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Licenziarsi prima della pensione

8 novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 novembre 2018



Come funziona il licenziamento prima della pensione: quando dare le dimissioni, quando è liquidato il trattamento.

Hai finalmente maturato i requisiti per la pensione, e adesso non vedi l’ora di terminare l’attività lavorativa: già, ma come si fa? Come licenziarsi prima della pensione? Si devono presentare le dimissioni volontarie? Non deve essere il datore di lavoro a licenziarmi? E quando si presentano le dimissioni volontarie? E se dopo che mi dimetto scopro di non aver diritto alla pensione? E se scopro che la pensione è più bassa di quello che mi aspettavo?

In un momento cruciale come quello del pensionamento è normale farsi tante domande: l’informazione pubblica, sull’argomento, è piuttosto carente. In pochi sanno, ad esempio, che si può avere la certezza del diritto alla pensione chiedendo l’apposita certificazione all’Inps. Anche chiedendo la certificazione, comunque, l’Inps non fornisce il calcolo della pensione: una stima della pensione si può ottenere col servizio “La mia pensione” o “Busta arancione” dell’Inps, ma il servizio non è disponibile per tutte le gestioni (non lo è ancora, ad esempio, per i dipendenti pubblici), e non tiene conto di particolarità, come il cumulo, la ricongiunzione e la totalizzazione.

Insomma, come licenziarsi prima della pensione, quando licenziarsi, e come avere la certezza riguardo al diritto e all’importo della pensione? Cerchiamo di fare chiarezza.

Per ottenere la pensione è obbligatorio licenziarsi?

In base a quanto chiarito dalla Cassazione [1], perché il lavoratore dipendente possa ricevere la pensione di vecchiaia, o la pensione di anzianità o anticipata, è necessario che termini l’attività sino alla decorrenza della pensione. In pratica, per ricevere la pensione il dipendente deve essere licenziato, o dimettersi.

L’obbligo di terminare l’attività lavorativa subordinata è collegato alla finalità della pensione, cioè allo stato di bisogno che deriva dalla fine del rapporto di lavoro. Quest’obbligo, in particolare, è stato introdotto dal decreto Amato [2], ed è stato esteso alle pensioni liquidate con il sistema contributivo dalla legge Dini [3].

Per i lavoratori autonomi e parasubordinati, invece, la legge non prevede l’obbligo di cessare l’attività lavorativa.

Posso farmi licenziare per ottenere la pensione?

L’idea di rassegnare le dimissioni ti fa venire l’orticaria, e preferiresti che fosse l’azienda a licenziarti? Sostanzialmente, ai fini della pensione, licenziarti o farti licenziare non cambia pressoché nulla. In ogni caso, da pensionato, non avresti comunque diritto all’indennità di disoccupazione, perché è incompatibile con la pensione.

Per questo, solitamente, è il lavoratore a dimettersi per il pensionamento. L’azienda interviene con un licenziamento soltanto nell’ipotesi in cui il lavoratore voglia restare in servizio. Per i dipendenti pubblici, è addirittura prevista la cessazione forzata dal servizio in diverse situazioni. Ne abbiamo parlato in Licenziamento per pensione anticipata e di vecchiaia.

Quando ci si deve licenziare per la pensione?

Le dimissioni per la pensione devono essere presentate al datore di lavoro rispettando il periodo di preavviso previsto dal contratto collettivo applicato, o rispettando le tempistiche per la cessazione dal servizio disposte dalla propria amministrazione, nel caso dei dipendenti pubblici.

In ogni caso, per liquidare la prestazione, l’Inps verifica che l’attività sia cessata al momento della decorrenza della pensione: in pratica, l’Inps verifica che non sia in atto un rapporto di lavoro subordinato al momento dell’accesso alla pensione.

Ma che cosa fare se non si ha la certezza del diritto a pensione? O, peggio, che fare se sono già state rassegnate le dimissioni e si scopre di non aver diritto alla pensione?

Si possono revocare le dimissioni per la pensione?

Hai scoperto di non aver diritto alla pensione e hai già presentato le dimissioni? Se hai solo fornito il preavviso al datore di lavoro e non hai presentato le dimissioni online, non ci sono problemi: le dimissioni, difatti, sono valide soltanto se presentate in modalità telematica (per la generalità dei lavoratori; fanno eccezione i dipendenti pubblici, i lavoratori domestici ed ulteriori categorie), tramite il portale del Ministero del Lavoro.

Hai già presentato le dimissioni online? Puoi revocarle validamente entro 7 giorni.

Come essere sicuri di aver diritto alla pensione?

Non vuoi rischiare di licenziarti senza aver diritto alla pensione, quindi vuoi avere la certezza assoluta del diritto al trattamento? Puoi chiedere all’Inps la certificazione del diritto alla pensione: con questa certificazione, l’Inps attesta che tu hai maturato il diritto al pensionamento.

Per richiedere la certificazione del diritto alla pensione non è necessario rassegnare le dimissioni, in quanto, con la domanda di certificazione, non si chiede la liquidazione di alcun trattamento, ma si chiede soltanto all’Inps di attestare di aver maturato i requisiti per la pensione.

Le dimissioni non devono dunque essere presentate al momento in cui si perfezionano i requisiti di età e di contribuzione per l’accesso al pensionamento.

Come essere sicuri dell’ammontare della pensione?

Sai di aver perfezionato il diritto alla pensione, ma non sei sicuro dell’importo? Purtroppo, l’Inps certifica solo il diritto alla pensione, ma non certifica gli importi. Questo, perché le regole di calcolo della pensione sono, a seconda della gestione, differenti e complesse, dunque l’istituto esegue i calcoli “per bene” solo nel momento in cui gli si chiede di liquidare la pensione.

Non ti piace l’incertezza? Puoi verificare l’importo della pensione utilizzando il servizio Inps La mia pensione o tramite patronato. Fai attenzione, però: gli importi ottenuti con la generalità di questi servizi sono in genere attendibili (negli elaborati, a scanso di equivoci, appare la dicitura: “le stime non sono garantite- la presente relazione non ha natura di certificazione”), ma possono subire degli scostamenti, tanto più alti quanto più sei distante dalla data del pensionamento.

Inoltre, la maggior parte dei servizi non sono attendibili, o addirittura non prevedono, le situazioni particolari: lavoratori sport e spettacolo, lavoratori agricoli, calcolo per lavoratori part time al di sotto del minimale, periodi di Naspi, Cig o Cigs da neutralizzare, cumulo, totalizzazione, ricongiunzione…

In questi casi, l’unica alternativa è affidarsi a servizi o professionisti specializzati, perché effettuino uno studio previdenziale completo e certificato (con costi che possono arrivare anche a un migliaio di euro). Se l’Inps, nel calcolo pensione, si discosta dal calcolo certificato, dopo aver verificato gli errori si provvede a fare ricorso.

Se il dipendente ha più lavori, deve licenziarsi da tutti per pensionarsi?

Perché sorga il diritto alla pensione, la cessazione deve riguardare tutti i rapporti di lavoro subordinati e non può limitarsi a quello per cui sono stati versati i contributi alla gestione che liquida la prestazione. In parole semplici, se l’interessato ha due rapporti di lavoro dipendente, deve presentare le dimissioni per entrambi, a prescindere dalla gestione previdenziale presso cui ha maturato la pensione.

Se il lavoratore dipendente è anche occupato come autonomo o parasubordinato, non è invece necessario che termini le ulteriori attività, quindi può ricevere la pensione continuando a lavorare.

Quando si può tornare a lavorare, dopo aver presentato le dimissioni per la pensione?

Una volta liquidato l’assegno dall’Inps, il pensionato può serenamente iniziare un’altra attività lavorativa (o proseguire nella stessa attività dopo essere stato riassunto): nel 2008 [4], tra l’altro, sono stati aboliti i limiti di cumulo esistenti tra la pensione e i redditi derivanti dall’attività lavorativa, relativamente alle pensioni dirette, cioè di vecchiaia o di anzianità e anticipata, se non integrate o con maggiorazioni. I redditi di lavoro sono invece limitatamente cumulabili con alcune pensioni calcolate col sistema contributivo, con le pensioni di reversibilità, d’invalidità e con le prestazioni di assistenza, come l’assegno sociale.

Considerando il fatto che, nonostante il pensionamento, i contributi previdenziali sono comunque dovuti, il pensionato che continua a lavorare matura, peraltro, ulteriori quote di pensione (parliamo dei cosiddetti supplementi di pensione), che andranno ad aumentare l’assegno già in godimento.

Quanto deve durare l’intervallo tra dimissioni e riassunzione?

Tornando al lavoro subordinato e alla presentazione delle dimissioni per ricevere la pensione, ci si chiede quanto debba essere lunga la “pausa” lavorativa, ossia quanto tempo deve trascorrere dalle dimissioni (o dal licenziamento) alla riassunzione.

In base alla storica circolare Inps sull’argomento [5], si possono prospettare due ipotesi differenti:

  • se il lavoratore continua a lavorare presso la stessa azienda, ossia viene riassunto subito dopo la cessazione del contratto, è necessario almeno un giorno di interruzione del rapporto di lavoro (ad esempio, se il rapporto termina il 31 dicembre, l’inizio del nuovo rapporto può avvenire dal 2 gennaio);
  • nel caso in cui, invece, intervenga un nuovo rapporto con un’azienda diversa, non è necessaria alcuna interruzione (ad esempio, se il rapporto termina il 31 dicembre, l’inizio del nuovo rapporto può avvenire dal 1° gennaio).

L’Inps, comunque, per evitare finte dimissioni e finte riassunzioni al solo scopo di conseguire la pensione, verifica l’esistenza dei documenti che provano che la cessazione è reale: invio delle comunicazioni obbligatorie ai servizi per l’impiego, liquidazione delle spettanze di fine rapporto come Tfr, ratei mensilità aggiuntive, ratei ferie e permessi non goduti, etc.

Nel 2016, è poi intervenuta la già citata sentenza della Cassazione [1] a far chiarezza sull’argomento: secondo la Cassazione, il momento a cui far riferimento per la verifica della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato è quello della decorrenza della pensione.

Di conseguenza, la “pausa lavorativa”, per evitare il rischio di rigetto della domanda di pensione, deve protrarsi almeno sino alla data di decorrenza della pensione stessa.

Se alla data di decorrenza della pensione il lavoratore risulta occupato come dipendente, l’Inps respinge la domanda e non liquida la prestazione.

Qual è la decorrenza della pensione?

La decorrenza della pensione anticipata, considerando che la riforma Fornero [6] ha abolito le vecchie finestre che intercorrevano tra la maturazione dei requisiti e la liquidazione della pensione, avviene il mese successivo rispetto a quello in cui è inviata la domanda di pensione, posta la cessazione dell’attività lavorativa.

Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, anche questa, come la pensione anticipata, decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale l’assicurato ha compiuto l’età pensionabile, posta la cessazione dell’attività lavorativa: in pratica, se l’attività lavorativa non è terminata ma l’età pensionabile è stata compiuta, non spettano ratei arretrati. I ratei spettano, invece, dal momento in cui cessa l’attività lavorativa.

Le finestre di attesa restano ancora per particolari tipi di prestazione, come la pensione di anzianità in regime di totalizzazione, o la pensione di vecchiaia anticipata.

Ad ogni modo l’Inps, in caso di cessazione e successiva riassunzione, anche dopo la decorrenza o la liquidazione, è sempre tenuta ad accertare se la cessazione sia stata veritiera o fittizia; a tal fine, come già detto devono essere verificate tutte le formalità relative al termine del rapporto: dimissioni del lavoratore, comunicazioni e scritture di legge, liquidazione di tutte le competenze economiche. Non rileva se la riassunzione avvenga presso lo stesso o un diverso datore di lavoro, come già chiarito.

note

[1] Cass. sent n. 5052 del 15.03.2016.

[2] Art.1, Co.7, D.lgs 503/1992.

[3] Art.1, Co.20, L. 335/1995.

[4] Art 19 L.133/2008.

[5] Inps Circ. n. 89/2009.

[6] DL 201/2011.


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