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Risarcimento per uno schiaffo

1 novembre 2018


Risarcimento per uno schiaffo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 novembre 2018



Dare uno schiaffo a qualcuno integra il reato di percosse e, in ogni caso si rischia la condanna al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subìto dalla vittima.

Quante volte abbiamo pensato “ma che faccia da schiaffi?!” E quante volte ad una provocazione avremmo voluto rispondere con una sberla in faccia a qualcuno. In questo articolo scopriremo quali sono le conseguenze giuridiche di un simile gesto, cosa si rischia per il diritto penale e per quello civile e a quanto ammonta una eventuale condanna al risarcimento dei danni per uno schiaffo.

Il reato di percosse: la sanzione penale

Va subito premesso che il nostro ordinamento riconosce la tutela della persona quale principio basilare dell’intero sistema giuridico, tanto è vero che sono sanzionati tutti quei comportamenti che ledono o mettono in pericolo i beni fondamentali dell’individuo (la vita, l’integrità, la libertà, l’onore, la reputazione …).

Non è possibile tollerare in una ordinata società civile, la pur minima condotta invasiva dell’altrui tranquillità. Ecco perché a seconda del diverso grado di incidenza che ciascun comportamento umano può avere nella sfera giuridica privata di ognuno, possono conseguire reazioni diverse dell’ordinamento.

Anche dare uno schiaffo ad una persona con la quale stiamo discutendo o litigando rappresenta un atto di violenza che la legge qualifica come reato. Ciò vuol dire che se si colpisce in faccia qualcuno si rischia di essere denunciati [1]. Lo schiaffo, al pari della spinta, di un calcio o di un semplice strattonamento rientra tra le fattispecie riconducibili nel reato di percosse.

Ma attenzione perché non tutte le “percussioni” dell’altrui corpo costituiscono reato [2]; vi rientrano solo quelle che presentano un “apprezzabile contenuto” di violenza e che perciò sono dirette a produrre una, altrettanto apprezzabile, sensazione dolorosa nella vittima, senza tuttavia, arrecargli traumi o malattie esteriori [3].

Si tratta di un reato perseguibile a querela della persona offesa [4] Quest’ultima, entro il termine perentorio di trenta giorni da quando si è verificato l’evento, può sporgere denuncia affinché si proceda penalmente contro l’autore dell’”aggressione”. In tal caso il processo si svolgerà dinanzi al giudice di pace [5].

La querela può essere presentata anche oralmente (in questo caso, verrà redatto per iscritto un verbale ad opera dell’autorità che la riceve) e può essere rimessa o rinunciata.

Nel primo caso [6], il reato si considera estinto e l’autore non potrà più essere punito per quel fatto. Perché, tuttavia, la remissione abbia effetto è necessario che il soggetto querelato la accetti. Lo stesso potrebbe infatti, avere interesse a salvaguardare il proprio nome o la propria reputazione e dunque, preferire che il processo penale si svolga affinché si dichiari definitivamente la propria innocenza. La remissione della querela può avvenire in qualsiasi momento del processo (salvo che non sia giunta una sentenza definitiva), in aula, nel corso di una udienza o anche al di fuori delle aule di tribunale, ad esempio recandosi presso il comando dei carabinieri ove inizialmente era stata sporta.

Ma prima ancora che la querela sia presentata alle autorità giudiziarie, il danneggiato potrebbe, con atto irrevocabile, decidere di rinunciarvi. Ciò accade ad esempio, nel caso in cui tra le parti vi sia stato un accordo o una promessa di pagamento a titolo di risarcimento del danno [7]. In questo modo egli estingue definitivamente il suo diritto ad agire penalmente contro quel fatto.

L’ordinamento punisce il reato di percosse con la pena della reclusione fino a sei mesi o la multa fino a trecentonove euro.

Questo almeno sulla carta, perché per i reati per i quali è prevista la reclusione fino a cinque anni o la pena pecuniaria sola o congiunta a quella detentiva è esclusa la punibilità, trattandosi di reati di cosiddetta lieve entità.

Dunque niente carcere, ma resta la possibilità per il danneggiato di richiedere il risarcimento del danno in sede civile [8].

Ne deriva che trattandosi di reato per il quale lo stesso ordinamento esclude la punibilità, non ha senso per il danneggiato farsi assistere in sede penale, sarà invece più opportuno ricorrere (direttamente) al giudice civile perché riconosca il proprio diritto al risarcimento del danno sofferto.

Reato di percosse o ingiuria?

In alcuni casi, lo schiaffo dato ad una persona ha assunto anche i connotati di un altro reato attualmente abrogato [9]. Si tratta del reato di ingiuria [10]. Sebbene esso non sia più considerato un illecito penale, rileva pur sempre da un punto di vista civilistico.

La persona offesa potrebbe, infatti, decidere di instaurare un normale procedimento davanti al tribunale civile per l’accertamento della responsabilità, al cui esito potrà seguire la condanna dell’autore al pagamento di una sanzione pecuniaria compresa tra 200 e 12.000 euro. L’importo sarà calcolato in via equitativa dal giudice che a sua volta, dovrà valutare in concreto, l’entità della lesione all’onore e alla reputazione subìta dalla vittima [11]. 

La competenza per tale illecito è del giudice di pace qualora il danno lamentato non sia superiore ai 5.000 euro, per tutte le altre ipotesi, il procedimento verrà normalmente instaurato dinanzi al tribunale civile.

Il reato di percosse e le conseguenze non volute

Non va peraltro, trascurata l’ipotesi in cui ad una iniziale volontà di colpire taluno con un semplice schiaffo, derivino per quest’ultimo, conseguenze diverse e ben più gravi, che tuttavia non erano state previste né volute.

Si pensi ad esempio all’ematoma, la contusione, l’ecchimosi provocate nella vittima, o malattie e traumi esteriori più gravi; o ancora al caso in cui questa, dopo essere stata colpita con uno schiaffo ben sferrato cada a terra sbattendo contro un oggetto spigoloso o contundente e muoia.

Cosa accade in questi casi?

Il codice penale prevede espressamente che nel caso in cui da un fatto (voluto) costituente reato, consegua la morte o le lesioni personali (non volute) della persona offesa, l’autore risponda rispettivamente a titolo di omicidio preterintenzionale con la pena della reclusione da dieci a diciotto anni [12] e di lesioni personali colpose [13]; la pena in quest’ultimo caso (reclusione fino a tre mesi o la multa fino a trecentonove euro), sarà aumentata vista la maggiore gravità devi fatti [14].

Il risarcimento del danno e la tutela dell’integrità psico-fisica della persona

Uno schiaffo difficilmente produce nella vittima traumi fisici evidenti. Non va, tuttavia, ignorato l’aspetto psicologico della lesione alla propria sfera intima e personale [15].

Il danno morale, nascente dal reato di percosse è inteso come offesa alla propria persona che non può essere violata da nessuno, nemmeno con uno schiaffo e che si traduce in uno stato di tristezza e di afflizione. Si tratta di un trauma emotivo che può assumere una intensità diversa a seconda delle circostanze e a seconda che a colpire sia un coniuge nei confronti dell’altro coniuge, un genitore nei confronti del figlio, l’educatore all’allievo o ancora un adolescente nei confronti di un coetaneo e così via.

In una recente sentenza la Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento del danno quantificato in euro 3.500 a carico di una donna per aver colpito con uno schiaffo il proprio vicino di casa a seguito delle continue discussioni. La somma così calcolata comprendeva sia il danno fisico riportato dall’offeso (consistito in una contusione alla parte laterale sinistra del volto, guaribile in 5 giorni) sia quello morale valutato in via equitativa dal giudice.

In tal caso, la Suprema Corte ha fatto applicazione del principio di diritto [16] per cui l’accertata lesione di un diritto inviolabile della persona, quale è ad esempio, l’integrità fisica di un soggetto aggredito e preso a schiaffi, sebbene produttivo di una minima sensazione di dolore e di una modesta menomazione fisica deve comportare sempre il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale [17].

Ma cosa significa valutazione in via equitativa?

Va subito premesso che il danno morale o danno non patrimoniale, comprende tutte le ipotesi in cui sia leso un bene fondamentale della persona che, come tale, non ha un valore economico.

Proprio perché trattasi di una entità non stimabile secondo criteri economici, il danno morale si presta ad essere valutato secondo equità dal giudice. Ad affermarlo è lo stesso codice civile [18].

Tale valutazione, sebbene caratterizzata da un certo grado di approssimazione, deve essere effettuata prendendo in considerazione tanto la particolarità del caso concreto, quanto la reale entità del danno e tendere il più possibile alla integrale riparazione del torto subìto [19].

Lo scopo è quello di compensare il dolore psicologico con un corrispettivo equivalente in denaro.

Ma tradurre sul piano patrimoniale una perdita non economica non è certo un’impresa semplice. L’equità resta tuttavia, l’unico strumento che in questi casi, è in grado di assicurare la migliore applicazione della legge al caso concreto.

A tal proposito il giudice deve prendere in considerazione l’entità e la natura del trauma emotivo derivato dall’offesa insita nello schiaffo, oltre all’eventuale sofferenza fisica (seppur lieve) riportata dalla vittima. Per tale operazione potrà rifarsi ad analoghi casi precedenti o ricorrere a riferimenti dell’esperienza comune e purché dia sufficiente motivazione del processo logico e del criterio di valutazione seguito.

A questo punto ti chiederai: ma come può uno schiaffo produrre un trauma emotivo così forte da giustificare una condanna al risarcimento del danno non patrimoniale?

I giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno chiarito che il diritto al risarcimento del danno morale non può essere escluso neppure nel caso in cui la lesione all’integrità psichica sia lieve [20]. Il danneggiato dovrà pur sempre dimostrare, anche attraverso l’ausilio di prove testimoniali o consulenze tecniche psicologiche, la concreta incidenza della lesione patita in termini di sofferenza e di turbamento psichico.

Lo schiaffo come provocazione: la giurisprudenza

La giurisprudenza non ha mancato, poi, di pronunciarsi su casi particolari in cui uno schiaffo ricevuto, abbia provocato nella vittima un tale stato di collera, da aggredire a sua volta l’autore.

Può in questi casi l’ordinamento considerare lo schiaffo iniziale, come atto di violenza tale da giustificare, a titolo di legittima difesa, la reazione altrettanto violenta dell’aggredito?

La risposta a questa domanda non può che essere negativa. Lo schiaffo per sua natura esclude una situazione di pericolo tale da ammettere una reazione fisica altrettanto violenta da parte della vittima. Esso al massimo può assumere rilievo come semplice provocazione; anch’essa, tuttavia, priva di potere legittimante.

Bisogna allora, sempre porgere l’altra guancia?

Come già detto, l’ordinamento non può tollerare alcun atto violento da parte dei propri consociati neppure come risposta ad una provocazione [21].

Lo schiaffo come strumento di correzione

Chi, da bambino, non ha mai ricevuto uno schiaffo da parte dei propri genitori o educatori perché disubbidienti o poco educati? Alla luce di quanto finora espresso è opportuno domandarci se un simile atto sia ancora da considerarsi lecito e quali sono, in caso contrario, le conseguenze previste dall’ordinamento.

La legge, così come le sentenze dei tribunali, non vietano in maniera assoluta lo schiaffo a scopi educativi, ma al tempo stesso sanzionano [22] tutti quei comportamenti che possono ledere l’integrità psicofisica del minore e la salvaguardia del suo diritto ad una crescita serena ed equilibrata.

È prevista, infatti, la reclusione fino a sei mesi per chiunque, genitore, maestro, insegnante abusa degli strumenti di correzione di cui dispone nei confronti della persona sottoposta alla sua autorità o vigilanza, o a lui affidata per scopi educativi o di cui deve prendersi cura, qualora ne derivi per quest’ultimo un trauma psicofisico .

La giurisprudenza, infatti è ben attenta a distinguere lo schiaffo dato dal genitore al proprio figlio finalizzato a proibire taluni comportamenti sconsiderati e pericolosi per la propria e l’altrui incolumità (si pensi allo schiaffo dato al minore che viene sorpreso a guidare un’auto senza patente) [23], dallo schiaffo dato arbitrariamente e senza ragione, che ben può provocare nel minore un trauma emotivo, accompagnato da malessere, disagio e vergogna.
Lo stesso vale in ambito scolastico. La Cassazione [24] ha espressamente negato l’uso dello schiaffo come strumento educativo, posto che l’interesse primario dell’ordinamento è quello di rendere consapevole l’individuo sin dalla tenera età di essere titolare di diritti, primo tra tutti la dignità.

Anche in questo caso vale la regola speciale della non punibilità del fatto in sede penale per la sua particolare tenuità, a meno che l’autore non abbia agito per motivi futili o con crudeltà; abbia operato sevizie; abbia approfittato delle condizioni di minorata difesa della vittima o abbia cagionato, direttamente o indirettamente la morte o lesioni gravissime ad una persona [25]. In tal caso il fatto continuerà ad essere punito nelle aule penali.

Resta comunque salva la facoltà per la vittima (nel caso del minore, il genitore o tutore) di avviare un autonomo procedimento in sede civile per il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno.

Di SABRINA CAPORALE

note

[1] Art. 581 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 3764 del 22.03.1988.

[3] Cass. sent. n. 38392 del 7.05.2017.

[4] Art. 120 cod. pen. e Art. 336 cod. proc. pen.

[5] Art. 4, 1° comma, lett. a) D.Lgs. n. 274 del 28.08.2000.

[6] Art. 152 cod. pen.

[7] Art. 124 cod. pen.

[8] Art. 133 bis cod. pen. Articolo inserito dall’art. 1, comma 2, D. Lgs. n. 28 del 16.03.2015.

[9] D. Lgs. n. 7/2016.

[10] Art. 594 cod. pen.

[11] Cass. sent. n. 25171 del 03.12.2007.

[12] Art. 584 cod. pen.

[13] art. 590 cod. pen.

[14] Art. 586 cod. pen. e Cass. sent. n. 20797 del 10.05.2018.

[15] Corte App. Torino sent. del 12.06.2012.

[16] Sez. Un. Sent. n 26972 dell’11.11.2008.

[17] Cass. sent. n. 39992 del 09.10.2012.

[18] Art. 1226 cod. civ.

[19] Cass. n. 26972 del 11.11.2008.

[20] Cass. sent. n. 17209 del 27.08.2015 e Cass. sent. n. 339 del 13.01.2016.

[21] Trib. Milano, Sez. X, sent. n. 1145 del 31.01.2007.

[22] Art. 571 cod. pen.

[23] Cass. sent. n. 42648 del 28.06.2007.

[24] Cass. sent. n. 9954 del 10.03.2016.

[25] Art. 131 bis cod. pen.


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