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Violenza morale: cos’è?

6 dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 dicembre 2018



Cos’è la violenza psicologica? Cosa si può fare contro il contratto stipulato dietro minaccia? La violenza morale è reato?

Quando si parla di violenza la mente va subito agli episodi di cronaca nera che ascoltiamo in televisione o leggiamo sui giornali: percosse, abusi fisici e sessuali, atti di bullismo e di costrizione, fino all’estremo gesto di violenza, quello che sopprime una vita umana. Eppure, la violenza non è solamente fisica, ma anche psicologica: una persona può subire violenza da un’altra anche senza essere neppure sfiorata con un dito. Le vessazioni che possono essere inflitte a un altro individuo possono essere realizzate anche mediante parole, comportamenti, gesti apparentemente innocui e perfino silenzi. Pensa ai maltrattamenti in famiglia: la Corte di Cassazione ha da tempo ammesso che i maltrattamenti possono consistere anche in umiliazioni e condotte di disprezzo reiterate nel tempo. La violenza, quindi, non è solo fisica. Ti starai chiedendo: nel mondo del diritto può avere importanza una violenza meramente morale o psicologica? Certo che sì; anzi, ti dirò di più: la violenza morale rileva sia nel diritto civile che in quello penale. Se quanto detto ha suscitato il tuo interesse, allora prosegui nella lettura: ti spiegherò cos’è la violenza morale.

Quando è violenza morale?

Vediamo innanzitutto quando una violenza può definirsi morale. La violenza morale (o psicologica) si contrappone alla violenza fisica, cioè a quella che presuppone l’esercizio della forza bruta, e ne rappresenta pertanto l’esatto opposto: mentre nella violenza fisica occorre la prevaricazione di una persona sull’altra, nella violenza morale la sopraffazione avviene senza l’impiego di energie fisiche. Tante parole sono inutili, basta un esempio: una persona che ti prende per un braccio e ti impedisce il libero movimento esercita su di te una violenza di tipo fisico; se la stessa persona, anziché afferrarti, ti minaccia con un’arma oppure prospettandoti un male, allora si tratterà di violenza morale.

In maniera un po’ più tecnica, si dice che la violenza morale agisce sulla libera formazione della volontà della vittima, la quale deve necessariamente piegarsi a quella dell’altra persona per non subire il male ingiusto prospettato. La volontà della vittima, pertanto, è viziata sul nascere, perché condizionata dalla violenza morale. La violenza fisica, invece, lascia intatto il convincimento personale della vittima, la quale non può agire diversamente perché un’energia esterna ne impedisce e limita la libertà. Se Tizio sbarra la porta a Caio parandosi davanti, impedendo a quest’ultimo di oltrepassarlo, allora Caio subirà una violenza fisica; diversamente, se Caio può liberamente varcare la soglia, ma Tizio lo intimorisce dicendogli che, se lo farà, dovrà temere per la vita dei suoi cari, allora Caio subirà una violenza psicologica che potrebbe ugualmente impedirgli di superare la soglia.

Violenza morale nel diritto civile

La violenza morale è ben conosciuta nel diritto civile: il codice dice che la violenza è causa di annullamento del contratto, anche se esercitata da un terzo [1]. In pratica, la violenza morale consiste nella minaccia di un male ingiusto e notevole, tale da indurre una persona a stipulare un contratto che, altrimenti, non avrebbe mai concluso.

Ti faccio questo esempio: Tizio costringe Caio a vendergli la sua automobile ad un prezzo irrisorio, dietro la minaccia di una grave ritorsione. In questa ipotesi, Caio subisce una violenza morale a tutti gli effetti, nei confronti della quale potrà successivamente agire impugnando il contratto nei successivi cinque anni e chiedendo l’annullamento dello stesso.

La violenza morale civile rileva anche se proviene da una persona non direttamente coinvolta nell’affare: ad esempio, riprendendo l’esempio appena concluso, Caio potrà annullare il contratto anche se la minaccia fosse provenuta da Sempronio, amico di Tizio e soggetto estraneo al contratto. Ugualmente, c’è violenza morale anche se la minaccia riguarda altre persone, diverse da chi dovrà sottoscrivere l’accordo: dice il codice che la violenza è causa di annullamento anche quando il male prospettato riguarda la persona o i beni del coniuge del contraente, o di un discendente o ascendente di lui [2].

Violenza morale nel diritto penale

La violenza morale può costituire reato, oltre che provocare l’annullamento del contratto. In particolare, sono principalmente tre i delitti che possono configurarsi nel caso in cui una persona prospetti seriamente un male ingiusto ad un’altra: quello di minaccia, di violenza privata e, in ipotesi più rare, di maltrattamenti. Andiamo con ordine.

Minaccia

Secondo il codice penale, chiunque minaccia un’altra persone di un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro. Se la minaccia è grave (ad esempio, minaccia di morte) o è perpetrata mediante l’utilizzo di armi o altri metodi particolarmente intimidatori, la pena è della reclusione fino a un anno e, in quest’ultimo caso, si procede d’ufficio [3].

Pertanto, se, dietro intimidazioni, sei costretto a firmare un contratto con il quale cedi praticamente gratis la tua casa, non solo potrai impugnare civilmente il contratto, ma potrai recarti presso le forze dell’ordine per sporgere querela.

Violenza privata

Il delitto di violenza privata, invece, consiste nella condotta di chi, con violenza o minaccia, costringe un’altra persona a fare, tollerare, od omettere qualcosa. La pena è la reclusione fino a quattro anni, aumentata nei casi di violenza aggravata (ad esempio, perché fatta mediante l’uso delle armi, con l’aiuto di altre persone, ecc.) [4].

Anche nell’ipotesi di violenza privata, quindi, è possibile ravvisare la violenza morale o psicologica in tutte quelle circostanze in cui la libertà di una persona, da intendersi sia come libertà fisica di movimento che di libero convincimento, sia “violentata”, cioè costretta a percorrere una strada diversa da quella che si sarebbe voluta in realtà.

Maltrattamenti

Secondo la legge, commette reato chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni [5].

Questa fattispecie di reato è applicabile anche a chi causi un dolore psichico o una violenza morale, purché la vittima sia convivente. Secondo la giurisprudenza, infatti, nei maltrattamenti non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità, idonei a causare sofferenze morali [6]. Se la sofferenza si tramuta in una soggezione psicologica totale, potrebbero allora integrarsi gli estremi del reato di maltrattamenti in famiglia.

note

[1] Art. 1434 cod. civ.

[2] Art. 1436 cod. civ.

[3] Art. 612 cod. pen.

[4] Art. 610 cod. pen.

[5] Art. 572 cod. pen.

[6] Cass., sent. n. 8396 del 12.09.1996.

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