minimi tariffari del Decreto Ministeriale? Lo abbiamo già detto. Se non c’è stato un previo accordo tra le parti, firmato al momento del mandato, prevalgono le tariffe professionali del DM 2014 (di solito più basse). Se invece è stato concordato un compenso, prevale quest’ultimo. Quindi le pattuizioni tra le parti risultano preminenti su tutti gli altri criteri di liquidazione e il compenso va determinato in base alla tariffa «ed adeguato all’importanza dell’opera soltanto in mancanza di convenzione».

In materia di onorari del difensore è valida la convenzione tra professionista e cliente che stabilisce la misura degli onorari stessi in misura superiore al massimo tariffario, in quanto vige il principio di ammissibilità e validità di convenzioni con oggetto i compensi dovuti dai clienti agli avvocati, «anche con previsione di misure eccedenti quelle previste dalle tariffe forensi».

note

[1] Cass. ord. n. 25992/18 del 17.10.2018 e n. 25054/18 del 10.10.2018.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 9 maggio – 10 ottobre 2018, n. 25054

Presidente Orilia – Relatore Federico

Fatto

M.E. propone ricorso per cassazione, con quattro motivi, avverso la sentenza della Corte d’Appello di Ancona n. 726/2013 pubblicata il 26 ottobre 2013, nei confronti di F.G. , Ma.Ma. , m.r. e Me.Cl. , con la quale, per quanto in questa sede ancora interessa, determinato il compenso dell’avv. M. in 59.000,00 Euro per le prestazioni professionali da questi eseguite, ed accertato l’ammontare degli acconti già versati dal F. , condannava il M. alla restituzione di quanto versato in eccedenza, nonché all’importo assegnatogli in sede esecutiva, pari a 149.258,10 Euro, ed alle spese di cancellazione dell’iscrizione ipotecaria e del pignoramento, affermando che l’autonomia delle parti come fonte primaria per il compenso spettante all’avvocato trovava un limite nell’inderogabilità dei minimi e dei massimi delle tariffe professionali.

Dichiarava inoltre l’inammissibilità della domanda riconvenzionale dell’opposto e della chiamata in causa di terzi.

I signori F. , m. , Me. e Ma. resistono con controricorso e propongono ricorso incidentale condizionato, cui il ricorrente resiste, a sua volta, con controricorso.

lo prossimità dell’odierna adunanza, i signori F. , m. , Me. e Ma. hanno depositato memoria illustrativa.

Diritto

Il primo motivo denuncia violazione ed errata applicazione dell’art. 2233 c.c. censurando la statuizione della Corte d’Appello, che ha affermato la nullità della pattuizione con cui le parti avevano stabilito, per le prestazioni professionali effettuate dal ricorrente, un compenso professionale eccedente i massimi di tariffa, ritenendo l’inderogabilità dei massimi tariffari.

Il motivo è fondato.

In tema di compensi spettanti ai prestatori d’opera intellettuale, l’art. 2233 c.c. pone una gerarchia di carattere preferenziale, indicando in primo luogo l’accordo delle parti ed in via soltanto subordinata le tariffe professionali, ovvero gli usi: le pattuizioni tra le parti risultano dunque preminenti su ogni altro criterio di liquidazione (Cass. 6732/2000) ed il compenso va determinato in base alla tariffa ed adeguato all’importanza dell’opera soltanto in mancanza di convenzione.

In particolare, in materia di onorari di avvocato deve ritenersi valida la convenzione tra professionista e cliente, che stabilisce la misura degli stessi in misura superiore al massimo tariffario (Cass. 7051/1990), vigendo il principio di ammissibilità e validità di convenzioni aventi ad oggetto i compensi dovuti dai clienti agli avvocati, anche con previsione di misure eccedenti quelle previste dalle tariffe forensi (Cass. Ss.Uu. 103/1999).

Nel caso di specie, non è contestato che le parti abbiano pattuito per iscritto il compenso dovuto al ricorrente per l’incarico professionale, onde la pronuncia di nullità della convenzione suddetta per violazione dei massimi tariffari e la conseguente determinazione giudiziale del compenso, effettuata dalla Corte territoriale, risulta in violazione della disposizione dell’art. 2233 c.c.

Con il secondo molino, si denuncia la violazione e falsa applicazione degli art. 183 e 184 cpc, nella versione precedente alle modifiche apportate dal 131 35/2005, lamentando che la Corte territoriale abbia fondato la sua decisione su un documento, costituito dalla quietanza di una somma di 45.000,00 E prodotto dal F. successivamente allo spirare dei termini di cui agli artt. 183 e 184 cpc.

Il motivo è infondato.

Premesso che l’odierno ricorrente, a fronte dello specifico motivo di impugnazione proposto in appello dai resistenti circa l’efficacia confessoria della quietanza, che era stata esclusa dal primo giudice, non ha dedotto la tardività della produzione della stessa e ne ha anzi contestato, nel merito, l’efficacia probatoria, la Corte territoriale ha implicitamente ritenuto la quietanza indispensabile ai fini della decisione, con conseguente valutazione di ammissibilità del documento, in conformità al più recente indirizzo delle Ss.Uu. di questa Corte secondo cui “prova nuova indispensabile di cui al testo dell’art. 345 cpc comma 3 è quella di per sé idonea ad eliminare ogni incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, a prescindere dal rilievo che la parte sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado (Cass.Ss.Uu.10790/2017).

Il terzo motivo denuncia l’errata applicazione dell’art. 2730 c.c. nella parte in cui il giudice di appello ha riconosciuto natura di confessione stragiudiziale alla ricevuta datata 31.12.2003 emessa dal ricorrente, esonerando il signor F. dall’onere di provare la dazione della somma di 45.000,00 Euro, deducendo che la Corte territoriale avrebbe omesso di rilevare l’errore in cui il ricorrente era incorso nel rilasciare la quietanza, a fronte dell’assegno ricevuto ma non incassato.

Il ricorrente deduce che il F. non ha fornito alcuna prova in ordine al rapporto professionale cui si riferiva la quietanza e deduce che le risultanze documentali avrebbero dovuto indurre il giudice di appello a considerazioni ben diverse da quelle cui è pervenuto.

Il motivo è inammissibile, in quanto, nonostante la rubrica, si risolve, di fatto, nella richiesta di riesame, nel merito, dell’apprezzamento della Corte territoriale, che, con motivazione logica. coerente ed adeguata ha ritenuto che le deduzioni dell’odierno ricorrente non fossero idonee a superare l’efficacia di confessione stragiudiziale della quietanza.

Nessuna violazione di legge è dunque ravvisabile nella statuizione della Corte territoriale, che ha correttamente attribuito alla quietanza efficacia di confessione in ordine al pagamento dell’importo ivi indicato, ed ha ritenuto che tale efficacia non potesse ritenersi superata dagli elementi (meramente) indiziari allegati dall’odierno ricorrente.

Il quarto motivo denuncia la violazione ed errata applicazione degli artt. 167 e 183 cpc, censurando la statuizione con la quale sono state ritenute inammissibili le domande proposte in via riconvenzionale dall’odierno ricorrente, sul solo rilievo che la propria domanda era conseguenza della domanda ed eccezioni sollevate nei suoi confronti dall’opponente con l’atto di opposizione al decreto ingiuntivo emesso in suo favore.

Pure tale motivo è inammissibile per genericità, in quanto non attinge la ratio decidendi posta a fondamento della statuizione di inammissibilità e fondata sul fatto che le eccezioni e le domande proposte dal F. nell’opposizione al decreto ingiuntivo ?on avevano ampliato il thema decidendum.

La statuizione della Corte territoriale è conforme a diritto.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, infatti, l’opposto non può far valere domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione, salvo che, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi nella posizione processuale di convenuto, al quale non può essere negato il diritto di difesa rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte (Cass. 21245/2006; 8077/2007; 21101/2015).

Essendo infatti l’opposto attore in senso sostanziale, è evidente che l’eventuale reconventio reconventionis debba essere diretta conseguenza della domanda riconvenzionale proposta dall’opponente, che abbia ampliato il thema decidendum, incorrendo altrimenti nell’implicito divieto su menzionato.

Passando al ricorso incidentale condizionato spiegato dai resistenti, con esso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2733 c.c., per avere la Corte territoriale erroneamente negato l’esistenza di un “patto di quota lite” in relazione all’incarico professionale conferito all’odierno ricorrente per l’acquisto di un immobile.

Il motivo è inammissibile in quanto non riporta integralmente, nel corpo del ricorso, le pattuizioni integranti il dedotto -patto di quota lite”.

È al riguardo inidoneo lo stralcio del contratto riportato in ricorso – ed il riferimento al pagamento del compenso, da effettuarsi contestualmente a quello del corrispettivo della compravendita e comunque, -in ogni caso in cui il mandante e i suoi congiunti o aventi causa stipulassero l’atto pubblico di compravendita dell’immobile” – trattandosi di espressioni dalle quali non può univocamente desumersi che il compenso sia stato correlato al risultato pratico dell’operazione o facendo riferimento alla somma conseguita dal cliente.

In conclusione, va accolto il primo motivo del ricorso principale; vanno invece, respinti gli altri motivi del ricorso principale ed il ricorso incidentale condizionato. La sentenza va dunque cassata in relazione al motivo accolto e la causa va rinviata alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 115 del 2002 sussistono dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso principale, respinti gli altri.

Respinge il ricorso incidentale condizionato.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 12 luglio – 17 ottobre 2018, n. 25992

Presidente Lombardo – Relatore Scalisi

Fatti di causa e ragioni della decisione

L.O.L.C. impugnava il decreto ingiuntivo n. 475 del 2016, con il quale il Tribunale di Aosta, su richiesta dell’avv. C.C. , aveva ingiunto il pagamento della somma di C. 20.600,61 a titolo di compenso per prestazioni professionali (attività giudiziale di assistenza, rappresentanza e difesa) nell’ambito di un procedimento innanzi alla Corte di Appello di Torino. A sostegno dell’opposizione è stato eccepito che la somma richiesta a titolo di compenso professionale era superiore, e non sarebbe dovuto essere a quella liquidata dalla Corte di Appello.

Si costituiva l’avv. C. , sostenendo che la liquidazione operata dalla Corte di Appello non era vincolante, né impediva che l’avvocato chiedesse un compenso maggiore rispetto a quello liquidato dalla Corte di Appello, dovendosi ritenere che la liquidazione operata dal giudice attiene ai rapporti tra le parti, ma non vincola la determinazione del compenso professionale nei rapporti tra l’avvocato e il cliente, con determinazione del compenso supportata dal parere del Consiglio dell’Ordine.

Il Tribunale di Aosta con ordinanza del 19 maggio 2017 con numero di RG. 1542 del 2016 accoglieva l’opposizione, revocava il decreto ingiuntivo, dichiarava non dovute dall’attrice L. in opposizione le somme richieste dalla convenuta avv. C. e compensava le spese del giudizio. Secondo il Tribunale di Aosta l’orientamento giurisprudenziale elaborato al tempo delle tariffe forensi e secondo il quale la misura degli onorari dovuti all’avvocato dal cliente poteva essere determinata in base ai criteri diversi rispetto a quelli della liquidazione delle spese non poteva dirsi vigente dopo la soppressione delle tariffe, l’approvazione dei parametri di cui al DM 55 del 2014 e la riforma della legge professionale n. 247 del 2012.

La cassazione di questa ordinanza è stata chiesta da C.C. con ricorso affidato a due motivi: a) per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 13 della legge 247 del 2013 e degli artt. 4 e 5 del DM n. 55 del 2014 ex art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ. e art. 111 cost. Secondo la ricorrente, il Tribunale di Aosta avrebbe errato nell’affermare che la sentenza che opera la liquidazione delle spese nell’ambito dei rapporti tra le parti non può che costituire il punto di riferimento per la liquidazione anche nei rapporti tra il cliente e l’avvocato perché, ove così fosse, si riconoscerebbe efficacia alla sentenza contro un soggetto che non è stato parte di quel giudizio. Per altro, la riforma della legge professionale e il passaggio dal sistema tariffario a quello dei parametri non possono avere avuto alcuna incidenza sul principio, secondo il quale la sentenza non produce effetti nei confronti delle parti. B) per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 13 della legge n. 247 del 2013 e degli artt. 4 e 5 del DM n. 55 del 2014 ex art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ. Secondo la ricorrente, l’ordinanza del Tribunale di Aosta andrebbe cassata anche nella parte in cui statuisce che l’avvocato di cui deve uniformare la liquidazione del compenso alla somma già liquidata dal giudice, salvo che questi non abbia dedotto nell’ambito del procedimento per la liquidazione dei propri compensi, specifici oggettivi ulteriori rispetto a quelli emersi nell’ambito del giudizio di cui è stata svolta l’attività professionale, dovendo considerare che nel giudizio relativo alla liquidazione tra cliente e controparte l’avvocato non può introdurre alcun elemento in proprio favore per la liquidazione del compenso, né può prospettare alcunché, dato che l’avvocato non è parte e nel giudizio l’avvocato deve occuparsi degli stretti interessi del cliente da lui patrocinato.

L. in questa fase non ha svolto attività giudiziale.

Su proposta del relatore, il quale riteneva che i motivi formulati con il ricorso potevano essere dichiarati fondati, con la conseguente definibilità nelle forme dell’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375, comma 1, n. 1), c.p.c., il Presidente ha fissato l’adunanza della Camera di Consiglio.

Rileva il collegio che il ricorso è fondato, in tal senso trovando conferma la proposta già formulata dal relatore, ai sensi del citato art. 380-bis c.p.c..

1.- Nella giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, sentenze 19/10/1992 n. 11448; 30/5/1991 n. 6101; 28/6/1989 n. 3158) è incontrastato il principio secondo cui la misura degli oneri dovuti dal cliente al proprio avvocato prescinde dalle statuizioni del giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese ed agli onorari di causa e deve essere determinata in base a criteri diversi da quelli che regolano la liquidazione delle spese tra le parti (quali, tra gli altri, il risultato ed altri vantaggi anche non patrimoniali). La stessa esistenza di distinte previsioni normative per la determinazione dei compensi nei riguardi del cliente – ancorché vi sia stata la pronuncia sulle spese da parte del giudice che ha definito la relativa controversia- univocamente comprova che l’ammontare delle somme dallo stesso cliente dovute, può essere diverso rispetto a quello formante oggetto della suddetta pronuncia, per cui tra le due liquidazioni può esservi corrispondenza. Ciò è, d’altra parte, confermato dalle deliberazioni dei Consigli Nazionali Forensi in base alle quali – come risulta dalla tariffa approvata con il D.M. n.55 del 2014 (articoli 5 e 6) -nella liquidazione degli onorari a carico del cliente può aversi riguardo, tra l’altro, ai risultati del giudizio, ai vantaggi conseguiti anche non patrimoniali, nonché al valore effettivo della controversia quando esso risulti, manifestamente, diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile.

Le dette disposizioni integrano una norma di favore del professionista e, al riguardo, questa Corte ha avuto modo di precisare che la differenza in questione è legata al diverso fondamento dell’obbligo di pagamento degli onorari che, per il cliente, riposa nel contratto di prestazione d’opera e, per la parte soccombente, nel principio di causalità (sentenza 19/10/1992 n. 11448). Il cliente, quindi, è sempre obbligato a corrispondere gli onorari e i diritti all’avvocato ed al procuratore da lui nominati ed il relativo ammontare deve essere determinato dal giudice nei suoi specifici confronti a seguito di procedimento monitorio o dal procedimento previsto dagli articoli 28 e 29 della legge n. 794 del 1942, senza essere vincolato alla pronuncia sulle spese da parte del giudice che ha definito la causa cui le stesse si riferiscono. D’altra parte, l’eventuale errore contenuto nella detta pronuncia (per il mancato rispetto dei minimi tariffari) non può di certo ricadere sul professionista se la parte non ha inteso impugnare il provvedimento sulle spese. Inoltre, proprio perché sono diversi i criteri dettati per la liquidazione degli onorari a carico del cliente ed a carico della controparte, sarebbe illogico pretendere l’indicazione, nella nota spese a carico del soccombente, delle maggiori somme che il professionista ha diritto a percepire soltanto dal cliente.

Senza dire, o, per maggior chiarezza e a conferma, va detto, che la sentenza che ha provveduto alla liquidazione delle spese giudiziali non ha efficacia (cioè, non è vincolante per l’), nei confronti, dell’avvocato per l’assorbente ragione che lo stesso non è parte del giudizio (Cfr. Cass.10383 del 2017, n. 518 del 2016), di cui si dice, né in quel giudizio, sia pure relativamente alla liquidazione delle spese, può dedurre specifiche considerazioni.

Pertanto, la misura degli onorari dovuti dal cliente al proprio avvocato prescinde dalla liquidazione contenuta nella sentenza, che condanna l’altra parte al pagamento delle spese e degli onorari di causa, per cui solo l’inequivoca rinuncia del legale al maggiore compenso può impedirgli di pretendere onorari maggiori e diversi da quelli liquidati in sentenza. Tale rinuncia non può essere desunta dalla mera accettazione della somma corrisposta dal cliente per spese, diritti ed onorari, nella misura liquidata in sentenza e posta a carico dell’altra parte, quando non risulti in concreto che la somma è stata accettata a saldo di ogni credito per tale titolo.

1.2.- Va qui osservato che tali principi vanno confermati anche dopo l’entrata in vigore della nuova legge professionale forense n. 247 del 2013 che ha determinato il passaggio dal sistema tariffario a quello dei parametri ed, essenzialmente, perché la nuova legge, diversamente da quanto sostenuto dal Tribunale con la sentenza impugnata, non ha modificato i principi appena indicati. In particolare, la nuova legge, non solo non ha superato (e non poteva superare) il principio generale relativo ai limiti soggettivi della sentenza secondo il quale l’avvocato non è parte del giudizio che ha determinato la liquidazione delle spese giudiziali, ma e, soprattutto, la nuova legge consente di confermare il principio relativo al diverso fondamento dell’obbligo di pagamento degli onorari che, per il cliente, riposa nel contratto di prestazione d’opera e, per la parte soccombente, nel principio di causalità. Infatti, il nuovo art. 13 della legge professionale forense stabilisce che se tra cliente ed avvocato il compenso non è stato stabilito per iscritto, il giudice liquida il compenso, facendo riferimento ai parametri allegati al DM n. 55 del 2014 cioè, tenuto conto delle caratteristiche dell’urgenza e del pregio dell’attività prestata, dell’importanza della natura, della difficoltà e del valore dell’affare delle condizioni soggettive del cliente, dei risultati conseguiti dal numero e della complessità delle questioni giuridiche e di fatto trattate, e non secondo il principio di causalità cui è uniformata la decisione relativa alla liquidazione delle spese giudiziali tra le parti che può prescindere dai criteri appena indicati.

Ai suddetti principi giurisprudenziali non si è attenuto il Tribunale di Aosta e, pertanto, la sentenza impugnata va cassata. Conseguentemente, la causa va rinviata al Tribunale di Aosta per un nuovo esame alla luce dei principi qui esposti, il quale provvederà, anche, alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Tribunale di Aosta in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione.


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1 Commento

  1. Nulla è stato detto in merito al caso in cui il giudice abbia riconosciuti il rimborso di spese molto più alte all’impegno svolto o a quanto concordato con l’avvocato, nonché nel caso in cui le spese riconosciute per spese legali non vengono recuperate dal creditore.
    Come si affronta questo caso?

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