Diritto e Fisco | Articoli

Picchiare un ladro è legale?

22 Ottobre 2018


Picchiare un ladro è legale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Ottobre 2018



Violenza privata e legittima difesa: i confini rispetto al reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e autodifesa.

Dopo essere stato in un negozio a fare la spesa, sei uscito fuori sul marciapiedi in direzione della tua bicicletta, che avevi lasciato legata a un palo della luce. Lì ti sei però accorto che un uomo, dal volto coperto da una visiera, la stava rubando. Subito ti sei avventato su di lui e, pur avendolo messo subito in fuga, lo hai trattenuto per il bavero del cappotto e lo hai preso a calci e pugni fino a farlo cadere a terra. Solo allora lo hai lasciato stare. Un poliziotto, che stava a pochi metri dalla scena, ti ha raggiunto e ti ha interrogato. Ha preso le tue generalità e ti ha annunciato che il mariuolo potrebbe querelarti per ciò che hai fatto. Insomma, a suo dire, sei passato dalla parte della ragione a quella del torto. «Dovevo lasciarlo fare?» è stato subito il tuo scatto provocatorio a sentire quelle parole. Ma l’agente si mostra intransigente: non si possono picchiare le persone per strada, neanche i ladri. «Se il furto fosse avvenuto a casa tua – ti spiega – sarebbe stato tutto diverso, ma qui non è in discussione la legittima difesa». Chi ha ragione? Picchiare un ladro è legale? La questione è stata di recente analizzata da una sentenza della Cassazione [1].

In realtà la Corte si è occupata di un caso simile ma non identico; tuttavia la soluzione è la stessa. La fattispecie giudicata dai giudici supremi riguarda quella di un padre che, nel correre in soccorso del proprio figlio al quale un altro ragazzino stava rubando la bici, ha picchiato quest’ultimo per quanto fosse minorenne.

Non è però in gioco l’età del ladro, ma l’esercizio del potere di difesa, se legittimo o meno in una situazione in cui il bene “attentato” riguarda il patrimonio e non l’integrità fisica della vittima.

Quando c’è legittima difesa

Il nostro ordinamento non è fondato sul potere di autotutela dei cittadini: l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni costituisce un reato. Ci si può difendere da soli – senza cioè l’ausilio della forza pubblica – solo in casi eccezionali, quando cioè è in gioco la propria stessa sicurezza e, per ragioni di urgenza e necessità, non vi sono altre vie di fuga.

Inoltre la reazione è lecita solo se uguale e contraria all’offesa (o al rischio dell’offesa) rispetto alla quale deve essere di pari intensità. In altri termini se qualcuno sta cercando di ammazzarti lo puoi ammazzare a tua volta; se qualcuno vuol ferirti con un bastone non gli puoi sparare ma puoi tutt’al più ferirlo. E così via. La legittima difesa si basa dunque sul concetto di proporzione e sull’assenza di scappatoie.

In pratica bisogna mettere sulla bilancia i due diritti lesi: quello della vittima e quello dell’aggressore che, a sua volta, è vittima della legittima difesa, e poi valutare se i due hanno la stessa importanza. Non si può ledere un diritto dell’aggressore più importante di quello da quest’ultimo leso. Ad esempio non si può uccidere una persona solo perché questa ha tirato un pugno in faccia a un’altra (da un lato c’è il diritto alla vita, che sicuramente è il più importante di tutti, e dall’altro quello all’incolumità fisica).

La violenza legittima esiste?

Alla luce di ciò possiamo dire che, in Italia, non esiste la violenza legittima, se non esercitata per difendersi. Non si può attaccare né in via preventiva (salvo che il pericolo sia incombente e probabile), né se non c’è nulla da difendere. Ad esempio, un ladro con la refurtiva che sta scappando non costituisce una minaccia e, pertanto, non consente la legittima difesa. Un diverbio verbale non consente di reagire con un gesto violento: esso infatti costituisce non una difesa ma una aggressione, per quanto indotta da uno stato di ira.

Si può picchiare un ladro?

Alla luce di ciò la Cassazione ricorda che non si può picchiare un ladro che sta già scappando o che non ha intenzione di aggredire il derubato. L’aver subito la lesione di un diritto non consente di esercitare una sorta di «violenza reintegrativa», perciò lecita. La situazione di pericolo deve essere attuale e incombente. Non è neanche possibile parlare di legittima difesa quando il pericolo è ormai lontano; pertanto non si può sparare al ladro che ormai è scappato con la refurtiva.

Chi viene aggredito può reagire ed esercitare la legittima difesa solo se non ha altra alternativa per salvare se stesso o un proprio caro dall’aggressione che esercitare l’uso della forza. L’alternativa deve essere: o reagire o subire. Quindi è esclusa la legittima difesa se la vittima ha tutto il tempo di nascondersi, chiamare la polizia o se non sta subendo alcun rischio come nel caso di chi vede il ladro scappare con la propria roba.

La legge non riconosce l’ipotesi di violenza legittima, al di fuori delle situazioni di necessità, che si riferiscono a pericoli estremi e non certo alla necessità del genitore di adoperarsi per recuperare la bicicletta rubata al figlio.

note

[1] Cass. sent. n. 47512/18 del 18.10.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 11 luglio – 18 ottobre 2018, n. 47512

Presidente Fumo – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa il 13/04/2016 la Corte di Appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di Nola che aveva affermato la responsabilità penale di D’Av. Ad. in relazione ai reati di cui agli artt. 393 e 582 c.p., per essersi fatto ragione da sé, in concorso con persona rimasta ignota, al fine di esercitare un preteso diritto (di riappropriarsi della bicicletta rubata al figlio), colpendo con calci allo stomaco e alla testa Vy. Ol., cagionandogli lesioni personali, riducendo, in parziale riforma, la pena inflitta.

2. Avverso tale sentenza ricorre per cassazione il difensore di D’Av. Ad., Avv. Ge. Pa., deducendo i seguenti motivi.

2.1. Violazione di legge in relazione agli artt. 110, 393, 582 e 131 bis c.p.: deduce che non vi sia prova del concorso di un’altra persona, non essendo la persona offesa attendibile, poiché se l’aggressione fosse stata consumata da due persone ben più gravi sarebbero state le lesioni; non sussiste l’esercizio arbitrario, perché la condotta non era arbitraria, avendo l’imputato dapprima reclamato verbalmente la bicicletta, ritenendo di aver subito la lesione di un diritto; si tratterebbe di una violenza reintegrativa, perciò lecita; non sussisterebbe il reato di cui all’art. 582, non essendovi state alterazioni organiche e funzionali tali da integrare il concetto di malattia; le contusioni potrebbero essere state determinate da una caduta a terra; la causa di esclusione della punibilità di cui all’art. 131 bis è stata esclusa sulla base dei precedenti dell’imputato, senza considerare il ridottissimo grado di offensività della condotta, anche in considerazione del modico valore della bici.

2.2. Vizio di motivazione in relazione agli elementi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

Oltre a proporre motivi generici, in quanto privi di qualsivoglia confronto argomentativo con la sentenza impugnata, e non consentiti dalla legge, in quanto contestano il merito della ricostruzione dei fatti e la valutazione probatoria, il ricorso è manifestamente infondato.

Secondo l’accertamento giurisdizionale impugnato, l’odierno ricorrente, credendolo autore del furto della bicicletta del figlio, aggrediva il minore Vy. Ol., colpendolo con calci allo stomaco e alla testa, e cagionandogli lesioni personali, per riappropriarsi del veicolo; il concorso di un altro uomo, concorrente nei reati contestati, è stato affermato sulla base delle dichiarazioni della persona offesa, e non può essere negato sulla base della pretesa scarsa gravità delle lesioni.

Quanto alla non arbitrarietà della violenza esercitata, in quanto reintegrativa, la doglianza è manifestamente infondata, non riconoscendo l’ordinamento, al di fuori delle situazioni di necessità di cui agli artt. 52, 53 e 54 cod. pen., ipotesi di violenza legittima.

Quanto alle lesioni cagionate, è pacifico che la contusione, in quanto alterazione anatomica e funzionale dell’organismo, costituisce malattia ai sensi dell’art. 582 cod. pen. (ex multis, Sez. 7, n. 29786 del 31/05/2016, Ferro, Rv. 268034).

Infine, l’art. 131 bis cod. pen. è stato escluso sulla base della personalità aggressiva dell’imputato, e della abitualità dei comportamenti violenti, attestata dai precedenti per lesioni personali.

2. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e alla corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI