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Avere un figlio senza essere sposati: diritti e doveri

28 Novembre 2018


Avere un figlio senza essere sposati: diritti e doveri

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Novembre 2018



Al figlio naturale sono riconosciute le stesse tutele di un figlio legittimo. I genitori, devono garantire educazione, assistenza economica e morale, istruzione scolastica e sviluppo delle aspirazioni personali.

Ai figli naturali, nati in una coppia legata sentimentalmente ma non sposata, o da un’unione civile, sono riconosciute le stesse tutele dei figli legittimi concepiti in seguito alle nozze? Vediamo come il legislatore si sia a lungo occupato di eliminare le disparità esistenti tra le due tipologie di soggetti (figli nati nel matrimonio e figli nati fuori). Avere un figlio senza essere sposati infatti non dovrebbe comportare alcuna modifica nei diritti e doveri. Il legame che unisce i genitori ai figli è duraturo e continuo sia che il bambino sia stato messo alla luce durante una convivenza sia che sia stato concepito all’interno del matrimonio. Pertanto, ad  un figlio naturale, ossia nato da una coppia di fatto, non sposata, ma convivente, sono riconosciute le stesse tutele di un figlio legittimo nato all’interno del matrimonio.

I genitori, entrambi responsabili, devono garantire, oltre all’educazione, sufficiente per crescerlo in un ambiente sereno ed equilibrato, anche il benessere economico  per assicurargli cure adeguate, istruzione scolastica e sviluppo delle inclinazioni naturali.

Quello che potrebbe cambiare nel tempo è il vincolo sentimentale che lega la coppia. Infatti se uno dei due conviventi decide di interrompere il rapporto può farlo senza adempiere a formalità burocratiche, senza ricorrere al giudice, al tribunale e senza subire i costi e le noie che un divorzio comporta. L’ordinamento riconosce alla coppia non sposata, ma convivente, il diritto di risolvere i propri conflitti mediante la mediazione familiare. La mediazione è un modo che consente ai conviventi di superare i loro problemi con l’aiuto di un terapeuta esperto nella gestione delle crisi familiari. Quando i conviventi saranno ricevuti dal terapeuta, nella prima fase del colloquio, dovranno parlare delle loro preoccupazioni separatamente; successivamente, entrambi, saranno ascoltati congiuntamente. Questa procedura consente al terapeuta di capire le motivazioni all’origine dei loro problemi e giungere ad una soluzione. In alcuni casi, il terapeuta suggerisce alla coppia di conviventi di iniziare un nuovo percorso basato sul dialogo, sulla tolleranza e sulla pazienza reciproca. In altri casi può dare indicazioni su come separarsi e gestire la fine del loro rapporto senza essere irrispettosi e arrecare danno ai figli. La coppia di conviventi può rivolgersi anche al Giudice, che aiutato da psicologi e assistenti sociali  ascolterà il figlio minore, che abbia compiuto dodici anni; la finalità è quella di ristabilire l’ambiente, sano e familiare, adatto allo sviluppo e all’equilibrio psico-fisico del bambino. Sono stati compiuti molti passi avanti per riconoscere, sia dignità a tutti coloro che, pur non avendo contratto matrimonio, sono legati sentimentalmente e desiderano costruirsi una famiglia, sia una tutela giuridica e sociale al figlio naturale. Ora vediamo insieme quali sono le garanzie previste dalla legge per avere un figlio senza essere sposati: diritti e doveri e in che modo è stato possibile ottenere il loro riconoscimento.

Chi è la coppia di fatto e quali requisiti deve possedere?

La coppia di fatto si identifica in due persone, legate da un sentimento, che decidono di vivere insieme senza sposarsi, ma che hanno uno stabile e solido legame affettivo, tale che li induce a scegliere di abitare nella stessa casa come una famiglia.

Entrambi promettono di assistersi reciprocamente in caso di malattia; di aiutarsi economicamente; di contribuire ciascuno a seconda delle proprie capacità di reddito ai costi di gestione della casa, quali: elettricità, acqua, gas, riscaldamenti; alle spese per l’acquisto degli alimenti, alla cura e alla pulizia dell’abitazione, ai costi di riparazione ordinarie e manutenzione straordinaria della casa in cui vivono.

Requisiti della coppia di fatto

Affinché sia riconosciuta la coppia di fatto è fondamentale possedere i seguenti requisiti:

  • le due persone che decidono di lasciare le rispettive abitazioni di origine, esempio la casa nella quale convivono con i loro genitori, oppure il monolocale in cui uno dei due conduce una vita da single, per andare a vivere insieme, devono aver raggiunto la maggiore età;
  • la coppia deve essere legata da un vincolo sentimentale solido e stabile al fine di promettersi reciproca assistenza materiale e morale;
  • non devono essere già unite in matrimonio con un’altra persona;
  • se una delle due persone è unita civilmente o sposata con un’altra persona, affinché la nuova unione possa essere considerata convivenza di fatto è necessario non la semplice separazione dall’altro coniuge, ma il divorzio.

Chi è il figlio naturale?

Il figlio naturale è il figlio nato fuori dal matrimonio in una famiglia di fatto che ha diritto di ricevere le stesse tutele, cure e assistenze di un figlio concepito all’interno del matrimonio.

Il figlio naturale ha diritto di essere mantenuto, non solo fino a quando è minorenne, ma anche oltre, infatti qualora abbia compiuto la maggiore età e non sia in grado di provvedere da solo a sé stesso ha diritto di ricevere gli alimenti [1].

Il figlio anche se è stato concepito quando i due conviventi erano già uniti in matrimonio ad altre persone può essere riconosciuto dalla madre o dal padre e gli verrà attribuito il cognome del genitore che lo ha riconosciuto per prima; se entrambi, nello stesso momento, provvedono al riconoscimento, gli spetterà il cognome del padre.

Tipologie di famiglie: riconoscimento unico stato giuridico di figlio

La nostra cultura è stata per anni condizionata dal concetto di famiglia allargata composta non solo da padre, madre e figli, ma anche da parenti e affini  [2].

Nel corso degli anni la famiglia si è evoluta e siamo passati ad una tipologia di famiglia nucleare ristretta, ossia costituita da padre, madre e figli. Una famiglia nucleare che ha ricevuto attenzione dall’ordinamento giuridico da sempre; infatti il nostro codice civile ha offerto tutele adeguate alla coppia coniugata e ai figli legittimi nati all’interno del matrimonio.

Con il tempo, i cambiamenti culturali e sociali, hanno spinto le persone a superare l’idea di famiglia tradizionale a cui erano abituati, per arrivare ad accettare il riconoscimento della famiglia di fatto, composta da due persone che vivono insieme ma non sono sposate.

Oggi, infatti, per merito di recenti disposizioni legislative [3] sono stati riconosciuti ai figli naturali gli stessi diritti e doveri dei figli legittimi.

Questo è stato possibile eliminando dal codice civile la suddivisione di figli in legittimi e in naturali. La distinzione, infatti, ammetteva una diversità tra gli stessi. Ora è stata introdotta solo la parola figlio riferendosi ad entrambi e garantendo un unico stato giuridico per tutti.

Quali sono gli obblighi e le responsabilità dei genitori  non sposati?

Qualora i genitori non siano uniti in matrimonio hanno l’obbligo di provvedere al mantenimento dei propri figli per il solo fatto che li hanno concepiti [4].  

Il figlio naturale acquisisce fin dalla nascita i suoi diritti  ad essere mantenuto, educato, istruito, assistito economicamente e moralmente. I genitori sono entrambi responsabili e obbligati nei confronti dei figli a provvedere, ciascuno in proporzione alle risorse, alla crescita del proprio figlio.

Il genitore che lavora aiuterà il figlio in proporzione al suo reddito, l’altro si dedicherà al figlio con tutto il suo apporto casalingo.

Quali sono i diritti del figlio?

La coppia non sposata deve tutelare il figlio e rispettare i seguenti diritti riconosciuti [5]:

  • ha diritto di essere mantenuto per il suo sostentamento economico;
  • ha diritto di ricevere una scrupolosa educazione che gli consentirà di integrarsi nella società civile e di relazionarsi agli altri;
  • ha diritto ad essere istruito. I genitori, infatti, devono impegnarsi costantemente per seguirlo in tutte le attività scolastiche obbligatorie e consigliargli successivamente  il percorso di studi adatto alle sue capacità;
  • ha diritto di essere assistito moralmente dai genitori, i quali gli staranno accanto nelle decisioni più importanti, rispettando le sue inclinazioni naturali e le sue aspirazioni;
  • ha diritto di crescere in un ambiente familiare sereno e di mantenere legami affettivi importanti con i parenti;
  • ha diritto, qualora abbia compiuto dodici anni o, se inferiore, dimostri di avere una capacità di giudizio superiore alla media, di essere ascoltato in sede giudiziale qualora vi siano problemi o questioni da risolvere che lo coinvolgono nell’ambito della sua famiglia.

 Quali sono i doveri del figlio?

I doveri del figlio sono i seguenti:

  • il figlio deve rispettare i genitori. Questo è un dovere dettato da sentimenti di gratitudine e di amore che il figlio prova per i genitori. Non è un obbligo imposto dalla legge, infatti, nel caso in cui il figlio non rispetti i genitori non va incontro a sanzioni, né tanto meno i genitori vengono meno ai loro obblighi di mantenimento, istruzione, educazione, assistenza morale e sviluppo delle inclinazioni naturali del figlio;
  • quando un genitore non riesce da solo a pagare i generi alimentari: pasta, pane, uova, latte, carne, pesce, frutta, verdure, ortaggi e legumi che gli garantiscono una nutrizione equilibrata. Quando non riesce a comprare una maglia, un pantalone, delle scarpe o a pagare le bollette di base: elettricità, gas, acqua, riscaldamenti, il figlio deve aiutare il genitore anziano, privo di pensione o con una pensione bassa. La legge prevede che il figlio decida se corrispondere un assegno periodico al padre bisognoso oppure se accoglierlo nella propria casa. Qualora il figlio faccia mancare gli alimenti al padre, venendo meno ai suoi obblighi di assistenza familiare, commette una violazione che viene punita con la reclusione fino a un anno e una multa da euro 103 a euro 1.032;
  • il figlio, deve provvedere, in proporzione alle sue reali capacità di reddito, al mantenimento della famiglia finché  convive  con essa. Tuttavia non è  tenuto a prestare gli alimenti qualora il genitore decada dalla responsabilità genitoriale  [6]. La responsabilità dei genitori nei confronti dei figli sorge sin dalla nascita del figlio, infatti entrambi, madre e padre, sono obbligati ad occuparsi del figlio, a proteggerlo, a prendersi cura di lui, a provvedere alla sua crescita,  non solo fin quando il figlio è minore, ma sono vincolati anche se il figlio è maggiorenne; ossia fino a quando non raggiunge l’indipendenza economica e non è in grado di provvedere da solo a sé stesso. Il figlio non può abbandonare la casa dei genitori fino alla maggiore età, nel caso in cui il figlio minore si allontani da casa senza il loro permesso, i genitori, responsabili della sua salute, possono far intervenire il giudice tutelare. Il giudice dichiara la perdita della responsabilità genitoriale e, di conseguenza, di tutti i diritti e i doveri sul figlio, quando il genitore non se ne prende cura. Quando non lo protegge, anzi lo maltratta, lo trascura; non si occupa di guarirlo, con adeguate medicine, in caso di malattia; non provvede alla sua alimentazione, non lo assiste economicamente e moralmente, non lo segue nell’istruzione scolastica, né lo incentiva a sviluppare le sue attitudini naturali. Esempio, se il figlio mostra una inclinazione naturale per la musica, per la danza o per il teatro, il genitore potrebbe fargli frequentare corsi di recitazione oppure seguire le lezioni di  musica  o di danza ma non lo incoraggia e non lo accompagna nelle rispettive scuole o accademie.

Quali tutele normative riceve la convivenza di fatto?

E’ stata introdotta una legge [7] che riconosce alle convivenze di fatto gli stessi diritti e doveri delle coppie sposate. Questa disciplina normativa ha segnato il superamento di un dettato costituzionale che tutelava i diritti solo della famiglia naturale fondata sul matrimonio [8].

Sarebbe quasi opportuno parlare non più di coppia di fatto ma di convivenza di diritto in quanto le stesse ora trovano espressione in una legge statale. Per accertare il concreto e continuativo vivere insieme, i conviventi devono recarsi al proprio Comune di residenza e presentare una dichiarazione anagrafica, ossia un modulo compilato e firmato da entrambi, che deve riportare i dati personali: nome, cognome, data e comune di nascita, indirizzo di residenza dei componenti della famiglia di fatto; al fine di dimostrare che i conviventi abitino nella stessa casa.

E’ l’equivalente dello stato di famiglia, per le coppie unite in matrimonio.

Cos’è il contratto di convivenza?

Il contratto di convivenza è un accordo con il quale i due conviventi decidono di stabilire in che modo gestire la propria quotidianità. Infatti i due conviventi sono liberi di regolare i rapporti patrimoniali come ritengono più opportuno. Tale accordo di convivenza è facoltativo; infatti la coppia di conviventi che non vuole stipulare un contratto per regolare la loro unione non è vincolata a farlo. E’ a discrezione delle parti conviventi.

La mancanza di un patto di convivenza scritto non comporta sanzioni.

Tuttavia quando la coppia di fatto decide di disciplinare la convivenza tramite un contratto è obbligatorio che contenga i seguenti elementi:

  • la residenza dei conviventi di fatto;
  • le modalità con le quali ognuno contribuisce a soddisfare le esigenze alimentari, sanitarie, mediche, di cura dell’abitazione e riparazioni ordinarie della casa in cui vivono, in proporzione alle proprie capacità di reddito;
  • il regime patrimoniale scelto: comunione legale o separazione dei beni;
  • l’indirizzo di residenza presso il quale intendono ricevere le comunicazioni;
  • l’ introduzione di un termine di durata e condizione. Le parti stabiliscono che il contratto di convivenza è a tempo indeterminato però lo stesso si risolve al verificarsi delle seguenti situazioni: quando i due decidono di sposarsi o di unirsi civilmente; quando un convivente decide di sposarsi con un’altra persona; quando uno dei due muore; quando uno dei contraenti decide di recedere dal contratto di convivenza o quando di comune accordo decidono che il rapporto di convivenza sia terminato.

Una coppia di fatto senza contratto di convivenza conserva il regime di separazione dei beni; ciascun convivente è proprietario esclusivo dei propri beni.

Come deve essere redatto e da chi?

Il contratto di convivenza deve essere redatto per iscritto, assume la forma dell’atto pubblico o della scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che controllano che i contenuti del contratto rispettino le norme della legalità e che non siano contrari ai principi del buon costume. Solo in questo modo  è consentito attivare immediatamente la procedura di esecuzione forzata se uno dei due conviventi non adempie agli obblighi assunti. Successivamente il professionista provvederà a trasmettere copia del contratto al Comune di residenza dei due conviventi per l’iscrizione all’anagrafe.

Quali sono i diritti del convivente?

Al convivente oggi sono riconosciuti i diritti personali, patrimoniali e successori, gli stessi  attribuiti al coniuge.

Vediamo nel dettaglio quali sono i primi:

  • il diritto di fare visita al proprio amato in caso di ricovero in ospedale o di malattia di quest’ultimo;
  • il diritto di essere informato sullo stato di salute del  proprio convivente;
  • il diritto di essere nominato suo rappresentante, nel caso la persona abbia una ridotta capacità di intendere e di volere a causa della malattia, e non possa decidere da solo sullo stato della propria salute; esempio quando non può scegliere in  maniera autonoma  se  sia opportuno interrompere o meno un trattamento medico, se sia giusto scegliere una terapia diversa da quella seguita, o se donare i suoi organi, in caso di morte, o ancora la modalità di trattamento del proprio corpo  [9], e disposizioni in merito alla celebrazione di un eventuale funerale;
  • il diritto di essere nominato tutore qualora il convivente versi in stato di interdizione o di inabilitazione.

Diritti patrimoniali

  • al convivente è attribuito il diritto di lavorare nell’azienda di famiglia dell’altro coinquilino, se vi lavora in maniera stabile ha il diritto di essere retribuito, di partecipare agli utili e agli incrementi aziendali, in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. Questa importante novità introdotta nel nostro codice civile  [10],  risponde alla ingiusta disciplina  [11],  che prevedeva che il lavoro svolto dal convivente di fatto, all’interno dell’ambito familiare, dovesse essere gratuito, in quanto le prestazioni lavorative del convivente sono considerate offerte per fini di solidarietà, di aiuto all’altro convivente al quale è legato da vincoli affettivi, e non hanno natura di rapporto di lavoro subordinato per le quali sono previste prestazioni retribuite;
  •  il convivente di fatto è preferito, in caso di assegnazione delle case popolari, qualora l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo di preferenza;
  • ha diritto di ricevere un risarcimento nel caso in cui il convivente muoia a causa di un fatto illecito compiuto da terzi.

Cosa succede al convivente e ai figli dopo il decesso dell’altro?

Al convivente e ai figli sono riconosciuti i diritti successori. Nello specifico il convivente, dopo il decesso dell’altro,  conserva il diritto di abitare nella casa in cui ha vissuto e ha stabilito la comune residenza con il convivente deceduto. L’unica eccezione è rappresentata dalla presenza di figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti.

In questo caso, infatti, su provvedimento giudiziale che consegue alla cessazione del rapporto di convivenza, viene stabilito che il convivente non può abitare nella casa, ma conserva sulla stessa un diritto personale di godimento,  perché il diritto di abitazione è riservato ai figli.

Qualora non siano presenti i figli, il convivente ha diritto di continuare ad abitare nella casa per un periodo pari alla convivenza e comunque non oltre i cinque anni. Se con la coppia coabitassero anche figli minori o disabili del convivente superstite, quest’ultimo avrebbe diritto di continuare ad abitare nella casa per un periodo non superiore a tre anni.

Il convivente perde il diritto di abitazione quando decide di sposarsi, di unirsi civilmente o quando inizia una nuova convivenza.

Al convivente di fatto viene riconosciuto il diritto di succedere nel contratto di locazione della casa di comune residenza. Il convivente prima di morire può dichiarare nel testamento che l’erede dei suoi beni sia il convivente di fatto, in questo caso però prima di realizzare la volontà del convivente deceduto  occorre  valutare che non siano presenti i legittimari e di non ledere i diritti che la legge riconosce loro  [12]. 

Di MARIA GIOVANNA CARUSO

note

[1] Art. 279 cod. civ.

[2] Art. 78 cod. civ.

[3] L. n. 219 del 10.12.2012.

[4] Cass. Civile n°5652 del 10.06.2012.

[5] Art. 315-bis cod. civ.

[6] Art. 448-bis cod. civ.

[7] L.  n. 76 del 20.05.2016.

[8] Art. 29 Cost.

[9] L. n. 219 del 22.12.2017.

[10] Art. 230 ter cod. civ.

[11] Cass. civile sez. lavoro sent. n° 5632 del 15.03.2006.

[12] Artt. 536 e ss. cod. civ.


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