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Naspi e uscita dal lavoro consensuale

24 Novembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Novembre 2018



Ho sottoscritto un verbale di conciliazione in sede sindacale (conciliazione in sede protetta, ai sensi del combinato disposto degli artt. 2113, comma 4, c.c. e 410 e ss. c.p.c. ed anche ai sensi e per gli effetti di quanto disposto dall’art. 26, comma 7, del D.Lgs. n. 151/2015). La risoluzione consensuale è avvenuta con data concordata e mi è stata offerta una somma aggiuntiva oltre agli emolumenti previsti e al TFR. La mia azienda, con numero dipendenti superiore a 15, non è in crisi, né vi erano altre controversie in atto. Di fatto ho accettato di uscire prima dal lavoro pur non avendo maturato i requisiti per la pensione (secondo la legge Fornero). Gli originali del verbale di conciliazione sono stati trasmessi da soggetto abilitato alla Direzione Territoriale del Lavoro competente. Ho diritto alla NASPI?

Alla luce del quesito posto, è opportuno esporre sinteticamente quanto segue:

– L’indennità Naspi

Istituita da circa un paio d’anni [1], l’indennità di disoccupazione in esame, è erogata mensilmente, su domanda dell’interessato, nelle ipotesi di disoccupazione involontaria.

Essa si fonda essenzialmente su tre requisiti:

1- Lo stato di disoccupazione involontario.

Il lavoratore deve aver perso la propria occupazione, non di propria iniziativa, ma per cause indipendenti dalla propria volontà. Tra queste, ad esempio, le dimissioni per giusta causa, cioè quelle determinate da comportamenti del datore di lavoro, a seguito dei quali è impossibile proseguire col rapporto. Oppure quando la risoluzione del contratto è avvenuta consensualmente (ma questa ipotesi sarà approfondita successivamente), cioè di comune accordo tra le parti o perché determinata da legittimo rifiuto di trasferirsi, come sede lavorativa, in un luogo distante oltre 50 km dalla propria residenza. Inoltre, si può parlare di stato di disoccupazione involontaria anche quando il lavoratore è stato licenziato per giusta causa: lo ha chiarito il Ministero del Lavoro [2] affermando che il licenziamento disciplinare non rientra tra le ipotesi per le quali la legge nega la disoccupazione. L’indennità in esame deve riconoscersi anche in considerazione del fatto che si tratta, comunque, di uno stato di disoccupazione involontaria, visto che dipende dal potere discrezionale del datore di lavoro [3];

Le descritte ipotesi, puramente esemplificative, ovviamente non includono le dimissioni volontarie.

– Il requisito contributivo

Per accedere alla Naspi, è necessaria la presenza di almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti lo stato di disoccupazione. Non è fondamentale che tale contribuzione sia stata effettivamente versata, ma è sufficiente che fosse dovuta, e si considerano valide anche le

contribuzioni previste in relazione ai contratti di lavoro all’estero, purché si tratti di paesi comunitari o convenzionati con lo Stato Italiano.

– Il requisito lavorativo

Sono necessarie almeno trenta giornate lavorative, nei 12 mesi precedenti lo stato di disoccupazione, per poter accedere all’indennità in esame.

La domanda per ottenere la Naspi, deve essere depositata telematicamente presso il sito dell’Inps, oppure tramite call center, oppure tramite patronato o altri intermediari, a pena di decadenza, entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro.

-Naspi e risoluzione consensuale del contratto di lavoro

In presenza di una risoluzione consensuale del contratto di lavoro, la legge di riferimento [4] riconosce l’erogazione dell’indennità Naspi soltanto se la predetta cessazione del rapporto sia avvenuta a seguito di una conciliazione tra le parti, avvenuta ai sensi si legge [5], conclusasi proprio con la detta risoluzione.

In altri termini, lì dove il datore di lavoro (con più di 15 dipendenti) abbia disposto il licenziamento del lavoratore per giustificato motivo oggettivo (ad esempio, per inadempimento del lavoratore) ed a seguito dello stesso le parti si siano presentate dinanzi alla commissione di conciliazione prevista dalla legge [6] per tentare di conciliarsi, se in quella sede le parti hanno raggiunto l’accordo per la risoluzione consensuale del contratto, il lavoratore ha diritto alla Naspi.

Ricapitolando, quindi, la Naspi sarà erogata soltanto se:

– la risoluzione è intervenuta a seguito di una conciliazione nelle sedi competenti, successiva al licenziamento del lavoratore per giustificato motivo oggettivo;

– il datore di lavoro aveva alle sue dipendenze più di 15 lavoratori (questo requisito lo si ricava, per esclusione, da una nota esplicativa della Direzione Generale degli Ammortizzatori Sociali ed Incentivi all’Occupazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con la quale, il 12 febbraio 2016, ha precisato che nell’ipotesi in cui il datore ha meno di 15 dipendenti, nel caso esaminato, non ha diritto alla Naspi).

CASO CONCRETO

L’ipotesi in cui la Naspi può essere erogata nonostante la cessazione del rapporto sia avvenuta a seguito di una risoluzione consensuale, è abbastanza tassativa e rigorosa nei requisiti.

Pertanto, il lettore avrebbe diritto alla Naspi soltanto se:

– l’azienda per la quale lavorava aveva più di 15 dipendenti;

– è stato licenziato per giustificato motivo oggettivo;

– a seguito del licenziamento, ha conciliato col suo datore di lavoro, per la risoluzione consensuale del rapporto, nelle sedi indicate dalla legge.

Pertanto se sono stati rispettati i predetti requisiti, la Naspi sarà erogata.

Detto ciò, nel caso descritto in quesito, emergerebbe che la risoluzione consensuale sia avvenuta non in sede di commissione di conciliazione, prevista dalla procedura richiamata in nota [6] ed avallata dalla legge citata in nota [5], ma a seguito di una conciliazione avvenuta in sede sindacale.

Ebbene, sembrerebbe trattarsi della procedura alternativa prevista, sempre dalla legge [7], per conciliare le parti a seguito di un licenziamento.

Ed allora, se in quella sede il datore di lavoro, per evitare il potenziale contenzioso successivo, ha offerto al lettore una somma, che non può essere inferiore a tre mensilità e superiore a ventisette (cosiddetta offerta di conciliazione), e questi l’ha accettata, estinguendo consensualmente ogni conflittualità ed il rapporto di lavoro, lo stesso avrà diritto alla Naspi.

Lo specifica e chiarisce il Ministero del lavoro [8], che ha esplicitamente affermato che nel caso descritto, il lavoratore ha diritto all’indennità in esame (…in relazione alla nuova procedura della c.d. offerta di conciliazione “agevolata” introdotta dall’art. 6, D.Lgs. n. 23/2015, si ritiene altresì possibile riconoscere al lavoratore che accetta l’offerta de qua il trattamento indennitario della NASpI…). In tal caso, precisa il Ministero, anche se accetta di conciliare, il lavoratore è comunque stato licenziato, diventa quindi disoccupato involontariamente e pertanto ha diritto all’indennità.

Da notare, quindi, che le conciliazioni appena descritte presuppongono l’avvenuto licenziamento (anche se di fatto vi siete messi d’accordo diversamente): senza licenziamento, non ci sarebbe disoccupazione involontaria e quindi, nessuna Naspi.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Marco Borriello


note

[1] Art. 1 D. l. 22/2015.

[2] Min. del Lav. – risp. interpello n. 13/2015 – Circ. INPS 29 luglio 2015 n. 142.

[3] Min. del Lav. – risp. interpello n. 29/2013.

[4] Art. 3 co. 2 Dl 22/2015.

[5] Art. 7 Legge 604/1966.

[6] Art. 410 cod. proc. civ.

[7] Art. 6 D. lgs 23/2015 Art. 2113 cod. civ. – Artt. 412 ter e quater cod. proc. civ.

[8] Ministero del Lavoro interpello n. 13 del 24.04.2015.


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