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Un’azienda in crisi può non pagare le tasse?

28 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 ottobre 2018



Chi ha poca liquidità e decide di versare gli stipendi anziché le imposte commette reato? Ecco il parere della Cassazione.

Se hai un’attività in proprio e ti trovi in difficoltà, potresti arrivare ad un punto in cui, con i soldi che hai in cassa, ti tocca scegliere tra versare lo stipendio ai tuoi dipendenti o pagare le tasse. Una decisione per niente semplice perché, da una parte, significa garantire la sopravvivenza alle famiglie di chi lavora con te e per te e, dall’altra, rispettare un obbligo di legge. Lasciare i lavoratori senza la retribuzione vuol dire compromettere la loro situazione economica. Omettere il versamento delle imposte vuol dire andare incontro a delle sanzioni. Quindi, che cosa faresti? Ti starai chiedendo se un’azienda in crisi può non pagare le tasse. La risposta l’ha appena data la Cassazione [1]: il fatto che la tua disponibilità non riesce a coprire entrambe le cose non è una causa di forza maggiore che ti esonera dal pagamento delle imposte per poter rispettare i tuoi impegni con i dipendenti. In altre parole: le tasse vanno pagate.

A dire la verità, e come vedremo in seguito, in passato la stessa Corte Suprema aveva dato dei pareri contrastanti in materia. Ad esempio, anni fa si era pronunciata a favore di dare la priorità al pagamento degli stipendi e di non punire penalmente l’azienda in grave crisi finanziaria che non paga le tasse per questo motivo, senza commettere dolo o inganno. Così come, in un’altra occasione, ha giustificato l’imprenditore che non versa l’Iva perché non l’ha incassata.

La sentenza più recente, però, precisa quando sussiste o meno la causa di forza maggiore per non pagare le tasse quando l’azienda è in crisi. Vediamo come si è espressa la Cassazione.

Azienda in crisi: omesso pagamento delle ritenute

Il punto, dunque, è capire se un’azienda in crisi può non pagare le tasse per dare la priorità al versamento degli stipendi dei lavoratori. Secondo la Cassazione, utilizzare la liquidità disponibile per rispettare gli impegni con dipendenti e fornitori non integra la causa di forza maggiore che esclude il reato di omesso pagamento delle ritenute.

La legge [2] punisce questo reato con la reclusione da sei mesi a due anni quando non vengono versate entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta le ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o che risultino dalla certificazione rilasciata ai sostituti per un importo superiore a 150mila euro per ciascun periodo.

In pratica, il reato sussiste quando:

  • le ritenute non versate sono state certificate ai sostituti;
  • l’importo delle ritenute certificate e non versate supera i 150mila euro per ogni periodo di imposta (e non più di 50mila, come previsto prima della riforma dei reati tributari);
  • l’omissione supera i termini i termini previsti per i versamenti;
  • c’è il dolo, anche eventuale.

Azienda in crisi: il parere della Cassazione

Quello che la Cassazione tiene a precisare con la sentenza in commento è che l’azienda in crisi di liquidità non può non pagare le tasse, cioè le ritenute d’acconto operate sulle retribuzioni dei dipendenti, per destinare i soldi che ha in cassa al versamento degli stipendi e al pagamento dei fornitori, poiché non ci troviamo di fronte ad una causa di forza maggiore. Così facendo, sostengono i giudici di legittimità, l’azienda si finanzia con denaro incamerato a titolo di sostituto d’imposta.

La Corte Suprema si è pronunciata così sul caso di un imprenditore condannato in primo grado ed in appello per non avere versato delle ritenute d’acconto operate sugli stipendi dei lavoratori per tre periodi di imposta a causa della crisi finanziaria in cui versava la sua impresa. Il titolare della società aveva destinato, infatti, la liquidità disponibile al pagamento delle retribuzioni e dei fornitori per continuare a far funzionare l’azienda e non al Fisco. Gli ermellini hanno precisato che la causa di forza maggiore sussiste soltanto quando si presentano dei fatti che non dipendono dall’imprenditore. Non sarebbe questo il caso, ritiene la Cassazione, in quanto non c’è forza maggiore quando non ci sono i soldi per pagare le tasse per colpa di una scelta politica dell’azienda. In sostanza, quando l’imprenditore non ha saputo gestire adeguatamente il proprio denaro. La crisi, infatti, non era dovuta ad un fatto improvviso ma si trascinava già da tempo e l’imprenditore aveva fatto le sue scelte. Che, secondo il parere della Cassazione, erano sbagliate. Avrebbe dovuto, piuttosto, distribuire quelle risorse in modo da pagare le tasse anche se ciò comportava non riuscire a versare l’intero stipendio ai dipendenti. Insomma, un po’ di soldi all’Erario ed un po’ ai lavoratori. Ecco la scelta che, secondo la Suprema Corte, andava fatta.

Azienda in crisi e tasse non pagate: quando non è reato?

Recentemente la Cassazione si era pronunciata sulla stessa questione affermando che in caso di grave crisi finanziaria, un’azienda è legittimata a non pagare le tasse e a dare priorità agli stipendi dei dipendenti quando non ha sufficiente liquidità per onorare entrambi gli impegni [3]. In pratica, e secondo questa sentenza, non sussiste in questo caso il reato di omesso pagamento delle ritenute, reato che – come abbiamo visto – viene commesso da chi, tra le altre cose, tiene un comportamento doloso.

La Suprema Corte aveva analizzato il caso di un imprenditore condannato in primo ed in secondo grado proprio per avere dato priorità alle retribuzioni dei suoi 200 lavoratori in modo da tutelare le loro famiglie in un momento di difficoltà. Ed aveva concluso che:

  • non c’erano i presupposti per il reato, poiché l’imprenditore era legittimato a preferire il pagamento degli stipendi;
  • non c’era comportamento doloso da parte dell’imprenditore in quanto rispettare un suo dovere (il pagamento degli stipendi) non equivale ad una scelta (decidere di mandare avanti l’azienda pagando le retribuzioni anziché destinare i soldi all’Erario).

Era emerso anche, come sottolineato dagli avvocati dell’imprenditore, che è incostituzionale condannare il titolare dell’azienda che omette il pagamento delle tasse per una crisi finanziaria a lui non imputabile quando le risorse che ha a disposizione vengono utilizzate per rispettare «improcrastinabili adempimenti verso altri creditori, quali i lavoratori dipendenti» e per non negare alle loro famiglie i mezzi di sostentamento necessari per vivere.

Azienda in crisi: il mancato pagamento dell’Iva

Un’azienda in crisi può non pagare l’Iva? La risposta la dà sempre la Cassazione [4]. In linea di massima, l’imprenditore o il professionista che non paga l’Iva sono punibili per il reato di omesso versamento dell’imposta, che sussiste per la sola coscienza e volontà di non pagare all’Erario ciò che è dovuto. Secondo la Suprema Corte, nel momento in cui si emette una fattura e si incassa l’Iva, bisogna accantonare i soldi necessari a versare l’imposta al Fisco. Non c’è, dunque, crisi di liquidità che giustifichi il fatto di non pagare le tasse.

A meno che il contribuente riesca a provare di non avere incassato l’Iva. Non sempre succede che quando si emette una fattura si incassi automaticamente la parte relativa all’imposta sul valore aggiunto. In questo caso, non verrebbe meno al dovere di accantonamento, in quanto non può mettere da parte una somma che non ha ancora avuto e, pertanto, non sarebbe punibile.

note

[1] Cass. sent. n. 47482/2018 del 18.10.18.

[2] Art. 10-bis Dlgs. n. 74/2000.

[3] Cass. sent. n. 6737/2018.

[4] Cass. sent. n. 2614/2014 e n. 37424/2013.


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