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Ordinanza di reintegra lavorativa e opposizione

7 dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 dicembre 2018



Nell’ordinanza di reintegra lavorativa che mi riguarda, vi sono, secondo me, delle lacune e/o errate interpretazioni e/o omissioni, volute o meno da parte del giudice, che limiterebbero il mio pieno diritto a vedermi reintegrato, come preferirei, esattamente nell’appalto dove ho sempre prestato servizio, seppur con gli accomodamenti che in quella sede non mi si vuole/vorrebbe ancora riconoscere e dove credo di aver diritto di vedermi riassegnato.  Posso presentare opposizione al fine di ottenere correzione sulle suddette interpretazioni del giudice? L’avvocato del datore di lavoro mi ha già anticipato che il datore sarebbe disposto alla reintegra presso altra sede e questo non mi fa intravedere alcun ravvedimento positivo nei miei confronti da parte del datore. Sono un soggetto invalido, ormai di grado elevato (75%) e questo aggravamento è stato prodotto o quantomeno accelerato da comportamenti gravemente inadempienti del datore. Fruivo presso il datore dei permessi per la legge 104 per mia moglie invalida al 100% con gravi difficoltà deambulatorie. Non vorrei che, in difetto di mie ragioni da opporre all’offerta di altra sede lavorativa, ben più lontana dalla conosciuta, mi venissero proposte una riduzione retributiva o un part time. Come posso tutelarmi?

 L’ordinanza pronunciata ai sensi dell’art. 1 co. 49, L. 92/2012 della quale il lettore si duole appare a parere dello scrivente condivisibile. 

Sebbene non si sia potuto prendere visione dei documenti prodotti in giudizio e dei verbali d’udienza (al fine di comprendere esattamente cosa sia stato prodotto e oggetto di prova ed il grado di approfondimento e valutazione operato dal Giudice), si ritiene tuttavia che il “ragionamento giuridico” posto alla base della decisione assunta sia corretto. 

Il datore di lavoro è obbligato ai sensi dell’art. 2087 c.c. a garantire l’integrità psico-fisica del lavoratore, essendo responsabile in caso di infortunio o aggravamento dello stato di salute del lavoratore, connesso allo svolgimento delle mansioni assegnategli. 

In caso di patologie e menomazioni che limitino lo svolgimento delle mansioni attribuite e di giudizio medico che attesti la necessità di adottare specifici accorgimenti affinchè le mansioni medesime possano divenire compatibili con lo stato di salute del lavoratore, il datore è tenuto a fare il possibile per salvaguardare la salute del dipendente. 

Questo può avvenire adottando accorgimenti tali per cui il lavoratore possa svolgere in modo “attenuato” le proprie mansioni (ad esempio limitando il peso dei carichi da sollevare o la movimentazione dei medesimi entro le prescrizioni del medico), oppure – se ciò non è possibile – assegnando il lavoratore a mansioni diverse compatibili con il proprio stato di salute. Le “diverse” mansioni devono essere riconducibili al livello di inquadramento attribuito al lavoratore, oppure ove ciò non sia possibile anche ad un livello inferiore, ovviamente a parità di retribuzione. 

Se non fosse possibile ricollocare il lavoratore in altre mansioni, anche inferiori, il datore potrà licenziare per giustificato motivo oggettivo motivato da sopravvenuta inidoneità alla mansione. 

Correttamente il Giudice osserva, nell’ordinanza che interessa il lettore, che il datore: 

– pur di assegnare il dipendente divenuto inidoneo alla mansione svolta a mansioni di pari livello, non è tenuto a creare figure professionali fino a quel momento inesistenti in azienda, potendo in tal caso adibirlo a mansioni inferiori a parità di retribuzione; 

– pur di assegnare il dipendente divenuto inidoneo alla mansione svolta a mansioni di pari livello, non è tenuto a sostenere costi sproporzionati, ad esempio automatizzando azioni che il lavoratore precedentemente svolgeva in modo manuale; 

– potendo ricorrere al licenziamento solo come “ultima estrema soluzione”, dovrà prima cercare di ricollocare il lavoratore, cercando posti disponibili su tutte le sedi/cantieri che ha sul territorio nazionale. 

Purtroppo non rilevano le misure che il datore ha adottato nei confronti degli altri colleghi del lettore invalidi, dovendosi fare una valutazione dell’inabilità “caso per caso”, posto che nessuna condizione clinica è identica alle altre. 

Il Giudice quindi sostiene che non è possibile adibire il lettore alle mansioni precedentemente svolte perché non è possibile adottare (per la specifica tipologia di attività assegnatagli) alcun accorgimento che lo esoneri da “evitare lavori che comportino impiego di forza, movimentazione manuale dei carichi, posture incongrue rachide e spalla, vibrazioni asse mano-bracco. Limitare vibrazioni corpo intero”; tuttavia, rileva che l’azienda non ha dimostrato l’effettiva impossibilità di ricollocarlo presso altro cantiere, non avendo prodotto l’organico aziendale e non avendo specificamente indicato perché non poteva ricollocarlo in differenti mansioni. Per tale ultima ragione il licenziamento intimato al lettore deve considerarsi nullo, con obbligo di reintegrarlo (correttamente) non nelle precedenti mansioni, per le quali il lettore non è idoneo secondo il giudizio del medico, bensì in mansioni compatibili o inferiori a parità di retribuzione, ove disponibili (e dunque non necessariamente nella medesima sede presso cui era assegnato prima del licenziamento). 

Anche la giurisprudenza citata dal Giudice e l’interpretazione che ne dà sono corrette. 

Ciò premesso, se tuttavia il lettore non è d’accordo con la valutazione del Giudice, o comunque ritiene di non voler essere reintegrato, ha le seguenti opzioni. 

Può impugnare l’ordinanza entro 30 giorni dal suo deposito in cancelleria, presentando opposizione. Il giudizio di opposizione (a differenza della prima fase “sommaria”) è un giudizio a cognizione piena: ciò significa che possono essere prodotte ulteriori prove ed ulteriori elementi di valutazione. Si tenga però presente che il Giudizio di opposizione viene deciso dal medesimo Giudice che ha pronunciato l’ordinanza opposta, pertanto difficilmente questo cambierà il proprio orientamento iniziale. 

Altrimenti, in luogo della reintegrazione, il lettore può optare per il pagamento da parte dell’azienda dell’indennità sostitutiva della reintegrazione, pari a 15 mensilità della retribuzione globale di fatto dallo stesso percepita. Questa scelta, determina sì la risoluzione del rapporto di lavoro, ma consente al lettore di “convertire” in suo posto di lavoro in una consistente somma di denaro e, nel frattempo, fare domanda di disoccupazione per percepire la NASpI e cercare nuova occupazione compatibile con il suo stato di salute (la sua invalidità consente al lettore molto probabilmente di rientrare nelle c.d. “categorie protette”, con precedenza nell’assunzione e vantaggi per chi lo assumesse). 

Si noti che la richiesta dell’indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza, o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione. 

Infine, data la notevole percentuale di invalidità del lettore, questi può fare domanda all’Inps (qualora già non ne beneficiasse) per ottenere l’“assegno ordinario di invalidità per persone con capacità lavorativa ridotta”, una prestazione economica erogata dall’Inps a coloro che abbiano una invalidità superiore ai due terzi, che ne limiti la capacità lavorativa. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Valentina Azzini 


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