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Cambio di appalto: quali tutele per i dipendenti?

2 novembre 2018


Cambio di appalto: quali tutele per i dipendenti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 novembre 2018



Le aziende spesso affidano la gestione di alcuni servizi a società esterne. Quando l’affidamento passa da una società esterna ad un’altra si pone il problema di tutelare i dipendenti che erano adibiti a quei servizi e che rischiano di trovarsi senza lavoro.

Pulizie dei locali, servizio mensa, facchinaggio, servizio di reception e centralino, servizi informatici, e molti altri servizi. È soprattutto in questi ambiti che si verifica il fenomeno della cosiddetta esternalizzazione o outsourcing. Si tratta di un fenomeno in crescita costante ormai da molti anni. In sostanza l’azienda non vuole più occuparsi direttamente di servizi accessori ma vuole concentrarsi su quello che sa fare. Facciamo l’esempio di una azienda che produce mobili. L’impresa vuole occuparsi della produzione del mobile, che è la sua vera competenza specifica, ma non vuole occuparsi della mensa aziendale, né della gestione del magazzino nel quale vengono allocati i mobili in attesa di essere spediti, né dei servizi informatici aziendali. In questi settori ci sono aziende specializzate che possono occuparsi di questi servizi in maniera efficiente ed economica. Meglio, dunque, affidare a questi soggetti la gestione dei servizi accessori. Il contratto con l’azienda che gestisce la mensa aziendale o il magazzino non è, però eterno. Se, allo scadere del contratto, un’altra società propone di gestire lo stesso servizio ad un prezzo inferiore, l’azienda di mobili potrebbe cambiare società. Qual è la sorte degli addetti al servizio? Cambio d’appalto quali tutele per i dipendenti? In questo articolo cercheremo di rispondere a questi interrogativi.

Che cos’è l’appalto?

L’appalto è quel contratto con il quale un soggetto, detto appaltatore (cioè, nel nostro esempio, il soggetto terzo che si impegna a gestire il magazzino) si obbliga nei confronti di un altro soggetto, detto committente (cioè, nel nostro esempio, l’azienda che produce mobili), a compiere una determinata opera o un servizio (nel nostro esempio, la gestione del magazzino) dietro corrispettivo in denaro, con propria organizzazione di mezzi e con gestione a proprio rischio [1].

In buona sostanza, l’azienda di mobili affida la gestione del magazzino al soggetto terzo e si impegna a pagargli un corrispettivo che può essere mensile, annuale o di diversa natura a seconda degli accordi che le parti hanno assunto nel contratto di appalto.

La legge esige che l’appaltatore, ossia il gestore del magazzino, svolga il servizio con propria organizzazione di mezzi e gestione a proprio rischio. Ciò significa che deve procurarsi da solo i mezzi che gli servono per svolgere il servizio e non glieli deve fornire l’azienda di mobili. Il gestore del magazzino dovrà, dunque, autonomamente, dotarsi dei muletti per il trasporto delle merci nel magazzino e di tutti gli altri strumenti necessari alla gestione della logistica aziendale; dovrà assumere il personale necessario e gestire autonomamente i dipendenti, e così via.

Cos’è il cambio d’appalto?

Come abbiamo detto, il contratto di appalto tra il committente, ossia l’azienda che produce mobili, e l’appaltatore, ossia la società che gestisce il magazzino dell’azienda che produce mobili, non è a tempo indeterminato ma ha una scadenza. Di solito, allo scadere del contratto, le parti si mettono intorno ad un tavolo e cercano di rinegoziare le condizioni dell’accordo commerciale.

Può accadere, però, che non si trovi un accordo, oppure che la società che gestisce il magazzino non abbia più interesse a gestire tale servizio. In molti casi, soprattutto quando il committente è un’azienda complessa e strutturata, la scelta del soggetto a cui affidare il servizio non avviene in via diretta ma avviene attraverso una procedura di valutazione tra varie proposte.

L’azienda committente, in sostanza, invita alcune società specializzate nella gestione di magazzini e nella logistica a presentare una proposta sia tecnica che economica di gestione del proprio magazzino. I tecnici del committente verificheranno l’offerta migliore ed andranno a sottoscrivere con questa società il contratto di appalto di servizi. È proprio in questo caso che si parla di cambio di appalto.

Alla società che gestiva il magazzino, detta anche cedente, subentra infatti la nuova società, detta subentrante, che ha presentato la proposta che il committente ha considerato migliore ed economicamente più conveniente. Cambio d’appalto significa, dunque, cambio della società appaltatrice che gestisce un certo servizio esternalizzato dall’azienda committente. Torniamo al nostro esempio. La società Alfa gestiva il magazzino dell’azienda che produce mobili fino al 1 gennaio 2019. Alfa aveva impiegato in questo specifico servizio 10 operai e un impiegato. Dal 1 gennaio 2019 subentra nella gestione del magazzino la società Beta. Qual è la sorte dei 10 operai e di un impiegato di Alfa?

Cambio d’appalto: quali tutele per i dipendenti?

È evidente che il principale problema connesso al cambio d’appalto è di ordine sociale. Nella vicenda descritta, infatti, possono ipotizzarsi vari scenari. Alfa potrebbe essere, infatti, una società molto solida, che gestisce magazzini di decine e decine di società e che non ha, dunque, alcun problema a riassorbire i dipendenti in altri appalti.

In questo caso Alfa potrebbe offrire a tutti i dipendenti addetti al magazzino dell’azienda che produce mobili la assoluta continuità di impiego cambiando solo la sede di lavoro. In tal caso Alfa dovrebbe consegnare ai dipendenti una lettera di trasferimento [2] con la quale comunica la modifica della sede di lavoro indicando la nuova sede in cui il dipendente dovrà recarsi a lavorare e specificando i motivi tecnico, organizzativi e produttivi che impediscono ad Alfa di mantenere inalterata la sede originaria.

Il trasferimento è sicuramente legittimo in quanto esiste e non può essere messo in discussione il motivo che determina la modifica della sede di lavoro e, cioè, la perdita dell’appalto da parte della società e dunque l’impossibilità oggettiva di continuare a far lavorare in quella sede i dipendenti. Il problema in questo caso si pone quando la nuova sede di destinazione è lontana e/o difficilmente raggiungibile dal dipendente. In questo caso il lavoratore e la società Alfa potrebbero terminare consensualmente il rapporto di lavoro e il dipendente avrebbe comunque diritto alla Naspi [3] purché la nuova sede di lavoro sia distante oltre 50 chilometri dalla residenza del lavoratore e/o sia mediamente raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblico.

Il vero problema sociale sorge quando l’azienda non è in condizione di ricollocare altrove i dipendenti che erano allocati presso il servizio appaltato. In questo caso, infatti, l’azienda potrebbe licenziare i dipendenti per giustificato motivo oggettivo [4] in quanto la perdita del servizio appaltato e il fatto che quei dipendenti lavorassero proprio in questo servizio renderebbe legittima la decisione della società di licenziare quei dipendenti. Tale principio è stato confermato anche di recente dalla Cassazione [5].

Il cambio d’appalto può, dunque, diventare un vero e proprio problema sociale in quanto può lasciare dietro di sé una coda di licenziamenti con tutto ciò che ne consegue per i dipendenti licenziati e per le loro famiglie, soprattutto in aree geografiche in cui trovare un nuovo lavoro non è così semplice ed immediato.

Cosa sono le clausole sociali?

Proprio per scongiurare che in ogni caso di cambio di appalto scoppi una nuova bomba sociale, alcuni contratti collettivi di lavoro hanno inserito le cosiddette clausole sociali. Si tratta di norme previste nel contratto collettivo di lavoro che impongono all’azienda subentrante di continuare ad impiegare in quel servizio appaltato lo stesso personale, o almeno una parte di esso, che vi operava quando il servizio era appaltato all’azienda cedente. L’obiettivo delle clausole sociali è quello di scongiurare i licenziamenti.

Con la presenza di una clausola sociale, nell’esempio che abbiamo fatto, il servizio di magazzino passerebbe da Alfa a Beta ma i dieci operai e un impiegato addetti al servizio continuerebbero a lavorare lì, anche se con la casacca del nuovo datore di lavoro, ossia di Beta. In tal caso, i dipendenti cesserebbero il rapporto con Alfa e verrebbero riassunti da Beta a parità di condizioni economiche e contrattuali.

Quali CCNL prevedono la clausola sociale?

La clausola sociale è molto diffusa nei contratti collettivi di lavoro che disciplinano settori in cui l’appalto di servizi è particolarmente diffuso. Si pensi alle aziende della logistica, dei trasporti, della gestione dei rifiuti, delle pulizie. In questi settori le aziende lavorano quasi sempre come appaltatrici di altre aziende e ogni volta che cambia un appalto si rischierebbe una vera e propria bomba sociale. In particolare, prevedono la clausola sociale il CCNL Logistica, trasporti e distribuzione, il CCNL Ambiente, il CCNL Multiservizi.

Cosa prevede il Codice degli appalti?

Spesso ad appaltare servizi a società esterne sono proprio gli enti pubblici. Può sembrare strano o contraddittorio ma ci sono stati spesso dei licenziamenti collettivi del personale da parte di aziende che gestivano servizi per conto di enti pubblici e che, avendo perso la relativa gara di appalto, si sono trovate costrette a licenziare tutti i dipendenti addetti a quel servizio.

Per tutelare i dipendenti coinvolti in questi frequenti cambi di appalto, nel Codice degli appalti è stata inserita una norma [6] in base alla quale i bandi di gara, gli avvisi e gli inviti con cui gli enti pubblici selezionano la società a cui affidare un certo servizio devono contenere specifiche clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato.

Ad esempio l’amministrazione che intende affidare in appalto un certo servizio e indice una gara per individuare la società a cui affidare tale servizio, deve prevedere una particolare premialità nella selezione (ad esempio attribuendo più punti) alla società che garantisce di riassumere tutti i dipendenti addetti al servizio o una parte di essi.

note

[1] Art. 1655 e seguenti cod. civ.

[2] Art. 2103  cod. civ.

[3] Messaggio Inps n. 369 del 26.01.2018.

[4] Art. 3 L. n. 604/1966.

[5] Cass. sent. n. 8973 dell’11.04.2018.

[6] Art. 50 D. L. n. 50 del 18.04.2016.


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