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Il datore di lavoro può licenziare un dipendente volgare

21 Settembre 2017
Il datore di lavoro può licenziare un dipendente volgare

Il dipendente che, anche se in pausa pranzo, utilizzi un linguaggio volgare, arricchito di termini scurrili e parolacce può essere licenziato per giusta causa

Il datore di lavoro può licenziare un dipendente che dice troppe parolacce e che utilizzi un linguaggio volgare caratterizzato dal frequente uso di termini scurrili. Simili atteggiamenti, inoltre, potrebbero risultare “pericolosi” per il dipendente anche in pausa pranzo e giustificare un licenziamento in tronco.

Non è uno scherzo, ma quanto di recente affermato dalla Corte di Cassazione [1]. In particolare, la Corte di Cassazione ha avuto modo di occuparsi del licenziamento di una commessa che era stata allontanata dal proprio datore di lavoro per avere utilizzato un linguaggio troppo volgare mentre si trovava in pausa pranzo insieme ad altre colleghe. Nonostante la dipendente fosse stata più volte richiamata dal datore di lavoro, la stessa ha continuato ad utilizzare un linguaggio “poco raffinato”, anzi scurrile, volgare ed arricchito da molte parolacce. Risultato: licenziamento per giusta causa.

Vane al riguardo tutte le difese della lavoratrice. La dipendente, infatti, ha tentato di difendersi sostenendo di non meritare il licenziamento, ma – a tutto voler concedere – una sanzione più mite. Ciò in quanto con il suo comportamento, ancorché criticabile, la commessa non aveva di certo manifestato né una scarsa inclinazione al lavoro, né una volontà di contravvenire agli obblighi assunti e previsti dal contratto di lavoro. L’avvocato della dipendente, inoltre, ha cercato di difendere la sua assistita evidenziando come non si possa di certo pretendere che ai lavoratori sia inibito, nei momenti di pausa pranzo, un linguaggio adoperato normalmente da persone della stessa estrazione sociale, della stessa cultura e accomunate dalla familiarità che subentra in conseguenza di un lavoro quotidiano svolto nello spazio ristretto dell’azienda in cui operano.

Nonostante potrebbero ritenersi del tutto ragionevoli, tali difese non sono state condivise dalla Suprema Corte, che ha confermato il licenziamento per giusta causa della lavoratrice, condannandola – come se non bastasse – anche alle spese di giudizio, pari a più di 3mila euro.

D’altronde, verrebbe da aggiungere, la Cassazione [2] non “fa sconti” nemmeno ai datori di lavoro, i quali conservano sempre un potere di critica nei confronti di colpevoli comportamenti del lavoratore, critica che – però – non deve mai sconfinare nell’insulto. Al contrario – e dunque nelle ipotesi in cui sia il datore di lavoro ad utilizzare espressioni volgari nei confronti del dipendente – scatta il reato di ingiuria [3]. Certo la differenza non è sottile se si considera che (secondo il fatto storico analizzato dai giudici) nel caso esaminato la dipendente non si era rivolta con termini volgari nei confronti del datore di lavoro. Così – però – è stato deciso. Secondo la giurisprudenza più recedente, quindi, il datore di lavoro può licenziare un dipendente che utilizzi – anche durante la pausa pranzo – un linguaggio “poco  consono” arricchito di parolacce e vocaboli volgari.


note

[1] Cass., sent. n. 3380 del 08.02.2017.

[2] Cass., sent. n. 42064 del 09.10.2007.

[3] Art. 594 Cod. Pen.


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