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Se l’Inps cancella anni di contributi senza restituirli

24 Nov 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Nov 2018



Mio padre ha versato contributi per oltre 43 anni ed ha richiesto la pensione per cumulo considerato che ha vari versamenti in diverse gestioni (artigiano-dipendente-co.co.co). Negli ultimi 11 anni di contribuzione era socio unico di una srl ed il Cda di cui lui faceva parte deliberò il suo inquadramento aziendale come consigliere ed il relativo compenso. Gli è stato quindi fatto il listino come dipendente part-time per questi 11 anni. Oltre a ciò, versava anche come artigiano per una seconda sua ditta artigiana (già anni prima della delibera del Cda della srl) e percepiva dei compensi come co.co.co da un consorzio del quale la sua ditta artigiana faceva parte. Dopo oltre un anno di attesa dove la procedura è rimasta bloccata, l’Inps dopo accertamenti effettuati in azienda vuole negare una parte di contributi e quindi di pensione perché indebitamente versati. Sostiene che, essendo mio padre socio unico proprietario, non poteva essere inquadrato come dipendente ma in Gestione separata per conflitto di interessi. Propone quindi di spostare i contributi alla gestione corretta per quanto riguarda gli ultimi 5 anni ed annullare gli altri anni di contribuzione perché oramai in prescrizione. L’errore da noi ormai capito di aver inquadrato il socio come dipendente quando non era lecito non è però stato commesso con dolo, dato che è stato fatto tutto in buona fede e i versamenti effettuati regolarmente. Pertanto mi sembra infondata la possibilità da parte dell’Inps di cancellare anni di contributi senza neanche restituirli. Non dovrebbero gli stessi invece essendo in prescrizione diventare acquisiti e validi così come versati? Non sarebbe più corretto spostare gli ultimi 5 anni di contribuzione nella gestione corretta ed acquisire tutti gli altri anni perché oramai andati in prescrizione? È possibile accettare una pensione più bassa ora per il proprio sostentamento e poi qualora si andasse in causa e si vincesse richiedere la differenza arretrata, oppure sarebbe meglio non accettare nulla e aspettare i tempi della legge senza sostentamento economico?

Come precisato da ultimo dalla Suprema Corte di Cassazione, in tema di contributi previdenziali, qualora il socio amministratore di una società a responsabilità limitata partecipi al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza, ha l’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti, mentre, qualora si limiti ad esercitare l’attività di amministratore, deve essere iscritto alla sola gestione separata, operando le due attività su piani giuridici differenti, in quanto la prima è diretta alla concreta realizzazione dello scopo sociale, attraverso il concorso dell’opera prestata dai soci e dagli altri lavoratori, e la seconda alla esecuzione del contratto di società sulla base di una relazione di immedesimazione organica volta, a seconda della concreta delega, alla partecipazione alle attività di gestione, di impulso e di rappresentanza (Cassazione civile, sez. lav., 02/05/2018, n. 10426).

Pertanto, da questo punto di vista, bisogna ammettere l’errore fatto nei confronti del padre del lettore per la mancata iscrizione alla gestione separata.

Al massimo, il padre avrebbe potuto sostenere una doppia iscrizione nella gestione separata ex art. 2, comma 26, della l. n. 335 del 1995 ed in quella commercianti qualora avesse ricoperto la qualità di socio amministratore partecipando personalmente al lavoro aziendale e svolgendo l’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa con carattere di abitualità e preponderanza rispetto agli altri fattori produttivi.

In questo caso, sarebbe compito del giudice di merito accertare, in modo puntuale e rigoroso, la sussistenza dei requisiti di legge per tale coesistenza, nonché l’assolvimento dell’onere probatorio a carico dell’ente previdenziale, ai cui fini assumono rilevanza la complessità dell’attività, la presenza di dipendenti o collaboratori, la loro qualifica e le mansioni svolte (Cassazione civile, sez. VI, 03/04/2017, n. 8613).

Fatta questa doverosa premessa, l’art.3 della legge n. 335 del 1995 stabilisce in tema di prescrizione che le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono e non possono essere versate con il decorso dei termini di seguito indicati:

a) dieci anni per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligatorie, compreso il contributo di solidarietà previsto dall’art. 9- bis , comma 2, del decreto-legge 29 marzo 1991, n. 103, convertito, con modificazioni, dalla legge 1° giugno 1991, n. 166, ed esclusa ogni aliquota di contribuzione aggiuntiva non devoluta alle gestioni pensionistiche. A decorrere dal 1° gennaio 1996 tale termine è ridotto a cinque anni salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti;

b) cinque anni per tutte le altre contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria.

Pertanto, a partire dal 1996, tutte le contribuzioni devono essere versate entro il quinquennio, pena l’intervento della prescrizione.

La Cassazione ha, infatti, stabilito come in tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito ex art. 1, comma 4 della l. n. 233/1990, quand’anche l’efficacia del predetto fatto sia collegata ad un atto amministrativo di ricognizione del suo avveramento; ne consegue che il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi in questione, ai sensi dell’art. 3 della l. n. 335 del 1995, deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento e non con l’atto, eventualmente successivo – ed avente solo efficacia interruttiva della prescrizione anche a beneficio dell’Inps – con cui l’Agenzia delle Entrate abbia accertato, ex art. 1 del d.lgs. n. 462 del 1997, un maggior reddito (Cassazione civile, sez. lav., 29/05/2017, n. 13463).

Tale termine per i lavoratori autonomi, così come disposto da una Circolare INPS, decorre non dall’anno di riferimento, bensì da quanto l’Agenzia delle Entrate comunica all’Inps il reddito prodotto dal contribuente per il versamento contributivo previdenziale.

Tuttavia, nel caso specifico, tale termine non può essere preso come punto di riferimento poiché il padre del lettore non ha presentato la dichiarazione dei redditi da lavoratore autonomo (perché versava come dipendente); tale omessa comunicazione è considerata come evasione contributiva e, quindi, non meritevole di premio sospensivo per la prescrizione.

Inoltre, occorre precisare come, in materia previdenziale, a differenza che in quella civile, il regime della prescrizione già maturata è sottratto alla disponibilità delle parti, sicché deve escludersi l’esistenza di un diritto soggettivo dei soggetti a versare contributi previdenziali prescritti.

Ne consegue che, a differenza di quanto previsto dal diritto delle obbligazioni in generale [ove il pagamento del debito prescritto non comporta un diritto alla restituzione (vedasi art. 2034 c.c.)], il pagamento dei contributi prescritti, non potendo neppure essere accettato dall’ente di previdenza pubblico (stante il divieto stabilito, peraltro, operante indipendentemente dall’eccezione di prescrizione da parte dell’ente previdenziale e del debitore dei contributi, potendo essere rilevato d’ufficio, Cass. n. 23116/03), comporta che l’autore del pagamento ben può chiederne la restituzione (Cassazione civile, sez. lav., 20/02/2015, n. 3489).

Pertanto, esulando le questioni di omessa iscrizione nella gestione separata per dolo, piuttosto che per non conoscenza (e, quindi, in buona fede), i contributi prescritti non potrebbero essere versati nella nuova gestione, per intervenuta prescrizione, istituto che nel previdenziale non si può rinunciare.

Se il padre del lettore dovesse riuscire a dimostrare che il termine prescrizionale è stato negli anni sospeso, o addirittura interrotto da alcuni eventi (ad esempio, comunicazione INPS intervenuta all’interno del periodo interessato, con la quale si intimava la regolarizzazione dei contributi), allora sarebbe possibile presentare ricorso amministrativo.

Tale rimedio non precluderebbe al suddetto padre di accettare ora una pensione di importo più basso, comunicando tuttavia che tale accettazione non debba essere considerata come rinuncia a possibili azioni di riconoscimento del maggior importo, dovuto ai contributi versati e, ad oggi, non riconosciuti.

In questo modo si eviterebbe una situazione spiacevole per cui, la mancata contestazione espressa, porterebbe l’INPS a considerare tale comportamento come di acquiescenza e, quindi, di accettazione di quell’importo.

Tanto premesso, ad avviso dello scrivente, ci sono gli estremi per trasferire gli ultimi cinque anni di contributi versati nella gestione separata.

Al contempo, per i contributi versati, ma oramai prescritti, ci sarebbe la possibilità di chiederne il rimborso, completo degli interessi (sul punto, è pure intervenuta la Corte Costituzionale).

Ma, anche qui, occorrerà fare attenzione alla prescrizione che, per i contributi indebitamente versati ha la durata ordinaria di dieci anni (Cassazione civile, sez. lav., 18/07/2014, n. 16493); tale termine decorrerebbe non dall’annullamento del rapporto di lavoro subordinato, bensì dai singoli versamenti effettuati (Tribunale Milano, sez. lav., 19/12/2014).

E così, potrebbero essere richiesti tutti i contributi versati erroneamente fino all’ultimo, effettuato dieci anni fa.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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