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Investire bene in momenti di mercato avversi

22 novembre 2018


Investire bene in momenti di mercato avversi

> Cultura e società Pubblicato il 22 novembre 2018



Nei momenti di mercato avversi è molto difficile mantenere i nervi saldi e riuscire a investire bene. L’emotività prevale sulla razionalità e si rischia di commettere errori.

Quando i mercati crollano o comunque intraprendono una discesa che sembra inarrestabile, senza accennare a risalire, vediamo con grande preoccupazione diminuire il valore dei nostri investimenti, spesso frutto di sudati risparmi. E’ facile, in questi casi, cedere alla tentazione di vendere tutto e liquidare in perdita, cercando di recuperare almeno una parte dell’investimento fatto. Questa decisione, però, non è affatto la migliore: una perdita sino a quel momento potenziale diventerebbe reale. E’ quasi altrettanto difficile, nei momenti in cui i mercati sono incerti, confusi o addirittura spaventati, compiere le giuste scelte di investimento: in questi casi molti inseguono i rendimenti più alti senza valutare adeguatamente i rischi e le prospettive dei titoli o dei prodotti che si vanno ad acquistare. E’ il caso delle bolle speculative, dove tutti tendono a comprare i titoli di moda e sull’onda, senza considerare i rischi che sono dietro l’angolo. In tutti questi casi la fretta, la paura e l’emotività sono le peggiori consigliere. E’ difficile, ma non certo impossibile, analizzare i trend dei mercati e individuare la soluzione giusta, che, però, non è mai unica per tutti, ma al contrario dipende precipuamente dai nostri obiettivi. Quanto sono disposto a rischiare? Tra quanto avrò prevedibilmente bisogno di rientrare in possesso dei miei capitali? Come posso investire bene in momenti di mercato avversi? Queste sono le domande giuste da farsi quando ci si accinge a compiere un investimento, prima ancora di individuare i tipi di investimento da compiere.

Quanto siamo disposti a perdere?

La maggior parte degli investitori è tentata dalla chimera dei guadagni che è possibile ottenere, ma dimentica clamorosamente di confrontarsi con le perdite che è disposta ad accettare. E’ proprio questa, invece, la domanda fondamentale da porsi: prima di fare qualsiasi scelta – cioè di individuare un prodotto, una linea di investimento, una serie di titoli – dobbiamo conoscere la nostra specifica attitudine alle perdite, e porci la domanda: sono disponibile ad accettare riduzioni di valore del mio investimento durante la fase del suo svolgimento? E se la risposta è sì, a quanto ammonta la perdita che potrei accettare e sopportare in questa fase?

In altri termini: la prima regola è capire che tipo di investitori siamo, e se abbiamo una propensione al rischio bassa, media oppure alta. La nuova disciplina Mifid, di recente introduzione, ci aiuta molto in questa fase del processo decisionale, perché grazie ad essa ogni intermediario finanziario (banche, consulenti, promotori ecc.) cioè chiunque ci propone una soluzione di investimento, è obbligato a sottoporci, prima di farci procedere all’acquisto, un apposito questionario contenente domande precise e che servono alla profilazione, ossia all’individuazione del nostro profilo di investitori, partendo proprio dalla nostra attitudine alle perdite e capacità di sopportare i rischi che l’investimento comporta.

Anche il carattere ha la sua importanza: ci sono persone che vogliono controllare e monitorare costantemente, tutti i giorni, l’andamento dei propri investimenti, ed altre, invece, che verificano il valore soltanto a determinate scadenze, ad esempio trimestrali o addirittura annuali.

Non è detto che questi ultimi abbiano minor cura delle loro finanze rispetto ai primi, anzi spesso è vero proprio il contrario: gli investitori più consapevoli e che sono stati più accorti nel decidere quando, come e su cosa investire hanno già in un certo senso precalcolato i rischi che sono disposti a correre, e dunque non sentono la necessità di rincorrere con ansia l’oscillante altalena delle quotazioni quotidiane o settimanali.

Quanto possiamo investire?

Il denaro che mettiamo da parte serve a soddisfare i nostri bisogni di vita, personali o anche della famiglia e delle persone a noi care. Il patrimonio disponibile, e i flussi di entrate e di uscite, presenti e future, influenzeranno inevitabilmente le nostre decisioni di investimento. L

a situazione di una giovane coppia monoreddito, senza proprietà alle spalle, e con figli in arrivo, sarà ben diversa da quella di un professionista affermato, dunque con un consistente reddito, e dotato di cospicue proprietà immobiliari, ed ancora diversa da chi, pensionato e solo, si preoccupa del suo sostentamento nell’età avanzata.

Quindi occorre la consapevolezza che il denaro va destinato prima agli scopi più elementari ed importanti per la vita, la salute, l’alimentazione e la sussistenza, cioè per i nostri bisogni primari, e soltanto poi, nell’eccedenza, è possibile investire in prodotti finanziari quello che non ci è necessario per questi consumi e spese.

Ad esempio, un soggetto che abbia un modesto reddito, poniamo di mille euro mensili di stipendio, con il quale deve provvedere innanzitutto a pagare le spese di alloggio, cibo, abbigliamento e trasporti, ed un piccolo patrimonio di diecimila euro, non dovrà investirlo interamente sui mercati azionari, che sono i più esposti alle oscillazioni e dunque ai rischi di perdita, ma destinarlo piuttosto a liquidità ed ai mercati monetari, in modo che, se avesse necessità per qualsiasi esigenza improvvisa, potrebbe rientrarne subito in possesso e senza penalizzazioni.

Lo stesso soggetto, incrementando la propria capacità di risparmio o i propri guadagni, potrà destinare queste somme, anche attraverso piani di accumulo del capitale (Pac) ad investimenti più rischiosi, sapendo che non avrà necessità di quei soldi nel breve periodo e li potrà mantenere investiti per diversi anni, con la possibilità di ottenere rendimenti maggiori.

Una volta determinato, quindi, l’ammontare che è possibile investire, sarà possibile effettuare una valida ripartizione dei prodotti in cui si concretizzeranno le nostre scelte di investimento, alla luce dei criteri di accettabilità delle perdite che si è disposti a subire e dunque dei rischi che ci sentiamo in grado di correre.

E’ evidente questi esiti saranno soggettivi, e varieranno da persona a persona (o anche nelle diverse fasi della vita di una stessa persona) sicché non esiste una ricetta valida per tutti, ed anzi bisogna diffidare da chi propone soluzioni generalizzate e senza alcuna personalizzazione che tenga conto di queste esigenze che abbiamo descritto.

Esistono mercati tranquilli e sereni?

No! La caratteristica fondamentale di tutti i mercati, e dunque dei nostri investimenti, è proprio il grado inevitabile di incertezza presente in essi; certo, alcuni sono, anche per lunghi periodi, relativamente più stabili di altri, e meno esposti a sorprese, ma anche quelli considerati più “sicuri” non sono mai immuni da oscillazioni.

Ad esempio, il mercato dei titoli di stato italiani, negli ultimi anni, ha visto un abbassamento dei tassi di interesse: BOT e BTP non offrono più i tassi a due cifre tipici dei decenni precedenti il 2000, come i meno giovani ben ricordano.

Tuttavia, negli ultimi mesi lo stesso mercato ha registrato l’andamento inverso. I tassi di interesse hanno iniziato a risalire, e le quotazioni dei titoli già presenti sul mercato stanno scendendo.

In pratica, chi avesse acquistato un BTP solo tre mesi fa, se dovesse rivenderlo oggi (dunque ben prima della sua naturale scadenza pluriennale, nel qual caso otterrebbe invece comunque il valore riportato), ci rimetterebbe: qualche punto percentuale soltanto, che è ben poca cosa rispetto alle perdite, o ai guadagni, che nello stesso periodo sarebbe possibile riportare investendo in titoli azionari, ma ci si rende conto di come siamo ben lontani dai rendimenti “garantiti” e certi.

Un altro esempio di quotazioni oscillanti è dato dall’oro: per decenni considerato un bene rifugio, ed anzi l’investimento “sicuro” per eccellenza, dopo l’impennata registrata tra il 2010 ed il 2012 ha iniziato una lunga discesa, interrotta soltanto da qualche breve ripresa; e a tutt’oggi nessuno potrebbe dire con certezza se in futuro la sua quotazione è destinata a salire o a scendere. Ma anche domani o tra un anno vi sarebbe la stessa incertezza.

C’è un momento giusto per comprare?

Spesso si sente dire, nei momenti di crisi dei mercati, che è proprio quello il momento giusto per acquistare: secondo questi commentatori, la discesa dei prezzi rappresenterebbe un’ottima opportunità di acquisto. Il ragionamento sembra convincente, ma solo in apparenza: un titolo che, fino a qualche giorno prima, valeva 100, ed ora ha perso il 20 o il 30% del suo valore, può essere comprato adesso con un notevole sconto!

In realtà, tutti i mercati scontano le aspettative future, nel senso che cercano di prevederle e, per quanto possibile, anticiparle. Se il titolo in questione ha perso così tanto in pochi giorni, la ragione sarà molto probabilmente nel fatto che è comparsa qualche notizia da cui emerge che le sue prospettive di produrre utili non appaiono, oggi, così rosee come apparivano qualche giorno prima, ed il mercato incorpora questo sentimento negativo nelle quotazioni del momento; ma, in assenza di fatti nuovi, ossia di “buone notizie” che interrompano questo andamento, è molto probabile che quella tendenza negativa del prezzo del titolo si mantenga anche in futuro, oppure che esso rimanga in uno stato di quotazione “piatta”, senza movimenti significativi verso l’alto o verso il basso. Le medesime considerazioni valgono anche per interi mercati di Paesi, di settori economici o di valute e materie prime.

Dunque, molto raramente le crisi rappresentano un’ottima opportunità di acquisto, ed al contrario individuare il timing, cioè il momento giusto per acquistare quando il titolo è ai minimi, e da quel momento in poi risalirà, è estremamente difficile, tranne che “con il senno di poi”, verificando a posteriori un grafico e stabilire quale fosse stato quel momento che in concreto è quasi impossibile cogliere.

La lezione da imparare: le crisi ci sono sempre, ma si può comunque investire bene

Dopo il famoso crollo di borsa del 1929, l’America ebbe bisogno di un decennio per riprendersi dalla “grande depressione”: un periodo lunghissimo. Un fenomeno analogo è accaduto, più di recente, nel 2001, con l’esplosione della bolla delle quotazioni dei titoli tecnologici, e nel 2008, quando è iniziata una recessione mondiale che ha colpito non solo la finanza ma le intere economie dei maggiori Stati industrializzati, Italia compresa.

Nessun settore è rimasto immune, tant’è che anche l’immobiliare ne ha pesantemente risentito, molti importanti istituti bancari sono falliti, e i tradizionali beni rifugio come l’oro non hanno offerto adeguata protezione.

In tutto questo andamento altalenante e per certi versi imprevedibile, però, è possibile investire col paracadute della saggezza, sapendo e tenendo sempre ben presente che:

  • ogni titolo e prodotto finanziario comporta oscillazioni di mercato e dunque un certo grado di rischio: occorrerà dunque selezionare quelli per noi più adatti, in base alle nostre propensioni ed esigenze, essendo consapevoli che a maggior rendimento atteso corrisponde un maggior livello di rischio, e viceversa;
  • se investiamo in azioni, potremo ottenere guadagni rilevanti anche nei momenti di mercato avversi, a condizione di saper selezionare i titoli con valori fondamentali più solidi e dunque meglio in grado di navigare nel mare tumultuoso delle tempeste economiche e finanziarie, oppure nel saper individuare titoli di società con maggiori possibilità di espansione che siano in grado di cavalcare le onde e uscire vittoriosi da queste tempeste dove altri, meno innovativi ed attrezzati, inevitabilmente soccomberanno;
  • se non siamo in grado, con le nostre competenze finanziarie, di individuare questi titoli, sarà meglio affidarsi al risparmio gestito, come quello offerto dai fondi comuni di investimento, che offriranno anche ai comuni ed ai piccoli risparmiatori la possibilità di distribuire le proprie risorse in un “paniere” di titoli, che dovrà essere ben armonizzato anche e soprattutto in base alle nostre esigenze personali (propensione al rischio, durata dell’investimento, ecc.).

In conclusione, anche, e forse proprio, nei momenti di crisi è possibile ricavare profittevoli opportunità di investimento, a condizione che si agisca con saggezza e razionalità e non ci si faccia dominare da fattori emotivi che ci condurrebbero a scelte sbagliate e a perdite certe.

Se riusciamo a costruire – anche a poco a poco e con l’aiuto di esperti affidabili e competenti – un portafoglio lungimirante, in grado di resistere alle tempeste come una casa solida, costruita con mattoni anziché in carta o paglia, potremo rimanere relativamente immuni alle crisi e ad ottenere comunque rendimenti accettabili senza correre rischi eccessivi.

Di PAOLO REMER


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