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Posso lasciare il lavoro in anticipo per cambiarmi?

29 ottobre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 ottobre 2018



La Cassazione ha stabilito quando deve essere retribuito il «tempo tuta» e quando è legittimo il licenziamento per insubordinazione.

Alcuni lavori prevedono di indossare una divisa. Pensa, ad esempio, al cameriere, alla commessa, alla hostess, all’infermiere. Altri devono essere svolti con una tuta particolare (il meccanico, il gommista, l’operaio metalmeccanico). Se anche tu fai uno di questi lavori, saprai che indossare e togliere la divisa o la tuta richiede qualche minuto. La domanda è: quel tempo deve essere pagato? Certo, si parla, appunto, di pochi minuti. Ma anche pochi minuti bastano per essere considerati un lavoratore ritardatario o uno a cui «cade la penna» e smette di lavorare prima calcolando il tempo che ci vuole a togliere la divisa e rimettere i propri abiti. Quindi, ti chiedi: posso lasciare il lavoro in anticipo per cambiarmi?

Tutto dipende da ciò che dice in proposito il tuo contratto nazionale di categoria. Perché se nulla è previsto, potresti essere licenziato per insubordinazione. Così ha deciso la Cassazione con una recente sentenza [1].  Il dipendente non ha alcun titolo per attribuirsi quello che viene denominato il «tempo tuta», cioè quei minuti che occorrono per mettere e per togliere gli abiti di lavoro. Quindi, lasciare il lavoro in anticipo per cambiarsi può legittimare un licenziamento. Soprattutto se il tuo capo ti ha già fatto notare che così non va bene.

Si rende necessario, quindi, approfondire i concetti di «orario di lavoro» e di «tempo tuta». Il secondo rientra nel primo? Cioè, mettersi addosso una divisa obbligatoria rientra nell’orario di lavoro in cui si è a disposizione dell’azienda? Oppure l’orario di lavoro è da intendersi come quello in cui effettivamente si svolge un’attività e, quindi, bisogna arrivare prima per prepararsi e lasciare il lavoro solo quando l’orario è terminato per poi cambiarsi?

Che cosa si intende per orario di lavoro?

Secondo la normativa che viene applicata sia nel settore pubblico sia in quello privato [2], rientra nell’orario di lavoro qualsiasi periodo in cui il dipendente sia a disposizione del datore nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni. È fissato in 40 ore settimanali, anche se questo limite può essere modificato dai contratti collettivi di categoria. I quali, però, devono stabilire l’orario normale in base alla durata media delle prestazioni in un periodo non superiore all’anno.

Si considera lavoro straordinario, invece, quello che viene prestato oltre il normale orario sopra citato. Deve essere svolto solo previo accordo tra lavoratore e azienda per un periodo che non superi le 250 ore annuali e va pagato con una maggiorazione stabilita dal relativo Ccnl.

Da tutto ciò si può dedurre che va considerato come orario di lavoro tutto il tempo che il dipendente dedica alla sua attività o, per dirlo in un altro modo, tutto il tempo che il lavoratore non può dedicare a sé stesso. Compreso quello impiegato per indossare o per togliere una divisa obbligatoria.

Che cos’è il «tempo tuta»?

Si chiama «tempo tuta» ma potrebbe chiamarsi anche «tempo divisa». Altro non è che il tempo necessario per indossare una divisa aziendale (o una tuta, a seconda dell’attività che si fa). Questo gesto deve rientrare nell’orario di lavoro nel caso in cui sia imposto dal contratto collettivo nazionale oppure dallo stesso datore di lavoro che venga effettuato in azienda. Può essere il caso dell’infermiere, del medico, del meccanico, della hostess di aereo, del capotreno o del controllore, del poliziotto, del cameriere o del receptionist di albergo, ecc. Per questo motivo, il dipendente può iniziare l’attività qualche minuto più tardi dopo avere indossato la divisa e può lasciare il lavoro in anticipo per cambiarsi senza subire delle sanzioni. Lo ha stabilito la Cassazione [3] rigettando il ricorso di una società condannata a pagare a delle addette alla mensa delle differenze retributive non corrisposte per il tempo necessario ad indossare gli abiti adeguati allo svolgimento del servizio.

In altre parole, se l’orario di lavoro stabilito è dalle 8 alle 16, il dipendente può arrivare nella sede di lavoro alle 8, indossare la tuta o la divisa e cominciare a svolgere la sua attività alle 8.05 o alle 8.10, cioè dopo il tempo che gli occorre per essere pronto. Ovviamente, non è giustificabile impiegare mezz’ora per indossare una tuta o una giacca ed un paio di pantaloni, come non lo è neppure iniziare alle 8.20 perché alla divisa ci attacchiamo la macchinetta del caffè ed il commento sulla partita di calcio della sera prima.

Se il lavoro vero e proprio deve iniziare alle 8 in punto, l’azienda è tenuta a pagare il tempo impiegato alla vestizione prima dell’inizio del turno e quello utilizzato dopo la fine dell’attività per cambiarsi di nuovo.

Lasciare il lavoro in anticipo: quando è legittimo il licenziamento?

Altro discorso è che il datore di lavoro conceda al dipendente la possibilità di scegliere dove indossare la divisa e, quindi, dove utilizzare il «tempo tuta», se a casa o in azienda (pensiamo, ad esempio, ad un’impiegata obbligata a lavorare in tailleur oscuro). In questo caso, non essendo costretto a farlo in ufficio o in stabilimento, il dipendente non può iniziare più tardi o lasciare il lavoro in anticipo perché quel gesto rientra nei cosiddetti atti di diligenza preparatoria allo svolgimento della prestazione lavorativa. Proprio per questo motivo, non va retribuito e, di conseguenza, deve essere fatto prima e dopo l’orario di lavoro senza nulla pretendere in più oltre allo stipendio.

Significa che il dipendente non può decidere di lasciare in lavoro in anticipo appellandosi ad un «tempo tuta» arbitrariamente scelto da lui. In questo caso, avverte la Cassazione, il licenziamento è legittimo per insubordinazione, specie se ignora gli ammonimenti dell’azienda.


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