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Condominio e cibo ai gatti liberi: sussiste un divieto?

1 dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 dicembre 2018



Abito in una cooperativa proprietaria delle strade e degli spazi verdi che non sono recintati e sono percorribili e frequentabili da chiunque. Con una circolare del CdA della cooperativa si vieta ai soci di nutrire le colonie feline ivi presenti con la motivazione che si tratta di un’area privata, appartenente alla cooperativa e non ai singoli soci proprietari solo dei singoli lotti. È legittimo vietare ai soci di alimentare i gatti liberi?

A parere dello scrivente, con riferimento alla normativa e alla giurisprudenza prevalente, nel caso specifico gli spazi della cooperativa sono equiparabili a quelli di un condominio in cui ciascuno è proprietario del proprio appartamento, in questo caso dei singoli lotti, e dispone anche di spazi comuni che possono essere utilizzati senza creare fastidio ad altri, ossia le strade e il verde, anche se non recintati. 

Ad esempio, se si porta il cibo ad un singolo gatto lungo una stradina o su un’area verde della cooperativa lo si fa generalmente con un piatto. Tale piatto potrebbe attirare nuovi gatti e altri animali, come topi ed insetti, attratti dall’odore del cibo. Questi animali sporcherebbero tutta l’area e si troverebbero probabilmente in conflitto per accaparrarsi il sostentamento. 

Il divieto di alimentare i gatti è, a parere dello scrivente, legittimo in quanto, pur trattandosi di una attività nobile che attiene all’amore per gli animali, crea nocumento agli altri, limitando di fatto il possesso delle zone comuni, a causa della presenza di ciotole, sporco e situazioni poco igieniche. 

La giurisprudenza conferma quanto detto. 

Il comportamento configura oggettivamente turbativa nel libero godimento dell’appartamento e relative pertinenze degli appellanti. Questi ultimi, infatti, sono costretti a tenere le finestre chiuse, per evitare che gli animali si introducano all’interno, ovvero possono vedere sporcate la loro autovettura dai gatti che salgono sopra, con evidente limitazione nell’esercizio del loro possesso. 

Quanto all’animus turbandi in capo agli appellati questo è insito nella consapevolezza che il loro comportamento sia idoneo a limitare l’esercizio dell’altrui possesso e, nel caso di specie, nella coscienza che il collocare del cibo per i randagi, in prossimità degli spazi condominiali, consenta il diffondersi dei gatti nell’altrui proprietà, con conseguenti disagi e limitazione del godimento dei propri beni per i vicini.” CORTE DI APPELLO DI ROMA, SEZ. IV CIVILE, sentenza del 29 aprile 2013. 

In tema di condominio negli edifici, ove l’uso della cosa comune da parte di uno dei condomini avvenga in modo da impedire quello, anche solo potenziale, degli altri partecipanti, mentre il danno patrimoniale per il lucro interrotto è da ritenere “in re ipsa”, non altrettanto è da dirsi in relazione al danno non patrimoniale, quale disagio psico-fisico conseguente alla mancata utilizzazione di un’area comune condominiale, potendosi ammettere il ristoro di tale ultima posta risarcitoria solo in conseguenza della lesione di interessi della persona di rango costituzionale o nei casi espressamente previsti dalla legge, ai sensi dell’art. 2059 c.c., e sempre che si tratti di una lesione grave e di un pregiudizio non futile. Cassazione civile, sez. VI, 04 Luglio 2018, n. 17460. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Rossella Blaiotta 


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