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Tutela del consumatore, come si considera il condominio?

1 novembre 2018


Tutela del consumatore, come si considera il condominio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 novembre 2018



Ai contratti conclusi dall’amministratore di condominio si applica il codice del consumo? C’è diritto di recesso, riserva di foro del consumatore, garanzia per due anni, tutela dalle clausole vessatorie?

L’amministratore del tuo condominio ha ordinato alcune sedie su internet per utilizzarle durante le riunioni dell’assemblea e consentire a tutti di sedervi. Una volta arrivate, però, non vi sono piaciute. Vorreste restituirle al venditore ma non sapete se vi spetta il cosiddetto diritto di recesso, diritto che, per legge, è riservato solo ai “consumatori”; nel vostro caso, invece, la fattura è stata intestata al condomino. Ebbene, il dubbio che vi ponete è se il condominio si considera un consumatore e se, dunque, tutta la tutela del consumatore possa valere anche per gli acquisti effettuati dall’amministratore nell’interesse del condominio.

La risposta a questo quesito legale vi interessa anche per ulteriori motivi. Ad esempio, avete notato delle clausole particolarmente svantaggiose all’interno dei contratti firmati con alcuni fornitori; anche in tal caso, se poteste applicare il codice del consumo, saresti ben tutelati e tali condizioni non avrebbero valore. Cosa prevede la legge a riguardo? Per quanto riguarda la tutela del consumatore, come si considera il condominio?

Consumatore e professionista: che differenza c’è?

Nel momento in cui compri una rivista dal giornalaio, un vestito in un negozio, un’auto dal concessionario, un’aspirina in farmacia, o quando firmi un mandato a un avvocato o richiedi un progetto a un architetto sei un consumatore. Quando vai a fare la spesa di casa o prenoti un biglietto per il teatro sei un consumatore. Quando acquisti un prodotto su Amazon o aderisci a un’offerta telefonica che ti fa un gestore, sei un consumatore. Siamo tutti consumatori quando apriamo il portafogli e acquistiamo beni o servizi per la nostra vita di tutti i giorni. Non lo siamo più se l’acquisto viene fatto in funzione del nostro lavoro, della nostra azienda, dello studio o dell’ufficio.

In questo modo il consumatore viene contrapposto al professionista. Con quest’ultimo termine non devi necessariamente pensare al medico, all’avvocato, all’ingegnere, ecc. ma a chi esercita un’attività commerciale in modo professionale. Quindi è considerato un professionista anche una società, una casa farmaceutica, una ditta automobilistica, una multinazionale come la Coca Cola, ecc.

Lo stesso soggetto può essere sia consumatore che professionista. Pensa a un avvocato che fa la spesa e, al supermercato, compra una risma di fogli per la stampante del suo studio; per quanto riguarda le riserve di cibo è un consumatore, mentre per quanto riguarda gli “attrezzi” per l’ufficio – e per i quali verosimilmente si farà rilasciare una fattura – è professionista.

Consumatori: quali tutele?

La normativa europea, per come recepita anche dall’Italia, ha creato una serie di tutele a favore dei consumatori in quanto ritenuti soggetti più deboli dei professionisti e delle società commerciali. Per ciò, sono state approvate delle norme inderogabili a favore dei primi. Ad esempio:

  • il diritto di recesso. Sarà capitato anche a te di sfogliare un catalogo online di prodotti, magari di abbigliamento, e trovarli di tuo gradimento per poi scoprire, invece, una volta acquistati e arrivati a casa col postino, che dal vivo sono molto più brutti di quanto apparivano in foto. Ebbene, per tutti i contratti conclusi al di fuori di un negozio (ad esempio su internet o tramite televendite), il consumatore ha 14 giorni per sciogliersi dall’impegno preso, senza dover fornire una motivazione. In tal modo, restituendo il prodotto, avrà anche diritto alla restituzione dei soldi. E non importa se il pacco è stato già tolto dall’imballaggio e dalla confezione. Del resto, li diritto di recesso mira proprio a preservare la possibilità di verificare se l’oggetto è davvero per come promesso in foto e di proprio gradimento;
  • la garanzia di due anni. Anche se il contratto di acquisto prevede diversamente, al consumatore spetta sempre una garanzia di due anni in caso di difetto di funzionamento del prodotto. Se, ad esempio, compri un oggetto tecnologico o un televisore fornendo la tua partita Iva, stai acquistando non come “consumatore” ma come “professionista”. Se credi che, così facendo, ne avrai un guadagno – potendo scaricare l’importo dalla tasse – ti potresti sbagliare. Innanzitutto sei tenuto a dimostrare al fisco l’inerenza dell’acquisto con la tua attività professionale (un avvocato, ad esempio, non può scaricare dalle tasse un frigorifero). In secondo luogo, la garanzia è solo di un anno (sempre che non acquisti l’estensione che molti produttori concedono a fronte di un piccolo aumento del prezzo). Solo per i consumatori vale la garanzia legale dei due anni;
  • inefficacia delle clausole vessatorie. Le clausole vessatorie sono quelle che comportano un particolare onere per chi “subisce” il contratto, ossia per chi non lo ha redatto ma se l’è trovato bell’e pronto, solo da firmare, perché prestampato su un modulo. Ebbene, in tali casi, la legge stabilisce che alcune clausole non hanno efficacia verso i consumatori quando comprimono eccessivamente i loro diritti. Quali siano queste clausole lo stabiliscono, di volta in volta, i giudici. Ecco un esempio. Immagina che la ditta di manutenzione dell’ascensore ha inserito, nel contratto di assistenza continuativa, una clausola di «rinnovo automatico di anno in anno» in assenza di una raccomandata di disdetta; questa clausola, per essere efficace nei confronti del consumatore, deve essere appositamente richiamata alla fine del contratto e firmata una seconda volta (diversamente il contratto cessa dopo un anno);
  • la riserva di foro. Se fai una causa contro un’altra persona, devi agire davanti al tribunale ove questa ha la residenza o, se si tratta di una ditta, ove ha la sede legale. Se però sei un consumatore, il tribunale competente è sempre quello dove tu vivi, anche se il contratto che hai firmato prevede diversamente.

Il condominio è un consumatore?

Vediamo ora se, nel momento in cui l’amministratore fa un acquisto per conto del condominio agisce in qualità di consumatore o di professionista. La differenza è notevole: nel primo caso si applicheranno tutte le norme del codice del consumo (quelle a tutela delle persone fisiche di cui abbiamo parlato poc’anzi), mentre nel secondo caso no.

Ebbene, secondo l’attuale indirizzo della giurisprudenza, il condominio si considera consumatore e quindi riceve tutte le tutele previste anche per le persone fisiche.

Del resto, i nostri tribunali non hanno mai accordato al condominio, in quanto tale, un’autonoma personalità giuridica come alle società o alle associazioni. Il condominio è ancora visto come un “ente di gestione”, una rappresentanza formale di tanti soggetti ossia i proprietari degli appartamenti. Sulla veste di consumatori da parte di questi ultimi non vi sono dubbi; per cui anche l’amministratore, quando agisce in rappresentanza dei vari condòmini, e quindi del condomìnio, agisce come consumatore.

Al condominio si applica quindi il codice del consumo.

Quindi, ad esempio, nelle cause contro i fornitori, è competente il tribunale del luogo ove si trova il condominio; negli acquisti online, c’è il diritto di ripensamento nei 14 giorni; le clausole vessatorie ai danni del condominio sono nulle, ecc.

L’unico dubbio sussiste ancora per i condomini formati solo da professionisti. Pensa a un palazzo i cui appartamenti sono adibiti esclusivamente ad uso uffici e negozi, quindi tipicamente “professionisti” o a un centro commerciale. In questi casi si discute se si possa applicare il codice del consumo ai contratti conclusi dal condominio per conto delle persone giuridiche titolari degli immobili.

Insomma, in generale possiamo dire che la tutela del consumatore si applica ai contratti conclusi dal condominio. E non siamo noi a sostenerlo ma le aule di tribunale. Ad esempio, secondo un giudice del tribunale di Napoli [1], «la vessatorietà della clausola che prevede la proroga tacita decennale del contratto di manutenzione dell’ascensore in caso di mancata disdetta comunicata sei mesi prima della scadenza, sottoscritta dall’amministratore del condominio, non è esclusa dalla doppia sottoscrizione, laddove difetti la prova che la stessa clausola negoziale sia stata oggetto di apposita trattativa individuale, applicandosi ai contratti conclusi dal condominio la normativa a tutela del consumatore».

Anche secondo il tribunale di Ravenna [2] al condominio va riconosciuta la qualità di consumatore (nella specie le tabelle millesimali prodotte in udienza avevano confermato come la stragrande maggioranza dei condomini, salvo 76/1000, siano persone fisiche e nessuna eccezione o prova circa la loro qualità di professionista è stata fornita dall’opposta).

Secondo il Tribunale di Massa [3] il condominio di un centro commerciale è anch’esso da considerare un consumatore. Il condominio, essendo dotato di una soggettività autonoma, benché imperfetta ed attenuata, rispetto ai suoi componenti, perseguendo scopi che, a volte, non sono del tutto coincidenti con quelli dei singoli condomini, e pur essendo composto di immobili di proprietà di imprenditori, mantiene la sua natura di centro di interessi privatistici, volti alla tutela dei beni comuni di un edificio, e la qualifica di consumatore, con la conseguenziale applicazione.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Secondo il giudice di Grosseto [4], in tema di condominio, al contratto (nella specie, di manutenzione impianti) concluso con un professionista da un amministratore di condominio, ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei suoi partecipanti, si applica la disciplina di tutela del consumatore, quando sussistono i presupposti, agendo l’amministratore stesso come mandatario con rappresentanza dei singoli condomini, i quali devono essere considerati consumatori, in quanto persone fisiche operanti per scopi estranei ad attività imprenditoriale o professionale.

Secondo il tribunale di Milano [5], il condominio – in quanto agisce per scopi estranei all’attività commerciale – è un consumatore, essendo del tutto irrilevante che il contratto sia concluso dall’amministratore. Conseguentemente, nelle controversie che ne possano derivare trova applicazione la competenza funzionale ed inderogabile del foro del consumatore, cioè del luogo in cui è sito il condominio.

Ed infine arriviamo alla Cassazione. Anche la linea della Suprema Corte conferma che il condominio è un consumatore e ad esso si applica il codice del consumo. Con una sentenza del 2015 [6], i giudici del Palazzaccio hanno detto che: «Al contratto concluso con un professionista da un amministratore di condominio, ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei suoi partecipanti, si applica la disciplina di tutela del consumatore, agendo l’amministratore stesso come mandatario con rappresentanza dei singoli condomini, i quali devono essere considerati consumatori, in quanto persone fisiche operanti per scopi estranei ad attività imprenditoriale o professionale».

note

[1] Trib. Napoli, sent. n. 427/2018 del 15.01.2018.

[2] Trib. Ravenna, sent. del 27.09.2017.

[3] Trib. Massa, sent. del 26.06.2017.

[4] Trib. Grosseto, sent. n. 905/2016.

[5] Trib. Milano, sent. del 21.07.2016.

[6] Cass. sent. n. 10679/2015.


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