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Il contratto di solidarietà

7 dicembre 2018


Il contratto di solidarietà

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 dicembre 2018



Quando un’azienda entra in crisi o sta subendo un processo di ristrutturazione può accedere a delle misure di sostegno chiamate ammortizzatori sociali. Uno di questi è il contratto di solidarietà.

Il lavoro è l’attività umana attraverso la quale ogni individuo si procura le risorse necessarie a condurre, per sè e per la propria famiglia, una vita dignitosa. Da questa considerazione derivano tutte quelle norme che cercano di salvaguardare il posto di lavoro dei lavoratori ed evitare, finché è possibile, la perdita del lavoro. In questo contesto si inseriscono gli ammortizzatori sociali. Questi strumenti consentono alle imprese che attraversano un momento di crisi, e che dovrebbero conseguentemente licenziare tutto o parte del proprio personale, di usufruire di un sostegno pubblico che consente loro di continuare ad impiegare tutta la forza lavoro, senza fare licenziamenti, diminuendo tuttavia una parte del costo del lavoro. L’ammortizzatore sociale è, dunque, una sorta di assicurazione collettiva nei confronti del rischio di crisi aziendale. Uno di questi strumenti è il contratto di solidarietà.

Cos’è il contratto di solidarietà?

Di fronte ad un prolungato periodo di crisi, l’azienda deve assumere dei provvedimenti. E’ evidente che se le entrate continuano a scarseggiare, il fatturato diminuisce, le vendite calano e non vi sono segnali di ripresa imminente, l’azienda deve affrontare il tema del taglio dei costi.

D’altronde, dal punto di vista del personale, se l’azienda produceva un certo quantitativo di prodotti con un determinato numero di dipendenti è evidente che, a fronte del crollo della produzione, tale organico possa risultare eccessivo ed in esubero.

La soluzione più drastica, in una simile situazione, è la riduzione del personale eccedente, ossia il licenziamento collettivo.

Proprio per evitare, almeno quando la crisi può essere superata, che vengano assunti provvedimenti dal forte impatto sociale, come il licenziamento collettivo, le aziende pagano, tra i vari contributi versati all’Inps, una somma che finanzia il fondo per gli ammortizzatori sociali.

Si tratta, dunque, di una sorta di assicurazione collettiva. L’azienda, in caso di necessità, potrà attingere da questo fondo per cercare di superare la crisi senza tagliare il personale.

Il contratto di solidarietà, in particolare, nasce dall’idea “lavorare meno ma lavorare tutti”. L’alternativa al taglio dei dipendenti in esubero, infatti, è la riduzione a ciascuno del proprio orario di lavoro.

Se l’azienda deve abbattere il 30% dei costi del personale ha, infatti, due strade. Può decidere di tagliare il 30% dei dipendenti e, cioè, licenziarli. Oppure di ridurre il monte orario complessivo del 30%. Meno ore lavorate equivalgono a meno ore pagate e, dunque, si ottiene lo stesso risultato in termini di risparmio e di riallineamento dei costi. Il problema, però, è che in questo modo il risanamento lo pagano i lavoratori che dovranno lavorare di meno ma, proporzionalmente, guadagneranno di meno.

Considerando che, soprattutto per le categorie operaie, la paga mensile non è già di per sè così alta, la riduzione dell’orario e dello stipendio, seppure sempre preferibile a ritrovarsi per strada, potrebbe costituire un costo altissimo, soprattutto per chi ha una famiglia.

Ecco allora che entra in scena l’Inps, che compensa, in larga parte, la riduzione di stipendio subita dal dipendente a causa della riduzione del suo orario di lavoro, erogandogli una somma compensativa. Questo è, in sintesi, il meccanismo del contratto di solidarietà.

Come si stipula il contratto di solidarietà?

Il contratto di solidarietà è stipulato dall’impresa attraverso contratti collettivi aziendali [1], sottoscritti dall’azienda e dalle rappresentanze sindacali aziendali o dai sindacati provinciali, che stabiliscono una riduzione dell’orario di lavoro al fine di evitare, in tutto o in parte, la riduzione o la dichiarazione di esubero del personale anche attraverso un suo più razionale impiego.

La riduzione media oraria non può essere superiore al 60 per cento dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati al contratto di solidarietà. Per ciascun lavoratore, la percentuale di riduzione complessiva dell’orario di lavoro non può essere superiore al 70 per cento nell’arco dell’intero periodo per il quale il contratto di solidarietà è stipulato.

Può accadere che, nonostante la crisi, l’azienda debba aumentare l’utilizzo del personale nel periodo del contratto di solidarietà. Proprio per questo, l’accordo aziendale che avvia il contratto di solidarietà deve specificare le modalità attraverso le quali l’impresa, per soddisfare temporanee esigenze di maggior lavoro, può modificare in aumento, nei limiti del normale orario di lavoro, l’orario ridotto.

Il maggior lavoro prestato comporta una corrispondente riduzione del trattamento di integrazione salariale versato dall’Inps.

A quali imprese si applica il contratto di solidarietà?

Il contratto di solidarietà è una delle causali che consente all’impresa di chiedere la Cassa integrazione guadagni straordinaria (cosiddetta CIGS). Il campo di applicazione del contratto di solidarietà è dunque lo stesso della CIGS. In particolare, la CIGS e dunque il contratto di solidarietà si applica a[2]:

  • imprese, che nel semestre precedente la data di presentazione della domanda, abbiano occupato mediamente più di quindici dipendenti, inclusi gli apprendisti e i dirigenti:
    • imprese industriali, comprese quelle edili e affini;
    • imprese artigiane che procedono alla sospensione dei lavoratori in conseguenza di sospensioni o riduzioni dell’attività dell’impresa che esercita l’influsso gestionale prevalente;
    • imprese appaltatrici di servizi di mensa o ristorazione, che subiscano una riduzione di attività in dipendenza di situazioni di difficoltà dell’azienda appaltante, che abbiano comportato per quest’ultima il ricorso al trattamento ordinario o straordinario di integrazione salariale;
    • imprese appaltatrici di servizi di pulizia, anche se costituite in forma di cooperativa, che subiscano una riduzione di attività in conseguenza della riduzione delle attività dell’azienda appaltante, che abbia comportato per quest’ultima il ricorso al trattamento straordinario di integrazione salariale;
    • imprese dei settori ausiliari del servizio ferroviario, ovvero del comparto della produzione e della manutenzione del materiale rotabile;
    • imprese cooperative di trasformazione di prodotti agricoli e loro consorzi;
    • imprese di vigilanza.
  • imprese, che nel semestre precedente la data di presentazione della domanda, abbiano occupato mediamente più di cinquanta dipendenti, inclusi gli apprendisti e i dirigenti:
    • imprese esercenti attività commerciali, comprese quelle della logistica;
    • agenzie di viaggio e turismo, compresi gli operatori turistici.
  • a prescindere dei dipendenti, in relazione alle categorie seguenti:
    • imprese del trasporto aereo e di gestione aeroportuale e società da queste derivate, nonché imprese del sistema aeroportuale;
    • partiti e movimenti politici e loro rispettive articolazioni e sezioni territoriali.

Quanto può durare il contratto di solidarietà?

La legge prevede che, in ogni unita’ produttiva, il trattamento straordinario di integrazione salariale determinato dall’approvazione di un contratto di solidarietà può avere una durata massima di 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile, prolungabili sino a 36 mesi, anche continuativi, nel quinquennio mobile.

Il Ministero del Lavoro [3] ha chiarito che il quinquennio mobile viene calcolato a ritroso a decorrere dall’ultimo giorno di trattamento richiesto da ogni azienda per ogni singola unità produttiva, e costituisce un periodo di osservazione (pari a cinque anni) nel quale verificare il numero di mesi di trattamento di integrazione salariale già concesso che, cumulato al periodo di tempo oggetto di richiesta, non deve andare a superare il limite massimo di 24 mesi (o 36 mesi).

Trattandosi di un parametro mobile e non fisso, l’inizio del periodo di osservazione si sposta con lo scorrere del tempo – anche durante l’utilizzo del trattamento – ed è diverso per ogni singola azienda in ragione dell’ultimo giorno di trattamento richiesto.

Quanto spetta ai lavoratori come integrazione salariale?

Il trattamento di integrazione salariale ammonta all’80 per cento della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese fra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale. Il trattamento si calcola tenendo conto dell’orario di ciascuna settimana indipendentemente dal periodo di paga.

Nel caso in cui la riduzione dell’orario di lavoro sia effettuata con ripartizione dell’orario su periodi ultrasettimanali predeterminati, l’integrazione è dovuta, nei limiti di cui ai periodi precedenti, sulla base della durata media settimanale dell’orario nel periodo ultrasettimanale considerato.

Per fare un esempio concreto, se il dipendente Tizio, per effetto della riduzione oraria disposta dal contratto di solidarietà, subisce una riduzione oraria pari a 15 ore settimanali e percepisce una retribuzione oraria pari a 20 euro l’ora, l’Inps gli erogherà una integrazione salariale pari a 16 euro l’ora e, quindi, pari a 240 euro a settimana.

L’integrazione salariale spetta a tutti i lavoratori?

Possono ricevere i trattamenti di integrazione salariale, compreso quello determinato dall’approvazione di un contratto di solidarietà, i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato, compresi gli apprendisti.

L’integrazione non spetta, invece, ai dirigenti e ai lavoratori a domicilio.

E’ inoltre richiesta un’anzianità di servizio presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento, pari almeno a novanta giorni alla data di presentazione della domanda di concessione.

note

[1] Art. 21 co.5 D. Lgs. n. 148/2015.

[2] Art. 20 co. 5, D. Lgs. n. 148/2015.

[3] Ministero del lavoro circolare n. 17 dell’8.11.2017.


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1 Commento

  1. Come ho già spiegato in commento ad altro articolo sul tema apparso alcuni mesi fà, l’INPS in realtà non segue il metodo di conteggio riportato nell’esempio anche se la normativa, sia quella attuale che quella precedente in tema di CDS,lo prevederebbe. L’Istituto applica fin dalla prima ora di CDS nel mese, il rapporto al massimale mensile. Il risultato è che l’importo erogato dall’INPS è di gran lunga inferiore all’80%.
    Cordiali saluti.

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