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Versamento sul conto corrente: rischi

30 ottobre 2018


Versamento sul conto corrente: rischi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 ottobre 2018



Accrediti bancari: quando scatta l’accertamento fiscale. Come difendersi dall’Agenzia delle Entrate.

Hai messo da parte, in tutti questi anni, un po’ di contanti che hai conservato con cura in un cassetto di casa. Ora è arrivato il momento di “rompere il salvadanaio” e versarli sul conto corrente. In banca staranno più al sicuro. Tuttavia temi che un giorno il fisco o la polizia, trovando traccia del versamento, possano chiederti da dove hai preso tutto questo denaro e, magari, contestarti qualche operazione illecita o un’evasione fiscale. In quel caso non sapresti come difenderti e quali prove fornire per dimostrare la tua buona fede e la regolarità dell’operazione. Quali sono i rischi di un versamento sul conto corrente? Esistono una miriade di sentenze che cercano di fornire una risposta al tuo problema. Se ne è occupata, in passato, la Cassazione così come tanti altri giudici di primo e secondo grado. Da ultimo la Commissione Tributaria Provinciale di Frosinone [1].

Prima però di spiegare quali contribuenti possono essere sottoposti a indagini bancarie da parte dell’Agenzia delle Entrate e a partire da quale importo si rischia l’accertamento, è però bene illustrare alcuni concetti di partenza che potranno esserti utili nel definire il comportamento più conveniente per il tuo caso. Fatto ciò potrai comprendere tu stesso, senza bisogno di essere un avvocato o un esperto in diritto tributario, quali rischi comporta un versamento sul conto corrente.

Versamenti sul conto corrente: il fisco li può vedere?

Non farti molte illusioni. Se il fisco vuole, può conoscere in ogni momento qualsiasi movimento che fai sul conto corrente: sia i prelievi, sia i versamenti, sia i bonifici in entrata o in uscita. Ciò è reso possibile grazie al cosiddetto “archivio dei rapporti tributari” anche noto come “anagrafe dei conti correnti”. Si tratta di un database in cui confluiscono tutte le informazioni che le banche sono obbligate a fornire all’Agenzia delle Entrate come: numero di conti correnti intestati al contribuente, saldo, lista movimenti, cassette di sicurezza, deposito titoli, investimenti, ecc. Ogni rapporto che tu hai con la banca o con altro intermediario finanziario (ad esempio le Poste) viene quindi comunicato al fisco.

Versamenti sul conto corrente: cosa fa il fisco?

Attenzione: quando parliamo di versamenti sul conto corrente intendiamo non solo il denaro contante depositato in banca ma anche i bonifici ricevuti. Prendiamo ad esempio queste due ipotesi. Mario ha ricevuto una serie di soldi contanti in occasione del suo matrimonio; alcuni di questi li spende per il viaggio, mentre gli altri li deposita sul conto corrente. Tale versamento rientra quindi nel concetto di movimento bancario che può essere “osservato” dal fisco. Il secondo esempio è quello di Mario che esegue un lavoro per conto di Luca e quest’ultimo gli versa il corrispettivo con un bonifico bancario sul conto corrente. 

Nel momento in cui l’agente del fisco nota che sul conto corrente di un contribuente vi è un accredito (sia che questo derivi da un bonifico ricevuto da un’altra persona che da un versamento di contanti allo sportello) va a verificare se tale importo è riportato nella dichiarazione dei redditi ossia se è stato “denunciato”. Se lo è, significa che su di esso sono state pagate le tasse e quindi non parte alcun accertamento. 

Viceversa, nel caso contrario, scatta quella che viene definita presunzione di reddito [2]. Cosa significa? Questo concetto è molto importante: fai quindi bene attenzione a ciò che stiamo per dirti. Per il fisco, gli accrediti sul conto corrente (bonifici e versamenti di contanti) si presumono essere un reddito non dichiarato; non trovandoli indicati nella dichiarazione, infatti, l’ufficio delle imposte non può sapere da dove provengono i soldi ed è autorizzato dalla legge a ritenerli “nero”. Spetta al contribuente difendersi e dimostrare che tali soldi non vanno tassati perché si tratta di redditi esenti o già tassati alla fonte (ossia quando sono stati erogati).

Facciamo qualche esempio. Mario riceve in regalo del denaro in occasione delle nozze o un risarcimento del danno per un incidente stradale. Si tratta di somme che non vanno tassate in quanto “esentasse”. Ma spetta a Mario dimostrare al fisco – qualora chieda chiarimenti – qual è la fonte di tale ricchezza, da dove provengono i soldi per dar prova che non ci sono imposte da pagare. E se non adempie a quest’onere, i redditi in questione gli vengono tassati (pur in astratto non dovendolo essere). Alle imposte si uniscono ovviamente anche le sanzioni.

Mario realizza una vincita al gioco. Tale importo, tassato alla fonte, viene da lui riscosso in contanti ma poi lo versa sul conto. Anche in questa ipotesi, spetta a Mario dimostrare al fisco la provenienza del denaro depositato in banca, così facendo dando anche prova che su di esso non deve pagare una seconda volte le imposte. 

In verità le cose non vanno in modo così lineare. L’aspetto paradossale di questa vicenda è che non sempre l’Agenzia delle Entrate chiede chiarimenti prima di inviare l’accertamento fiscale. Al contrario parte subito l’atto con l’avviso di pagamento delle imposte e spetta al contribuente presentare opposizione davanti al giudice. Il che ovviamente fa gravare il costo della difesa sul cittadino.

Al momento del processo si aggiunge una seconda complicazione. Le prove che può fornire il contribuente devono essere necessariamente scritte e non testimoniali. Quindi, se Mario vuol provare che il denaro versato sul conto era frutto di risparmi accumulati a casa o ricevuto in donazione dalla madre dovrà produrre un documento con una data certa, un assegno, una scrittura privata registrata, un bonifico, ecc. Non sempre è facile fornire questa prova. 

È quindi il contribuente a dover fornire la prova analitica (movimento per movimento) circa la natura delle somme entrate nel suo conto corrente e l’estraneità delle stesse a una qualunque rilevanza fiscale. In mancanza di una tale analitica giustificazione, i movimenti vengono considerati quali redditi non dichiarati senza che l’ufficio debba fornire altra prova o indizio, trattandosi di una presunzione legale, prevista direttamente dalla normativa. 

Per cui, valuta bene prima di fare un versamento sul conto: se non puoi dimostrare, con una carta scritta, la provenienza del denaro è meglio se non lo depositi in banca.

Quando scattano i controlli fiscali sui versamenti sul conto corrente?

Il fatto che il fisco possa vedere i versamenti sul conto corrente non significa che faccia in automatico un controllo. L’Agenzia delle Entrate ha una mole di dati da analizzare che richiederebbe un esercito di uomini, uomini che ovviamente non ha. Il che significa che potresti, in teoria, farla anche franca. Rischiare o non rischiare? Questa è una valutazione che non può fare il tecnico, visto soprattutto che le conseguenze, in caso di importi elevati, possono essere anche di tipo penale. Naturalmente per piccoli importi (qualche centinaio di euro) è difficile che si metta in moto la macchina amministrativa. 

Quali contribuenti rischiano il controllo fiscale degli accrediti sul conto corrente?

Gli avvisi di accertamento basati sulle movimentazioni bancarie, ovvero su versamenti e prelevamenti sul conto corrente a cui il contribuente non abbia opposto valide giustificazioni, possono essere rivolti anche nei confronti di cittadini privati e non soltanto verso imprenditori o lavoratori autonomi. In tal caso, i movimenti ingiustificati possono essere inquadrati come redditi diversi e tassati di conseguenza. 

La legge che stabilisce la «presunzione di reddito» è rivolta indistintamente a tutti i cittadini, dunque anche ai privati che non producono redditi d’impresa o di lavoro autonomo o professionale. A fronte della semplice esistenza del movimento bancario, è prevista un’inversione dell’onere probatorio: perciò non è il fisco a dover dimostrare l’esistenza del reddito occulto, bensì il contribuente a dover giustificare il movimento (prova che si rivela in molti casi difficile, specialmente per i movimenti in contanti sui conti correnti personali). In mancanza di tale prova, i movimenti bancari vengono tassati. Ciò anche per quanto concerne i movimenti sui conti correnti personali di un privato cittadino.

Prelievi sul conto corrente: il fisco li può vedere e fare controlli?

Nell’anagrafe dei rapporti tributari non vengono evidenziati solo i versamenti ma anche i prelievi. Tuttavia per questi ultimi non ci può essere un controllo; in altri termini l’Agenzia delle Entrate non può chiederti come hai speso i soldi prelevati allo sportello o al bancomat, neanche se si tratta di cifre elevate. Può farlo solo nei confronti degli imprenditori (quindi per i prelievi dal conto corrente dell’impresa) a patto che si superino tali tetti di importo: mille euro al giorno o cinque mila euro al mese. Al di sotto di tale limite, neanche l’imprenditore rischia l’accertamento.

note

[1] Ctp Frosinone, sent. n. 621/02/2018.

[2] Art. 32 Dpr 600/1973.


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