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Rifiuto cambio mansione: conseguenze

31 ottobre 2018


Rifiuto cambio mansione: conseguenze

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 ottobre 2018



Demansionamento: il dipendente che smette di lavorare anche dinanzi a un ordine illegittimo rischia il licenziamento.

Il capo ti ha chiesto di svolgere alcuni compiti che non rientrano tra le tue mansioni. «Non spetta a me farlo!» gli hai risposto di getto, richiamandoti ai tuoi diritti di lavoratore e a quanto ti è stato assegnato all’atto dell’assunzione. «Sono io che ti pago lo stipendio e decido io cosa devi fare» ti ha detto senza mezzi termini. Tra voi ne è nata una discussione. Non potendoti ribellare – almeno a parole – te ne sei tornato con la coda tra le gambe nel tuo ufficio meditando però ritorsioni. Collaborare, magari facendo male il nuovo compito, oppure rifiutarti del tutto? Opporre resistenza e arrivare fino al punto di rottura o trovare una soluzione? A te non va proprio di fare ciò che dovrebbero fare i tuoi colleghi, peraltro più svogliati di te. Così decidi di rivolgerti al sindacalista per chiedergli quai sono le conseguenze del rifiuto al cambio di mansione. Il tuo, in verità, non è un problema isolato. Tanto è vero che la casistica giurisprudenziale si è più volte espressa sulla legittimità del licenziamento nei confronti del del dipendente che non vuole svolgere i compiti nuovi affidatigli.

La ragione di un contenzioso così diffuso non è difficile da intuire: in un momento di forte crisi e di contrazione del mercato, le aziende riducono il personale. Ai licenziamenti però non corrisponde sempre una cessazione o una dismissione del ramo d’azienda: le mansioni, prima svolte dai dipendenti mandati a casa, vengono spalmate tra i loro colleghi che, gioco forza, si trovano a dover adempiere a più compiti, spesso non corrispondenti al loro inquadramento professionale. E così una persona in precedenza addetta a determinate mansioni si trova ad essere preposta anche ad attività di rango superiore o inferiore rispetto a quelle riportate nella lettera di assunzione.

Rifiuto al cambio di mansioni: è legittimo?

Sulle conseguenze del rifiuto al cambio di mansioni è intervenuta, da ultimo, la Cassazione [1]. In particolare la Corte ha spiegato se è legittimo licenziare il lavoratore che incrocia le braccia dinanzi alla richiesta del datore di svolgere compiti inferiori a quelli di diritto. La vicenda trae origine dalla richiesta, rivolta ad un’addetta cuoca in istituto scolastico, di distribuire le colazioni dopo averle preparate. La donna respingeva la richiesta del capo e rifiutava di adempiere alle mansioni, in quanto ritenute inferiori. Così l’azienda provvedeva prima a irrogare delle sanzioni disciplinari verso la dipendente ma, constatando che le misure non sortivano effetto, la licenziava. Ecco qual è stata la soluzione al caso offerta dai giudici.

Fermo restando che il datore di lavoro non può adibire i dipendenti a mansioni inferiori rispetto a quelle di inquadramento e che, se anche lo fa (nei pochi casi in cui la legge glielo consente e di cui parleremo a breve) deve comunque garantire loro la stessa retribuzione, dal canto suo il dipendente non può rifiutarsi di lavorare anche se ritiene che il cambio di mansioni non sia consentito dalla legge. Egli può astenersi dall’adempiere ai nuovi ordini solo se prima si rivolge al tribunale e chiede al giudice di dichiarare illegittimo l’ordine del datore di lavoro. Questo significa che, in caso di cambio di mansioni, l’interessato deve prima far causa all’azienda. Prima di tale momento deve rispettare gli ordini del vertice.

Eccezionalmente al lavoratore è consentito rifiutare la prestazione lavorativa ma solo se vi è un valido e grave motivo; in altri termini vi deve essere una proporzione tra il danno che l’azienda procura al dipendente nel modificargli i compiti e quello che quest’ultimo arreca alla produzione nell’astenersi dal lavorare. È ciò che va sotto il nome di «eccezione di inadempimento».

Sarà il giudice a valutare se il rifiuto a svolgere le nuove mansioni può ritenersi «proporzionato e conforme a buona fede, alla luce di una valutazione complessiva del comportamento di entrambe le parti» [2].

Ma quando, concretamente, è lecito il rifiuto al cambio di mansioni? Solo qualora – spiega la Cassazione – l’inadempimento da parte del datore di lavoro risulta tanto grave da incidere in maniera irreparabile sulle esigenze vitali del lavoratore, o tanto da esporlo alla responsabilità penale connessa allo svolgimento delle mansioni difformi [3].

Quando è lecito rifiutare le mansioni inferiori

Facciamo qualche esempio. È lecito rifiutare una trasferta di un due settimane se il dipendente è titolare della legge 104 e ha un parente da accudire; in tal modo, infatti, gli si impedisce di prendersi cura del portatore di handicap attraverso i tre giorni di permesso mensile che la normativa gli accorda. È lecito rifiutarsi di sollevare dei grossi carichi di peso per chi ha subito un’operazione di erba del disco e teme una recidiva. Si può astenere dal lavorare chi viene adibito all’uso di un macchinario speciale per il quale non ha ricevuto idonea formazione e l’inesperienza potrebbe causargli un infortunio professionale. Non è invece consentito all’aiuto cuoco di rifiutarsi di servire i piatti al tavolo dei clienti del ristorante; il commesso di un negozio deve prestare una mano al magazziniere se gli viene richiesto, ecc.

Cosa rischia il dipendente che rifiuta di svolgere le mansioni inferiori

Quando il dipendente ritiene che il cambio di mansioni è illegittimo deve quindi prima agire in tribunale e solo con la sentenza in pugno può rifiutarsi di adempiere. Se invece lo fa di sua spontanea volontà, senza aver prima ottenuto l’avallo del giudice, le conseguenze non possono che essere il licenziamento in tronco, ossia per giusta causa.

È stato pertanto superato il precedente orientamento della Cassazione, più garantista per il dipendente, che tendeva a riconoscere il diritto del lavoratore di rifiutare mansioni inferiori a quelle spettanti per legge e per contratto senza incorrere in ipotesi qualificanti la giusta causa o il giustificato motivo soggettivo di licenziamento [4].

Quando le mansioni inferiori?

Quando un’azienda adibisce un dipendente a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è assunto commette ciò che viene definito demansionamento. In generale questo comportamento viene considerato illegittimo in quanto lesivo della professionalità acquisita dal lavoratore. Il demansionamento può consistere sia in un nuovo ordine di servizio che modifichi le mansioni di un dipendente che in un semplice spostamento a un ufficio senza scrivania e senza sedia, sottraendo al soggetto tutti i compiti di cui prima si occupava (cosiddetto “demansionamento di fatto”.

Non sempre il demansionamento però è illegittimo. Esso è possibile in caso di:

  • modifica degli assetti organizzativi aziendali, tale da incidere sulla posizione del lavoratore stesso; e/o
  • se previsto dai contratti collettivi.

In entrambe le ipotesi le nuove mansioni attribuite possono appartenere al livello di inquadramento immediatamente inferiore nella classificazione contrattuale, a patto che rientrino nella medesima categoria legale.

Il datore di lavoro comunica al lavoratore l’assegnazione a mansioni inferiori in forma scritta a pena di nullità. In caso di demansionamento lo stipendio non può mai mutare: esso viene quindi conservato fatte salve le indennità che venivano erogate in relazione alle specifiche mansioni prima ricoperte (ad esempio l’indennità di cassa).

note

[1] Cass. sent. n. 24118/18 del 3.10.2018.

[2] Cass. sent. n. 12001/2003.

[3] Cass. sent. n. 836/2018, n. 12696/2012 en. 25313/2007.

[4] Cass. sent. n. 3304/2008, n. 11439/2006 e n. 4342/1998.

Autore immagine: 123rf com

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26940/2016 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4325/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 22/09/2016 r.g.n. 2644/2016.

FATTO E DIRITTO

Rilevato:

1. che il giudice del lavoro di Roma, pronunziando in sede di opposizione ai sensi dell’articolo 1, comma 57, Legge 28/2/2012 n. 92, ha dichiarato inammissibile la domanda con la quale (OMISSIS) aveva chiesto l’annullamento delle sanzioni conservative irrogate da (OMISSIS) s.p.a., sua datrice di lavoro e confermato l’annullamento del licenziamento comunicato con lettera 5.8.2014, la condanna della societa’ alla reintegrazione della (OMISSIS) nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno corrispondente alle retribuzioni globali di fatto maturate dal licenziamento alla reintegra e, comunque, in misura non superiore a 12 mensilita’, oltre accessori, ed al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali;

2. che la Corte di appello di Roma, adita da entrambe le parti, respinto il reclamo della societa’, in parziale accoglimento del reclamo della (OMISSIS) ha annullato le sanzioni conservative irrogate con lettere del 17.2.2014, del 21.3.2014, del 20.5.2014;

2.1. che, in particolare, il giudice del reclamo, in relazione al fatto oggetto di addebito disciplinare alla base del licenziamento per giustificato motivo soggettivo – rappresentato dal rifiuto della (OMISSIS), cuoca nell’ambito del servizio ristorazione appaltato alla societa’ datrice presso una scuola d’infanzia comunale, di portare in classe le colazioni da distribuire, dopo averle preparate – ha osservato che il comportamento preteso dalla societa’ datrice esulava dai compiti propri della qualifica di appartenenza, quali desumibili dall’esame della declaratoria contrattuale e che tale valutazione assorbiva anche l’ulteriore rilievo della societa’ reclamante in merito alla configurabilita’ del notevole inadempimento per la reiterazione della condotta; il difetto di illiceita’ del fatto contestato giustificava la tutela reintegratoria;

2.2. che ha altresi’ respinto la censura relativa alla indennita’ risarcitoria attribuita in misura non superiore al limite di legge pari a 12 mensilita’, sia, per genericita’, la eccezione di aliunde perceptum;

2.3. che, esclusa la natura ritorsiva o discriminatoria dell’intimato recesso, la sentenza impugnata ha accolto il motivo di reclamo con il quale la lavoratrice aveva censurato la declaratoria di inammissibilita’ delle domande relative alle sanzioni conservative per fatti integranti la recidiva e, all’esito del relativo esame nel merito, ha annullato le sanzioni in questione;

3. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso (OMISSIS) s.p.a. sulla base di nove motivi; la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso;

Considerato:

1. che con il primo motivo di ricorso la societa’ ricorrente deduce violazione /errata/falsa applicazione degli articoli 2103, 2104 e 1375 c.c., nonche’ dell’articolo 52, titolo III e dell’articolo 290, Titolo XII. c.c.n.l. Turismo Pubblici Esercizi, censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto, sulla base dell’errata interpretazione della declaratoria di riferimento, non esigibile l’attivita’ oggetto di contestazione che ha sostenuto rientrare nelle “operazioni complementari” alle quali e’ tenuto il lavoratore inquadrato, come la (OMISSIS), nel livello IV del contratto collettivo;

2. che con il secondo motivo deduce: violazione e falsa applicazione degli articoli 2104, 2105 e 2106 e 1375 c.c. e degli articoli 115 e 116 c.p.c., dell’articolo 192 c.c.n.l.; sussistenza di notevole inadempimento integrante giustificato motivo soggettivo e omesso esame di fatti decisivi per il giudizio. Censura la sentenza impugnata per avere escluso la reiterazione delle condotte e la sussistenza della recidiva, oggetto di addebito; sostiene, infatti, che le condotte della lavoratrice andavano valutate nel loro complesso e non atomisticamente come episodi tra loro scollegati e cio’ anche in considerazione del fatto che il contratto collettivo, prevede all’articolo 192, per ipotesi analoga, il licenziamento in tronco – sostiene, inoltre, che le contestazioni di cui ai richiamati precedenti disciplinari non attenevano solo alla richiesta di consegna delle buste con le colazione ma anche a mansioni ricomprese nel livello di inquadramento e pacificamente non eseguite e denunzia la omessa valutazione su tali condotte;

3. che con il terzo motivo deduce violazione/errata/falsa applicazione degli articolo 2104, 2086, 1460 e 1375 c.c., dell’articolo 41 Cost., e dell’articolo 192 c.c.n.l. Turismo Pubblici Esercizi nonche’ omesso esame di un fatto decisivo. Assume illogicita’ e contraddittorieta’ di motivazione per avere la sentenza impugnata ritenuto non applicabile la giurisprudenza di legittimita’ secondo la quale il lavoratore non puo’ rifiutarsi di eseguire la prestazione richiesta senza prima agire giudizialmente per ottenere che le mansioni pretese siano ricondotte nell’ambito della qualifica di appartenenza;

4. che con il quarto motivo di ricorso deduce omesso esame di fatti decisivi per il giudizio in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5, e violazione degli articoli 115 e 116 c.p.c., per omesso esame documenti. Si duole della omessa valutazione relativa alla natura, durata, complessita’ ed onerosita’ dell’attivita’ richiesta alla dipendente e della relativa esigibilita’ dei criteri di correttezza e buona fede; richiama documentazione di provenienza del Comune attestante il disagio lamentato dal personale docente della scuola per il ritardo causato dalla distribuzione delle colazioni agli alunni;

5. che con il quinto motivo deduce violazione/falsa/errata applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, articolo 18, censurando l’applicazione della tutela reintegratoria in luogo di quella indennitaria che assume destinata a trovare luogo in ogni ipotesi di sussistenza del fatto materiale contestato – nel caso di specie pacifica – a prescindere dalla relativa qualificazione;

6. che con il sesto motivo deduce violazione falsa, errata applicazione della L. n. 300 del 1970, articolo 18, cit., dell’articolo 1227 c.c., dell’articolo 2697 c.c., e degli articoli 115 e 116 c.p.c.nonche’ omesso esame di un fatto decisivo attinente alla quantificazione del risarcimento del danno, censurando la sentenza impugnata per avere escluso, nella determinazione dell’indennita’ risarcitoria, la considerazione dell’aliunde perceptum;

7. che con il settimo motivo deduce violazione/errata/falsa interpretazione della L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 47, cit. e nullita’ della sentenza o del procedimento in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4, censurando la sentenza impugnata per avere pronunziato sulla domanda di annullamento delle sanzioni conservative che assume fondata “inevitabilmente” su fatti diversi da quelli dell’impugnativa di licenziamento laddove – sostiene – il relativo esame sarebbe stato consentito solo in via incidentale;

8. che con l’ottavo motivo di ricorso deduce violazione/errata /falsa interpretazione degli articoli 115 e 116 c.p.c., e dell’articolo 138 c.c.n.l. Turismo Pubblici Esercizi nonche’ omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, censurando la sentenza impugnata per avere annullato le sanzioni disciplinari pur trovando i fatti contestati riscontro nella espletata istruttoria e pur essendo gli stessi di rilievo disciplinare ai sensi dell’articolo 138 c.c.n.l.;

9. che con il nono motivo deduce: violazione violazione/errata/falsa interpretazione della L. n. 92 del 2012, articolo 1, cit., dell’articolo 2909 c.c., con riferimento alla inammissibilita’/improponibilita’/improcedibilita’ delle domande avanzate con opposizione e reclamo incidentali tardivi; nullita’ della sentenza o del procedimento in relazione articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Si duole della ritenuta ammissibilita’ delle domande intese a far valere la natura discriminatoria del licenziamento in quanto proposta con opposizione e reclamo incidentale tardivi e della impugnazione relativa alle sanzioni disciplinari, formulata con reclamo incidentale tardivo;

10. che il primo motivo di ricorso e’ infondato. La sentenza impugnata ha ritenuto che la richiesta datoriale di portare in classe le colazioni rivolta alla (OMISSIS), inquadrata con la qualifica di cuoca IV livello, esulava dall’ambito delle mansioni corrispondenti a tale qualifica concretandosi nello svolgimento di compiti di natura esecutiva propri di un livello inferiore. Il collegio condivide tale ricostruzione. La declaratoria corrispondente al livello quarto stabilisce che “Appartengono a questo livello i lavoratori che, in condizioni di autonomia esecutiva, anche preposti a gruppi operativi, svolgono mansioni specifiche di natura amministrativa, tecnico-pratica o di vendita e relative operazioni complementari, che richiedono il possesso di conoscenze specialistiche comunque acquisite.”. Tra queste, in via esemplificativa, sono ricomprese anche quelle del “cuoco capopartita,… barman, barwoman,… chef de rang, sala, piani, vini (sommelier), trinciatore”. Il livello di competenze richiesto per l’inquadramento nella IV qualifica e il carattere “specifico” delle mansioni, carattere che si correla al primo, escludono che il compito di portare le colazioni preparate in classe, per la elementarita’ della operazione, puramente esecutiva, non richiedente la spendita di alcuna particolare professionalita’, possa essere ricondotto al livello IV c.c.n.l. applicabile; tale compito non puo’, inoltre, definirsi “complementare” ai sensi della richiamata declaratoria, non essendo dato riconoscervi alcun nesso funzionale, anche solo in funzione integrativa, con la preparazione dei pasti della mensa scolastica alla quale, per come pacifico, era addetta la (OMISSIS). La non riconducibilita’ dei compiti richiesti alle mansioni di IV livello risulta, tra l’altro, ulteriormente avallata dallo stesso testo collettivo che colloca la figura dell’addetto mensa, al quale appare piu’ propriamente riconducibile l’attivita’ richiesta alla lavoratrice, nell’ambito del livello VI al quale appartengono “i lavoratori che svolgono attivita’ che richiedono un normale addestramento pratico ed elementari conoscenze professionali…”.

10.1. che quanto alla deduzione fondata sul disposto dell’articolo 52 c.c.n.l. applicabile, alla stregua del quale “In caso di mansioni promiscue si fara’ riferimento all’attivita’ prevalente, tenendo conto di quella di maggior valore professionale, sempre che venga abitualmente prestata, non si tratti di un normale periodo di addestramento e non abbia carattere accessorio o complementare “, si osserva che la previsione si limita a stabilire il criterio utile al fine dell’inquadramento in caso di mansioni promiscue ma non offre alcuna base normativa per sostenere la esigibilita’ di mansioni diverse o inferiori a quelle di inquadramento;

11. che il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso, esaminati congiuntamente in quanto connessi, sono fondati con effetto di assorbimento degli ulteriori motivi;

11.1. che, invero, la giurisprudenza di questa Corte in tema di rifiuto del lavoratore alla prestazione lavorativa ha affermato che l’illegittimo comportamento del datore di lavoro, consistente nell’assegnare il dipendente a mansioni inferiori a quelle corrispondenti alla sua qualifica, puo’ giustificare il rifiuto della prestazione lavorativa, purche’ tale reazione sia connotata da caratteri di positivita’, risultando proporzionata e conforme a buona fede, dovendo in tal caso il giudice adito procedere ad una valutazione complessiva dei comportamenti di entrambe le parti (Cass. 08/08/2003 n. 12001); in questa linea argomentativa ed in senso accentuativo dell’obbligo scaturente dall’articolo 2094 c.c., e’ stato chiarito che l’eventuale adibizione a mansioni non rispondenti alla qualifica rivestita puo’ consentire al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza, ma non autorizza lo stesso a rifiutarne aprioristicamente l’adempimento in quanto egli e’ tenuto ad osservare le disposizioni per l’esecuzione del lavoro impartito dall’imprenditore, ex articoli 2086 e 2104 c.c., da applicarsi alla stregua del principio sancito dall’articolo 41 Cost., e puo’ legittimamente invocare l’articolo 1460 c.c., rendendosi inadempiente, solo in caso di totale inadempimento dell’altra parte (05/12/2007 n. 25313;) o anche, come puntualizzato da Cass. 20/07/2012 n. 12696 e da Cass. 16/01/2018 n. 836, nel caso in cui l’inadempimento del datore di lavoro sia tanto grave da incidere in maniera irrimediabile sulle esigenze vitali del lavoratore medesimo o da esporlo a responsabilita’ penale connessa allo svolgimento delle nuove mansioni (v. in relazione a tale specifico profilo, Cass. 19.7.2013, n. 17713);

11.2. che la sentenza impugnata non risulta conforme al principio richiamato laddove ha ritenuto, in assenza di avallo giudiziale, senz’altro giustificato il rifiuto della lavoratrice a svolgere l’ulteriore compito richiestole, sulla base della sola considerazione della illegittimita’ della condotta della societa’, cosi’ pretermettendo ogni verifica relativa alla entita’ dell’inadempimento datoriale ed alla sua incidenza sul vincolo sinallagmatico tra le obbligazioni scaturenti dal rapporto di lavoro (v., sul punto con riferimento al rifiuto di trasferimento: Cass. 11/05/2018 n. 11408);

12. che a tanto consegue, assorbiti gli ulteriori motivi, la cassazione della decisione con rinvio ad altro giudice di secondo grado che si indica nella Corte d’appello di Roma, in diversa composizione;

13. che al giudice del rinvio e’ demandato il regolamento delle spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo, accoglie il secondo, il terzo ed il quarto, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione alla quale demanda il regolamento delle spese di lite del presente giudizio.


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