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Domanda di disoccupazione

1 novembre 2018


Domanda di disoccupazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 novembre 2018



Perdere il lavoro significa ritrovarsi, da un momento all’altro, senza quell’attività che consente ad ogni individuo di procurarsi i mezzi necessari a vivere e agarantire un’esistenza dignitosa alla propria famiglia. Per questo è previsto un aiuto economico per chi perde il lavoro.

Uno dei compiti principali di uno Stato Sociale è quello di offrire un sostegno alle persone nei momenti più difficili della loro esistenza. Nella nostra società il lavoro è l’attività umana attraverso la quale un individuo si guadagna i mezzi necessari per vivere e cerca di offrire alla propria famiglia una vita dignitosa. Nonostante la legge cerchi di dissuadere le aziende dai licenziamenti facili è comunque un dato di fatto che il lavoro lo si può perdere. Non c’è dubbio che la perdita del lavoro costituisce uno dei possibili accadimento nella vita di una persona più difficili. Lo Stato, esercitando propriamente la sua funzione sociale, in questi casi sostiene il lavoratore che perde l’occupazione garantendogli, per il tramite dell’Inps, una somma di denaro mensile finchè non troverà una nuova occupazione. Si tratta di quella che una volta si chiamava disoccupazione e che oggi si chiama Naspi, nuova assicurazione per l’impiego. Per ottenere la Naspi occorre presentare la domanda di disoccupazione. Vediamo a chi spetta, quanto spetta e come si chiede.

In quali casi si ha diritto alla Naspi?

La disoccupazione (oggi Naspi) viene erogata ai lavoratori dipendenti che abbiano perso involontariamente il lavoro. Tale emolumento non viene riconosciuto, dunque, a quei dipendenti che si siano volontariamente dimessi dal posto di lavoro. Ci sono, comunque, dei casi in cui le dimissioni volontarie sono in realtà quasi obbligate dall’azienda. In queste ipotesi si parla di dimissioni per giusta causa e il dipendente avrà comunque diritto alla Naspi.

Le dimissioni del dipendente possono considerarsi per giusta causa quando è l’azienda che, compiendo atti gravissimi che rendono di fatto impossibile per il dipendente continuare a lavorare, lo costringono a rassegnare le dimissioni. Tra i vari esempi, si possono considerare per giusta causa le dimissioni provocate:

a) dalla mancata corresponsione dello stipendio;

b) dall’essere stati vittime di  molestie sessuali sul posto di lavoro;

c) dal demansionamento, ossia dall’adibizione illegittima del dipendente a mansioni inferiori;

d) dal ripetersi di comportamenti nel luogo di lavoro che tendono ad isolare il dipendente, a farlo sentire inutile e a vessarlo (cosiddetto mobbing);

e) da variazioni significative delle condizioni di lavoro determinate dal fatto che l’azienda o il ramo d’azienda è stato oggetto di cessione [1];

f) dal trasferimento del dipendente privo di ragioni tecniche, organizzative e produttive [2];

g) dall’essere destinatario di comportamenti ingiuriosi da parte del datore di lavoro o del superiore [3].

La regola generale, fatta eccezione per le ipotesi appena esaminate di dimissioni per giusta causa, è che per prendere la disoccupazione il lavoro deve essere perduto in maniera involontaria e cioè nei seguenti casi:

a) licenziamento del dipendente da parte, compresa l’ipotesi del licenziamento per giusta causa;

b) cessazione del contratto di apprendistato senza che venga trasformato in contratto a tempo indeterminato;

c) cessazione del contratto a tempo determinato per lo spirare del termine, senza che venga rinnovato.

Come detto, i dipendenti dimissionari non possono prendere la disoccupazione. A questa regola fa eccezione la lavoratrice in gravidanza, la quale può prendere la disoccupazione se si dimette nel lasso temporale intercorrente tra il 1° giorno nel quale è venuta a conoscenza dello stato di gravidanza e il compimento di 1 anno di età da parte del figlio.

Non potrà prendere la disoccupazione nemmeno il dipendente il cui rapporto di lavoro sia cessato per risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Questa modalità di cessazione del rapporto si ha quando il dipendente e l’azienda si accordano consensualmente per terminare il rapporto di lavoro. Anche in questo caso la regola prevede delle eccezioni, ossia due casi nei quali il lavoratore può prendere la disoccupazione nonostante il rapporto sia cessato per effetto della risoluzione consensuale:

a) risoluzione consensuale del rapporto di lavoro nell’ambito della procedura presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro prevista in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Quando un’azienda con più di quindici dipendenti vuole licenziare un dipendente per motivi economici deve, preliminarmente, informare di questa intenzione la sede locale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro il quale promuoverà un incontro tra azienda e dipendente per risolvere bonariamente la vicenda. Se, in questo incontro, le parti si accordano per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro il lavoratore, in via eccezionale, potrà prendere la disoccupazione;

b) risoluzione consensuale determinata dal rifiuto del lavoratore al trasferimento in una sede aziendale che dista più di 50 km dalla sede originaria e/o sia raggiungibile in circa 80 minuti con i mezzi di trasporto pubblici dalla propria residenza.

Disoccupazione: il requisito contributivo

La perdita involontaria del lavoro non è l’unico requisito necessario per poter prendere la disoccupazione. Il lavoratore, infatti, ha la necessità di soddisfare altri due requisiti:

  • aver maturato un periodo minimo di 13 settimane contributive nei quattro anni precedenti al periodo di disoccupazione, vale a dire, devono risultare versati per quel dipendente almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti;
  • aver lavorato per un numero minimo di 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi precedenti al periodo di disoccupazione.

Chi può prendere la disoccupazione?

La disoccupazione può essere richiesta dai:

  • lavoratori subordinati assunti con contratto a tempo indeterminato;
  • apprendisti;
  • dipendenti pubblici a tempo determinato;
  • personale artistico con rapporto di lavoro dipendente;
  • soci-lavoratori delle cooperative con rapporto di lavoro subordinato.

Non possono richiedere la disoccupazione, invece, le seguenti categorie di dipendenti:

  • dipendenti pubblici a tempo indeterminato;
  • extracomunitari con regolare permesso che lavorano in Italia solo stagionalmente;
  • operai agricoli, indipendente dall’inquadramento contrattuale;
  • lavoratori non subordinati ma autonomi o parasubordinati (come i collaboratori coordinati e continuativi);
  • lavoratori che hanno raggiunto i requisiti per l’accesso alla pensione [4].

Quanto dura la disoccupazione?

La disoccupazione (oggi Naspi) può esser epercepita per un periodo di tempo massimo di 24 mesi.

La durata del beneficio dipende, essenzialmente, dalla storia contributiva del dipendente nel quadriennio antecedente la data di perdita del lavoro. In particolare, al fine di determinare la durata del trattamento di disoccupazione, occorre assumere come parametro di riferimento tutti i contributi previdenziali versati nei 4 anni precedenti e dividerli per due. In poche parole, la durata della disoccupazione è pari alla metà delle settimane di contributi versati.

La durata minima del contributo è di 6 settimane posto che per poter ottenere la disuccupazione è necessario aver pagato all’Inps almeno 13 settimane di contributi nel quadriennio precedente.

A quanto ammonta la disoccupazione?

Il valore dell’assegno che materialmente il disoccupato andrà mensilmente a percepire dipende da qual è stata la retribuzione del dipendente nel quadriennio precedente. In particolare, se la retribuzione media dei 4 anni prima della perdita del lavoro è pari o inferiore ai 1.195 euro, l’assegno di disoccupazione è calcolato in misura pari al 75% della retribuzione stessa. Se invece è maggiore di 1.195 euro, verrà aggiunto un importo pari al 25% del differenziale tra la retribuzione mensile e il predetto importo.

E’ comunque importante sapere che l’assegno non può superare mai il tetto massimo mensile di 1.300 euro; tale importo massimo non è fisso ma viene nodificato annualmente in base all’aumento dei prezzi (calcolato dall’Istat).

Quando fare domanda di disoccupazione?

La domanda di disoccupazione va inoltrata all’Inps solo in via telematica entro il termine di decadenza di 68 giorni, che decorrono:

  • dalla data di cessazione dell’ultimo rapporto di lavoro. Il termine è sospeso per tutta la durata della maternità qualora si verifichi entro i 68 giorni dal licenziamento e riprende a decorrere per la parte residua al termine del periodo di maternità. Il termine è sospeso per tutta la durata di una malattia o di un infortunio sul lavoro e/o malattia professionale qualora si verifichi entro i 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro;
  • dalla fine del periodo di maternità indennizzato qualora la maternità sia insorta nel corso del rapporto di lavoro poi cessato;
  • dalla fine del periodo di malattia indennizzato o di infortunio e/o malattia professionale, qualora siano insorti nel corso del rapporto di lavoro poi cessato;
  • dalla data in cui si è definita la vertenza sindacale o dalla data in cui è stata notificata la sentenza giudiziaria;
  • dalla fine del periodo corrispondente all’indennità di mancato preavviso;
  • dal trentottesimo giorno dopo la data di cessazione, in caso di licenziamento per giusta causa.

Come si fa domanda di disoccupazione?

La domanda di disoccupazione va presentata direttamente online sul sito Inps compilando telematicamente i campi che vengono richiesti. Il cittadino può dunque inoltrarla autonomamente.

Per coloro che non sono in grado di provvedere in autonomia, la domanda di disoccupazione può essere fatta tramite:

  •  il Contact center dell’Inps digitando il numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile;
  • enti di patronato e intermediari dell’Inps, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

note

[1] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sentenza del 24 gennaio 2002.

[2] Cassazione, sentenza n. 1074/1999.

[3] Cassazione, sentenza n.5977/1985.

[4] Legge n. 92/2012.


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