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L’ergastolo è incostituzionale?

24 Novembre 2018


L’ergastolo è incostituzionale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Novembre 2018



Molte correnti di pensiero considerano l’ergastolo incostituzionale, vediamo insieme come si è espressa in merito la Consulta e cosa prevede la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. 

Nell’immaginario comune quando si parla di ergastolo il pensiero corre subito ad una pena detentiva che infligge a chi ne subisce la condanna una reclusione di tipo continuativo, cioè a vita. Ma una pena che preveda come suo fine ultimo quello di non far uscire mai il detenuto dal carcere, può essere considerata conforme ai principi ispiratori della Costituzione italiana oppure ne lede le sue fondamenta? In altre parole, l’ergastolo è incostituzionale? Il tema è molto dibattuto sia in dottrina che in giurisprudenza e quanto mai attuale. In questo articolo proverò a spiegarti innanzitutto come il nostro ordinamento giudiziario configuri l’ergastolo e, in un secondo momento, quali sono state le ultime sentenze della Corte Costituzionale in merito alla conformità o meno alla Costituzione da parte della sanzione più severa che l’ordinamento Italiano possiede.

Cos‘è l’ergastolo?

L’ergastolo è la sanzione penale più grave prevista dal nostro ordinamento giuridico, ma bisogna distinguerne due tipi diversi.

L’ergastolo semplice [1] prevede la possibilità di accedere a disposizioni di carattere premiale che ne mitighino la durata (c.d. premialità progressiva): il condannato può essere ammesso al lavoro all’esterno, ad una serie di permessi premio, nonché alla semilibertà ed infine alla liberazione condizionale, quest’ultima concessa al reo che durante il periodo di detenzione abbia dato prova costante di buona condotta e lasciando quindi una prospettiva di reinserimento sociale.

A seguito delle stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui vennero brutalmente assassinati rispettivamente i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avvenute nel 1992 – vero e proprio annus horribilis per la lotta alla mafia – il legislatore italiano introdusse nell’ordinamento, con una legislazione a carattere emergenziale, l’ergastolo ostativo, fattispecie che preclude l’accesso alle misure alternative di mitigazione della pena per gli autori di omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso ed in assenza di collaborazione con la giustizia, rendendo di fatto la pena perpetua.

La rieducazione del condannato

Come recita l’articolo 27 della Costituzione italiana “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”: viene così sancito il principio rieducativo della pena.

La rieducazione si traduce, nei fatti, nella possibilità offerta al condannato di reinserirsi nella società, a fronte di un adeguamento del comportamento alle regole giuridiche previste dall’ordinamento.

Il principio della funzione rieducativa della pena ha ispirato l’introduzione nel nostro ordinamento delle misure alternative alla detenzione, le quali, sostituendosi alle pene detentive ed abituando il condannato alla vita di relazione, rendono più efficace l’opera di risocializzazione.

Profili di incostituzionalità

Alla luce di quanto appena detto, la pena perpetua dell’ergastolo non appare coerente con la finalità rieducativa sancita dalla nostra Costituzione.

Non sarebbe difatti possibile una rieducazione del condannato – e quindi un suo reinserimento nella società – laddove per espressa previsione normativa l’ergastolo preveda la reclusione a vita per il reo in un istituto penitenziario.

Ma non solo. A sollevare dubbi di incostituzionalità si aggiungerebbe l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) che proibisce la tortura e il trattamento a pena disumana o degradante.

Come è facile intuire, il dibattito circa la costituzionalità o meno della norma non tardò a levarsi, tanto in sede giurisprudenziale che dottrinale, già dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana.

Verso la mitigazione della pena perpetua

Le risultanze dell’acceso dibattito che si protrasse per anni sull’incostituzionalità dell’ergastolo si sostanziano nelle disposizioni di carattere premiale che ne mitigano la durata e che in origine non erano previste.

Nella formulazione originaria della norma l’ergastolo si presentava difatti come pena assolutamente perpetua, essendo esclusa per il condannato ogni prospettiva di ritorno alla vita civile.

I progetti di riforma del Codice penale degli anni ’60 e ’70 andarono nella direzione di uniformare il concetto giuridico alla base della costituzione in relazione alla pena dell’ergastolo.

Gli accorgimenti normativi che negli anni vennero ideati per dare all’ergastolano delle possibilità di liberazione a seguito di una lunga espiazione non devono però essere confusi con degli interventi normativi sulla pena che, difatti, non sono mai avvenuti.

L’ergastolo era e rimane una pena perpetua che può, al più, essere temperata da una serie di benefici introdotti dall’intervento discrezionale del giudice a fronte dei comportamenti posti in essere dallo stesso condannato.

Ergastolo ostativo

Come dicevamo in apertura, oltre alla forma comune di ergastolo ne esiste una variante che prende il nome di ergastolo ostativo [2]. Questo tipo di sanzione non prevede la possibilità di richiedere la concessione dei benefici penitenziari che invece sono tipici dell’ergastolo comune, ovvero semilibertà, liberazione condizionale, liberazione anticipata, etc.. Per questa categoria di ergastolani vi è un’unica possibilità di riduzione della pena: solo chi decide di collaborare con la giustizia ha diritto a quelle misure alternative riconosciute nell’ambito del regime comune in materia di ergastolo.

Anche su questo istituto dottrina e giurisprudenza si confrontano da tempo, dal momento che la pena non presenterebbe alcuna finalità rieducativa, assodato il carattere perpetuo della sanzione in oggetto.

Il principio rieducativo [3] è stato più volte oggetto di chiarimento da parte della Corte costituzionale, la quale in diverse pronunce ha sentenziato che lo scopo riabilitativo della pena non ha valore assoluto.

Il principio rieducativo, a detta della Corte, dovendo agire in concorso con le altre funzioni della pena, non può essere inteso in senso esclusivo e assoluto, ma indica l’obbligo per il legislatore di tenere costantemente di mira, nel sistema penale, la finalità rieducativa della pena e di disporre tutti i mezzi idonei a realizzarla là dove la pena, per la sua natura ed entità, si presti a tale fine.

In altre parole, la funzione rieducativa non è la sola perseguita e non atterrebbe tanto alla durata della pena inflitta quanto piuttosto al regime di esecuzione, non essendo poi la rieducazione sempre conseguibile, in quanto, in alcuni casi, sono scarse le probabilità di porre rimedio alla pericolosità di un criminale.

Legittimità costituzionale di una pena perpetua

È di appena qualche mese fa la sentenza della Corte Costituzionale [4] che allarga la platea dei detenuti che hanno accesso ai benefici penitenziari. Per la Consulta è incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo per aver causato la morte di una persona sequestrata per estorsione, terrorismo o eversione, prima che abbiano scontato almeno 26 anni di detenzione.

La sentenza ricorda inoltre che “la personalità del condannato non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso in passato, fosse anche il più orribile; ma continua ad essere aperta alla prospettiva di un possibile cambiamento. Prospettiva che non può non chiamare in causa – assieme – la correlativa responsabilità della società nello stimolare il condannato a intraprendere tale cammino, anche attraverso la previsione da parte del legislatore – e la concreta concessione da parte del giudice – di benefici che gradualmente e prudentemente attenuino, in risposta al percorso di cambiamento già avviato, il giusto rigore della sanzione inflitta per il reato commesso, favorendo il progressivo reinserimento del condannato nella società”.

Le pene dure possono fungere da deterrente?

Una delle argomentazioni più frequentemente utilizzate per giustificare una pena dura come l’ergastolo perpetuo è la funzione di deterrenza che essa dovrebbe assolvere nella società. Per capire quanto questa argomentazione sia fallace e non trovi riscontro nella realtà, possiamo guardare le statistiche di quegli Stati americani (e non solo) dove ancora oggi vige una pena ancora più dura, ovvero la pena di morte.

Se infatti la pena di morte fosse un deterrente, si dovrebbe registrare, nei paesi dove essa vige ancora, un continuo calo dei reati e il tasso di criminalità dovrebbe essere minore rispetto ai paesi abolizionisti. Ma tutto ciò nei non accade. Anzi: un’analisi delle percentuali di omicidi commessi in paesi mantenitori di questa grave forma di sanzione ha dimostrato in genere una percentuale maggiore.

Un recente studio condotto in California ha dimostrato infatti che nei 15 anni in cui la California eseguiva condanne a morte molto frequentemente (circa una ogni due mesi, dal 1952 al 1967) il numero di omicidi è aumentato di circa il 10% ogni anno. Tra il 1967 ed il 1991, periodo in cui non hanno avuto luogo esecuzioni, l’aumento medio annuale era del 4.8%.

Uno studio simile ha dimostrato che nello Stato di New York, nel periodo in cui venivano eseguite più condanne a morte che nel resto del paese, cioè tra il 1907 ed il 1963, si registravano in media due omicidi in più ogni mese immediatamente successivo ad un’esecuzione.

I molti studi effettuati sull’argomento hanno quindi dimostrato come sia impossibile affermare con chiarezza che la pena di morte abbia un potere deterrente. E se neppure la minaccia della morte può fungere da fattore dissuasivo per scongiurare il compiersi di crimini brutali, figurarsi la minaccia di rimanere in carcere tutta la vita se può anche solo scalfire l’animo deviato di chi vuol compiere atti criminosi.

Proprio per questa ragione l’opera rieducativa svolta nelle carceri italiane è quanto mai importante: solo mediante essa sarà possibile far comprendere come la pena detentiva (a maggior ragione quella perpetua) non debba essere considerata come un semplice castigo, ma come unica vera possibilità per comprendere l’errore commesso e riscattarsi nei confronti della società.

Di FABIO ANTONIO CERRA

note

[1] Art. 22 cod. pen.

[2] Art. 4-bis L. n. 354/1975.

[3] Art. 27 Cost.

[4] Corte di Cassazione sent. n.149 dell’11.07.2018.


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