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Interruzione prescrizione con email

1 novembre 2018


Interruzione prescrizione con email

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 novembre 2018



Come riscuotere un credito e non farlo cadere in prescrizione: il valore di una email semplice, di uno scambio di posta elettronica e della Pec (posta elettronica certificata).

Vanti, da diversi anni, un credito nei confronti di una persona la quale però, al momento, sembra non avere la disponibilità economica per pagarti. Se da un lato non intendi rinunciare all’importo che ti è dovuto, nello stesso tempo non vuoi neanche spendere soldi per affidare la pratica a un legale. Così, in attesa che arrivino tempi migliori per il tuo debitore (almeno da un punto di vista economico), hai deciso di tenere la pratica in stand by. Ora però il tempo rischia di diventare il tuo vero nemico: temi infatti che il decorso degli anni possa far cadere il credito in prescrizione. Per interrompere i termini hai deciso quindi di inviare, di tanto in tanto, una diffida per ricordare l’impegno assunto e l’obbligo di pagamento. Qui ti si pone un ulteriore problema: come inviare la diffida? Fino ad oggi hai sollecitato il debitore con telefonate ed sms. C’è anche uno scambio di corrispondenza avvenuto con email che, tuttavia, non sai che valore possa avere in questo contesto. Ti chiedi, dunque, anche per sapere come comportarti in futuro, se sia possibile l’interruzione della prescrizione con email oppure se sia necessario inviare una raccomandata a.r. con la posta tradizionale, fatta cioè di carta, francobolli e postini.

Il tuo problema non è isolato e non coinvolge solo la questione relativa al “recupero crediti”. Da quando infatti esiste la posta elettronica, la gente ha iniziato a utilizzare tale strumento per qualsiasi tipo di comunicazione, anche quella ufficiale. E non c’è da meravigliarsi: è economica, immediata, facile da usare. Il diritto però non ha mai voluto disciplinarla: l’email, pertanto, resta tutt’oggi un mezzo di dialogo informale, paragonabile alla lettera semplice (non raccomandata). La ragione è facile da intuire: da un punto di vista tecnico, la posta elettronica si presta a facili alterazioni, non garantisce alcuna certezza circa l’invio, il ricevimento, il contenuto e i dati informatici che racchiude. Ecco perché la legge non si è mai fidata di tale strumento di comunicazione.

Per sfruttare i canali telematici anche per gli scambi di corrispondenza ufficiale è stata così creata la Pec, ossia la posta elettronica certificata. Inizialmente nata come mezzo di dialogo con la pubblica amministrazione, è stata estesa anche ai privati e, addirittura, in determinati casi è obbligatoria (per professionisti, ditte individuali e società). La Pec sostituisce, in tutto e per tutto, la classica raccomandata a.r. in quanto è in grado di garantire con certezza – senza cioè il rischio di alterazioni – la data di invio, la spedizione, il ricevimento e il relativo testo in essa racchiuso. Ciò perché, dietro l’invio di ogni Pec, c’è un gestore che ne certifica tutti i dati.

Interrompere la prescrizione con una Pec (posta elettronica certificata)

Proprio per tali ragioni, la Pec è in grado di interrompere la prescrizione. Ma, affinché possa “funzionare”, è necessario che tanto il mittente quanto il destinatario dispongano di tale strumento. Non è possibile inviare una Pec a una casella di posta elettronica ordinaria; allo stesso modo, viceversa, una email ordinaria inviata a una Pec non ha alcun valore. In soldoni, si può inviare una Pec solo ad un altro indirizzo Pec.

Se quindi il debitore non ha una propria casella di posta elettronica certificata, non potendo obbligarlo a crearne una, il creditore dovrà trovare un mezzo alternativo.

Se però il debitore ha una sua Pec, oppure è un professionista, una impresa o una società, è possibile spedire una Pec per interrompere la prescrizione, anche contro il suo volere.

Per professionisti, società e ditte è possibile accedere a un registro pubblico per conoscere i relativi indirizzi di posta certificata. Leggi a riguardo Come cercare indirizzi Pec.

Per inviare una Pec che possa interrompere la prescrizione bisogna riportare l’indirizzo del debitore nel campo del destinatario della comunicazione e poi scrivere, nel corpo dell’email, la diffida vera e propria. Un possibile testo può essere il seguente:

«Egr. sig…. Le ricordo che Lei è debitore, nei miei confronti, della somma di euro… dovuti in forza del contratto del … [oppure indicare altra motivazione]. Pertanto, con la presente, da valere a tutti gli effetti di legge come atto interruttivo della prescrizione, La invito e diffido a corrispondere detto importo nelle mani dello scrivente oppure con bonifico bancario alle seguenti coordinate… In difetto di quanto sopra sarò costretto, mio malgrado, a ricorrere presso le competenti sedi giudiziarie, con Suo ulteriore aggravio di spese».

Dopo l’invio della Pec, il gestore consegnerà al mittente altre due Pec: la prima con la conferma della presa in carico della busta telematica, la seconda con la conferma della consegna nella casella di posta elettronica del destinatario. Per poter un giorno dimostrare che la diffida è stata inviata correttamente e che, pertanto, i termini della prescrizione sono stati interrotti, il creditore deve conservare queste due email di posta elettronica certificata. Attenzione però: è preferibile non limitarsi a stamparle su carta, ma è meglio conservare i due file originali in un hard disk (possibilmente con un backup).

La Pec ha valore anche se il destinatario sostiene di non averla letta per non aver aperto il proprio account o perché lo stesso era pieno da altra corrispondenza o per aver smarrito le credenziali di accesso o averne affidato la gestione al proprio consulente. Chi ha una Pec ha l’obbligo di curarla giornalmente, scaricare i messaggi e liberare lo spazio residuo.

Interrompere la prescrizione con una email semplice

Vediamo ora se è valida l’interruzione della prescrizione con email semplice, ossia non certificata.

Se anche, come abbiamo detto, la legge non riconosce alla posta elettronica ordinaria alcun valore legale, la giurisprudenza sta allargando le proprie vedute. Ne abbiamo dato conto nei seguenti articoli:

Possiamo sintetizzare il discorso nei seguenti termini. L’email ha lo stesso valore di una fotocopia: per cui può essere considerata una prova solo se colui contro il quale viene prodotta non la contesti, non neghi cioè di averla ricevuta (o inviata). Il che significa che:

  • se il destinatario sostiene che l’email non è mai arrivata o che il suo contenuto era diverso, l’email non fa prova;
  • se invece il destinatario non dice nulla o ammette di aver ricevuto l’email questa fa prova.

L’ammissione di ricevimento dell’email non deve però essere per forza esplicita. Può avvenire anche con un comportamento concludente. Se, ad esempio, Mario riceve un’email ordinaria con un sollecito di pagamento e risponde al creditore chiedendo qualche altro giorno per racimolare i soldi, non potrà in seguito affermare di non aver mai preso visione di quella comunicazione: il suo comportamento – consistito appunto nella replica all’email – costituisce già una tacita ammissione di ricezione. In questo caso, allora, l’email semplice è stata in grado di interrompere la prescrizione.

Uno scambio di email tra debitore e creditore è quindi una documentazione sufficiente a non far cadere il credito in prescrizione. Chiaramente, dall’ultima email torna a decorrere di nuovo il termine di prescrizione. In prossimità della nuova scadenza bisognerà inviare una nuova diffida.

Qual è il termine di prescrizione

Il termine di prescrizione per i crediti derivanti da contratti è sempre di 10 anni (3 anni se si tratta del credito di un professionista). Negli altri casi, la prescrizione è quasi sempre di 5 anni. Sempre di 5 anni è la prescrizione di pagamenti che devono essere fatti con cadenza periodica mensile o annuale (pensa ad esempio al canone di affitto o alle bollette). Per maggiori dettagli leggi La prescrizione dei debiti.


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