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Dipendenti non pagati: è estorsione e autoriciclaggio

29 Ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Ottobre 2018



Quando il datore di lavoro rischia l’estorsione e l’autoriciclaggio? Cosa succede all’imprenditore che sottopaga i dipendenti?

A volte, pur di lavorare, si è disposti a tutto, anche a non far valere i propri diritti: mi riferisco a coloro che accettano uno stipendio da fame, alle persone a cui non sono riconosciuti i regolari contributi oppure che sono costrette a fare gli straordinari senza alcun compenso. Chi lavora in nero (o quasi) è sfruttato dal proprio datore, questo si sa: quello che non sai, però, è che il boss che non mette in regola i suoi lavoratori o che li costringe a buste paga fasulle rischia grosso. A stabilirlo è la giurisprudenza, secondo cui il datore di lavoro che non retribuisce adeguatamente il suo dipendente rischia il carcere con l’imputazione di estorsione e di autoriciclaggio. Se ti sembra esagerato quello che ti ho appena detto, dovrai ricrederti: se proseguirai nella lettura di questo articolo, ti dirò perché nel caso di dipendenti non pagati c’è estorsione e autoriciclaggio.

Estorsione: cos’è?

Prima di vedere perché il datore di lavoro, nel caso di dipendenti non pagati, risponde di estorsione e autoriciclaggio, è bene che ti spiega in cosa consistono questi due gravi reati. Cominciamo dall’estorsione. Secondo il codice penale, chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, risponde del reato di estorsione [1]. La pena prevista è la reclusione da cinque a dieci anni e la multa da mille a quattromila euro, salvo aggravanti.

Con l’estorsione, quindi, la vittima è costretta, mediante minaccia o violenza, a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe fatto, oppure, al contrario, a non fare qualcosa che avrebbe fatto. In buona sostanza, la sua volontà viene coartata, cioè forzata, a beneficio del reo.

Il datore che non paga i dipendenti commette estorsione?

Cosa c’entra l’estorsione con i dipendenti non pagati? Te lo spiego subito: secondo la giurisprudenza, ai fini della configurabilità del reato di estorsione sono indifferenti la forma o il modo della minaccia, potendo questa essere manifesta o implicita, diretta o indiretta, orale o scritta, determinata o indeterminata, purché comunque idonea, in relazione alle circostanze concrete, a incutere timore e a coartare la volontà del soggetto passivo [2].

Per la sussistenza del reato di estorsione, non è necessario che la volontà della vittima, per effetto della minaccia, sia completamente esclusa, ma che, residuando la possibilità di scelta fra l’accettare le richieste dell’agente o subire il male minacciato, la possibilità di autodeterminazione sia condizionata in maniera più o meno grave dal timore di subire il pregiudizio prospettato.

Se, al contrario, la volontà della vittima venisse del tutto annullata, non potendo questa scegliere tra l’assecondare la pretesa criminale o subire il danno, cioè quando non esiste possibilità di scelta, si potrebbe configurare il reato di rapina [3].

Alla luce di quanto appena detto capirai che il datore di lavoro che impone al dipendente una busta paga inferiore al lavoro svolto dietro la minaccia (anche implicita o tacita) del licenziamento, in qualche modo impone al lavoratore un comportamento dal quale lui trae un evidente vantaggio economico.

Autoriciclaggio: cos’è?

Secondo il codice penale, si macchia del reato di autoriciclaggio chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto doloso, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa [4]. Viene esclusa la punibilità dell’autoriciclaggio solamente se il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinati alla mera utilizzazione o al godimento personale: in altre parole, se non vengono reimpiegati al fine di ostacolare l’individuazione della provenienza.

Autoriciclaggio e riciclaggio: qual è la differenza?

Il classico reato di riciclaggio prevede che è “riciclatore” colui che prende del denaro o dei beni da colui o coloro che li hanno ottenuti da reato e li immette nel circuito economico legale attraverso operazioni finanziarie o di qualsiasi natura commerciale. Va da sé che per punire il colpevole di riciclaggio bisognerà dimostrare che le risorse da lui impiegate siano proprio quelle che gli sono arrivate dai reati compiuti da terzi. Questi ultimi non potranno essere condannati per riciclaggio, ma per i reati cosiddetti presupposti. Il riciclatore non viene punito per riciclaggio se partecipa alla commissione del reato presupposto.

Con l’autoriciclaggio, invece, questa impostazione si capovolge del tutto, in quanto il reato si potrà contestare alla stessa persona che ha commesso il delitto presupposto, senza considerarlo quindi un mediatore, né applicandogli l’esimente per aver concorso nel reato presupposto.

Datore non paga dipendenti: estorsione e autoriciclaggio

Secondo la Corte di Cassazione [5], il datore di lavoro che obbliga i dipendenti ad accettare buste paga ridotte rispetto a quelle formalmente concordate e a lavorare per un orario superiore a quanto contrattualmente previsto, risponde dei reati di estorsione e di autoriciclaggio.  In particolare, il delitto di autoriciclaggio scatta allorquando l’imprenditore che non versa le somme dovute ai propri dipendenti (tredicesime, quattordicesime, straordinari, ecc.) reimpiega le stesse nella propria azienda per finanziare altre attività: secondo la Suprema Corte, questa operazione ostacolerebbe l’identificazione della provenienza illegale di dette somme.

Proprio per evitare manovre elusive, oggi i datori non possono più pagare in contanti i propri dipendenti, essendo in vigore l’obbligo di utilizzare mezzi tracciabili.

note

[1] Art. 629 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 36698/2012 del 24.09.2012.

[3] Cass., sent. n. 4308/1996 del 21.01.1996.

[4] Art. 648-ter.1 cod. pen.

[5] Cass., sent. n. 25979/2018.

Autore immagine: Pixabay.com


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