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Pignoramento presso terzi

31 Ottobre 2018


Pignoramento presso terzi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 Ottobre 2018



Per recuperare una somma di denaro, il creditore può ricorrere al pignoramento dello stipendio percepito dal proprio debitore, oppure aggredirne il conto corrente, ma si tratta di una procedura con precisi limiti da rispettare.

Se sei debitore di somme di denaro verso qualcuno – ad esempio per un mutuo, per un risarcimento del danno, per un contratto di locazione – e non hai pagato nei termini concordati, il tuo creditore potrebbe mettere in atto un’azione esecutiva, altrimenti detta pignoramento. Il pignoramento altro non è che uno strumento attraverso cui sottrarre al debitore un bene di sua proprietà per ricavarne, attraverso la vendita all’asta, del denaro da dare al creditore. In alcuni casi quest’ultimo può chiedere al giudice di farsi assegnare il bene stesso pignorato in proprietà. Il creditore può tentare di soddisfarsi espropriandoti un immobile, la macchina con cui vai al lavoro, un quadro, uno stereo che hai a casa, oppure può promuovere un pignoramento presso terzi. Di tanto parleremo qui di seguito. Spiegheremo cioè come funziona tale forma di esecuzione forzata e cosa si rischia.

Oggetto del pignoramento presso terzi

Mentre nel caso del pignoramento immobiliare o di autoveicoli non rileva, ai fini della loro concreta eseguibilità, il possesso del bene da parte di un terzo, nel pignoramento mobiliare viene aggredito qualcosa che, non solo deve trovarsi già nel tuo patrimonio ma occorre che sia anche in tuo possesso.

Nel pignoramento presso terzi oggetto dell’azione esecutiva è, invece, qualcosa di tuo o, comunque destinata a diventarlo ad una certa scadenza – in genere una somma di denaro, ma possono essere beni mobili diversi dal denaro – che un altro soggetto possiede. Il caso dello stipendio permette di fare un chiaro esempio: si tratta di somme di cui il dipendente è creditore, ma che entreranno concretamente nel suo patrimonio solo con l’accreditamento sul conto corrente. Diversamente, è già di proprietà il saldo dello stesso conto corrente, che viene soltanto custodito dalla banca in virtù di un peculiare contratto di deposito.

Tuttavia, in entrambi i casi, il denaro non è nel possesso del dipendente, vuoi perché ancora non ha maturato lo stipendio, vuoi perché si trova presso l’istituto bancario. In sostanza,  nell’esecuzione presso terzi si crea un meccanismo circolare, per cui, in estrema sintesi, se sei debitore verso Tizio e creditore verso Caio, Tizio può soddisfare il credito che ha nei tuoi confronti direttamente su Caio. Per tali motivi, con riferimento alla figura del terzo si parla di debitor debitoris (debitore del debitore).

Procedure e tempi

Per giungere al risultato di sottoporre a pignoramento le somme (o i beni) di cui sei creditore verso il terzo (Caio), Tizio che vanta a sua volta un credito nei tuoi confronti deve prima ottenere un titolo giudiziale. Il titolo giudiziale è un provvedimento con il quale un giudice ordina ad un soggetto di tenere un certo comportamento: nel nostro caso, il pagamento di una somma.

Il provvedimento può consistere in una sentenza emessa a seguito di una causa, oppure in un decreto ingiuntivo. Il creditore che abbia ottenuto, appunto, un titolo esecutivo nei vostri confronti, provvederà a notificarti un atto di precetto condendoti dieci giorni per adempiere spontaneamente. Solo dopo trascorso tale periodo di tempo, potrà procedere all’esecuzione. Il pignoramento presso terzi, di cui ci stiamo occupando, comincia a sua volta con la notifica di un atto diretto a te e al terzo tenuto alla prestazione in tuo favore. Lo stesso atto di pignoramento conterrà anche l’indicazione della data dell’udienza davanti al giudice dell’esecuzione [1].

Sostanzialmente, salvo che tu non abbia motivi per opporti all’esecuzione in corso (ad esempio per far rilevare errori di calcolo, oppure pagamenti parziali o totali già intervenuti, etc.) è sul terzo che gravano particolari obblighi: dovrà trattenere le somme pignorate perché ne diverrà custode e, qualora non lo facesse, commetterebbe un reato; inoltre, dovrà procedere a comunicare al creditore quali somme è tenuto a corrisponderti.

Così, per seguire gli esempi fatti, se terzo pignorato è un istituto di credito, comunicherà il saldo del tuo conto corrente, se terzo pignorato è il datore di lavoro, comunicherà l’importo medio della tua retribuzione mensile. All’udienza davanti al giudice dell’esecuzione, il tuo creditore depositerà la comunicazione del terzo e il giudice gli assegnerà le somme necessarie alla soddisfazione del proprio credito, nella misura di legge.

Limiti e misura dell’importo pignorabile

Il concetto di limite riguarda la possibilità o meno di sottoporre a pignoramento determinati crediti. La misura sta invece ad indicare quanto – cioè la percentuale – del credito vantato dal debitore verso il terzo è attribuibile al creditore per effetto del pignoramento.

E così, per tutelare determinate esigenze del debitore, la normativa [2] fissa particolari limiti di pignorabilità: se il debitore ha diritto di ricevere da un terzo un assegno alimentare, il creditore non potrà procedere al pignoramento di tali somme. Allo stesso modo, non possono essere pignorati sussidi di povertà, di  maternità o per invalidità civile. Particolarmente articolata risulta, specie dopo alcune recenti modifiche legislative [3], la disciplina relativa alla misura dell’importo sottoponibile a pignoramento.

Diverse sono le situazioni che si vengono a creare in ragione di:

  1. tipologia di credito vantati dal creditore: se il credito vantato da colui che promuove il pignoramento riguarda somme dovute a titolo di alimenti, la misura viene stabilito dal giudice.
  2. tipologie di soggetti terzi verso cui si indirizza il pignoramento: a)datore di lavoro tenuto al pagamento dello stipendio; b)ente previdenziale tenuto all’erogazione di trattamento pensionistico; c)istituto bancario presso cui il debitore ha un conto corrente.

Nell’ipotesi a), il pignoramento è rivolto alla “fonte”, cioè viene notificato direttamente al titolare della ditta, o ente pubblico, presso cui il debitore presta la propria attività lavorativa. La misura del pignoramento, in questo caso, è fissata dal legislatore nel quinto dello stipendio netto mensile.

Pertanto, a seguito dell’udienza in tribunale, il creditore si vedrà  corrispondere direttamente dal datore di lavoro l’importo trattenuto al dipendente.

Qualora destinatario del pignoramento sia un ente previdenziale (caso b), il debitore/pensionato gode di una maggior tutela in quanto la misura del quinto pignorabile non è riferita all’importo netto dell’assegno mensile, ma tiene conto di limiti stabiliti per legge: sarà sottoponibile ad esecuzione solo la parte di pensione che supera il 150% dell’assegno sociale attualmente pari a € 453,00. In sostanza, è pignorabile la somma che eccede € 679,50 (assegno sociale aumentato della metà).

Così, a fronte di una pensione, per esempio di 1.200 euro, potrà essere pignorato l’importo di € 104,10 (1.200-679,50=520,50 di cui è pignorabile 1/5). Si tratta del cosiddetto “minimo vitale”, cioè di una soglia di impignorabilità per garantire alla persona di soddisfare esigenze di vita quotidiana.

Tale trattamento di maggior favore è dovuto, comprensibilmente, a ragioni di carattere sociale e, sostanzialmente vanno ricercate nella considerazione delle maggiori difficoltà che una persona in età avanzata possa ricavare altrimenti fonti di sostentamento. Infine, ancor più articolata è la disciplina inerente l’ipotesi c), in quanto occorre ulteriormente distinguere con quali somme il conto corrente viene alimentato: se si tratta di importi non riconducibili a rapporti di lavoro, tutto ciò che risulta al saldo del conto alla data del pignoramento viene attribuito al creditore.

Nel caso invece vengano accreditati sul conto stipendi o pensioni, di nuovo, “scatta” una disciplina di favore tesa ad assicurare livelli minimi vitali al debitore. I limiti, in questo caso, oltre che di natura quantitativa sono, per così dire, cronologici, per cui, al fine di stabilire la soglia di impignorabilità e la misura delle somme pignorabili, occorre riferirsi alla data in cui viene notificato al terzo l’atto di pignoramento.

Si avranno, pertanto, le seguenti due possibili situazione:

  • somme derivanti da stipendi o pensioni, accreditate sul conto prima della notifica del pignoramento: limite di impignorabilità pari al triplo dell’assegno sociale.  La differenza sarà interamente pignorabile. Facendo un rapido conto, tutto ciò che eccede l’importo di € 1.359 è interamente attribuito dal giudice al creditore;
  • somme derivanti da stipendi o pensioni, accreditate sul conto dopo la notifica del pignoramento: il limite del “minimo vitale” è identico a quello dell’ipotesi che abbiamo visto nel paragrafo 2 lettera c) con riferimento al pignoramento del conto corrente. Sarà, pertanto, intoccabile l’importo di € € 679,50. Rispetto alle somme eccedenti, la misura del pignoramento ripropone i “paletti” del tipo di credito oggetto di esecuzione: in caso di credito alimentare sarà fissata dal giudice; in tutti gli altri crediti, la misura sarà di un quinto.

Un accenno, infine, deve farsi ad una particolare figura di creditore a cui la normativa impone diversi e più stringenti limiti: il creditore pubblico (Stato, Comune, etc.) che, per recuperare i propri crediti erariali, può fare ricorso alla procedura del pignoramento presso terzi di stipendi, ma con una percentuale proporzionata all’importo dell’assegno mensile [4]:

  • fino ad uno stipendio di € 2.500 è pignorabile la quota massima di 1/10;
  • tra € 2.500 e € 5.000 la quota sale a 1/7;
  • ritroviamo il limite del quinto, tipico della generalità dei pignoramenti (eccettuato, come visto, i crediti alimentari) solo per importi stipendiali superiori a € 5.000.

Di ANDREA SPARTA’

note

[1] Art. 543 cod. proc. civ.

[2] Art. 545 cod. proc. civ.

[3] D. L. n. 83 del 27.06.2015.

[4] L.n. 44 del 26.04.2012, conversione in legge con modificazioni del D. L. n. 16 del 2.03.2012.


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