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Scarpe infortunistiche: esenzione e responsabilità

7 dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 dicembre 2018



Sono un operaio metalmeccanico e a causa di un infortunio per schiacciamento al piede mi è stata data l’esenzione per non portare scarpe antinfortunistiche.  Se riprendo il lavoro senza scarpe antinfortunistiche e mi faccio male, chi ne risponde? 

Per rispondere al quesito posto bisogna innanzitutto richiamare l’art. 74 del D.Lgs. n. 81/2008 (Testo Unico Sicurezza e Lavoro), in base al quale le scarpe infortunistiche rientrano tra i dispositivi di protezione individuale (DPI). 

L’obbligo di indossare le scarpe infortunistiche scatta: 

– quando ricorrono le condizione di cui all’elenco del punto 3 dell’allegato VIII del D.Lgs. 81/2008; 

– comunque, ogni qualvolta risulti “prevedibile” un rischio di lesioni ai piedi: tale prevedibilità dovrà̀ essere valutata dal RSPP (Responsabile del servizio di prevenzione e protezione), in sede di valutazione dei rischi. 

L’allegato richiamato al punto 3 prevede l’obbligo di indossare le scarpe di sicurezza con suola imperforabile nei seguenti casi: 

1. lavori di rustico, di genio civile e lavori stradali; 

2. lavori su impalcatura; 

3. demolizioni di rustici; 

4. lavori in calcestruzzo e in elementi prefabbricati con montaggio e smontaggio di armature; 

5. lavori in cantieri edili e in aree di deposito; 

6. lavori su tetti; 

7. scarpe di sicurezza senza suola imperforabile; 

8. lavori su ponti d’acciaio, opere edili in strutture di grande altezza, piloni, torri, ascensori e montacarichi, costruzioni idrauliche in acciaio, altiforni, acciaierie, laminatoi, grandi contenitori, grandi condotte, gru, caldaie e impianti elettrici; 

9. costruzioni di forni, installazioni di impianti di riscaldamento e di aerazione, nonché montaggio di costruzioni metalliche; 

10. lavori di trasformazione e di manutenzione; 

11. lavori in altiforni, impianti di riduzione diretta, acciaierie e laminatoi, stabilimenti metallurgici, impianti di fucinatura a maglio e a stampo, impianti di pressatura a caldo e di trafilatura; 

12. lavori in cave di pietra, miniere, a cielo aperto e rimozione di discarica; 

13. lavorazione e finitura di pietre; 

14. produzione di vetri piani e di vetri cavi, nonché lavorazione e finitura; 

15. manipolazione di stampi nell’industria della ceramica; 

16. lavori di rivestimenti in prossimità del forno nell’industria della ceramica; 

17. lavori nell’industria della ceramica pesante e nell’industria dei materiali da costruzione; 

18. movimentazione e stoccaggio; 

19. manipolazione di blocchi di carni surgelate e di contenitori metallici di conserve; 

20. costruzioni navali; 

21. smistamento ferroviario; 

22. scarpe di sicurezza con tacco o con suola continua e con intersuola imperforabile; 

23. lavori sui tetti; 

24. scarpe di sicurezza con intersuola termoisolante; 

25. attività su e con masse molte fredde o ardenti; 

26. scarpe di sicurezza a slacciamento rapido.

Sarà quindi il datore di lavoro, avvalendosi della consulenza del RSPP, a valutare, sotto la propria responsabilità, se il rischio appaia appunto “prevedibile” o meno: di conseguenza, in caso di infortunio dovuto a mancanza di scarpe antinfortunistiche, il datore di lavoro dovrà cercare di dimostrare al giudice come tale rischio (ad es. da schiacciamento) non fosse ragionevolmente prevedibile. 

L’obbligo di sicurezza (ex art. 2087 c.c.) del datore di lavoro, di adottare tutte le misure necessarie per la tutela dell’integrità̀ psico-fisica del lavoratore, rende quindi il datore di lavoro suscettibile di responsabilità̀ risarcitoria nei confronti del lavoratore, nonché penale. 

Si ricorda che l’art. 41 della Costituzione garantisce all’imprenditore libertà di impresa a condizione che questa non si svolga contro l’utilità e la sicurezza sociale; la salute, rappresentando uno dei ”diritti fondamentali” protetti della Costituzione e rappresentando “interesse della collettività” (art. 32 Cost.), rappresenta tipico esempio di “diritto indisponibile”: come tutti i diritti indisponibili non è pertanto suscettibile di essere scambiata o ceduta, anche parzialmente, mediante patti o accordi. Non è quindi possibile “esentare” un lavoratore dall’uso dei DPI quando questi rappresentano l’unico mezzo residuo di protezione dai rischi. 

I dispositivi di protezione individuale, tra l’altro, devono altresì tenere conto delle esigenze ergonomiche o di salute del lavoratore (art. 76 del D.Lgs. n. 81/2008). Vi è quindi un chiaro obbligo, per il datore di lavoro, a garantire la sicurezza e quindi a fornire scarpe antinfortunistiche idonee ad assicurare l’incolumità dei lavoratori. 

In definitiva, di fronte alla presenza di un certificato medico attestante l’impossibilità ad indossare le scarpe antinfortunistiche, ove i motivi medici siano quindi effettivamente fondati, la scelta migliore è ricercare una scarpa il più adatta possibile al lavoratore. Nel caso non si riesca a trovare una scarpa adatta allo scopo non rimane che valutare il trasferimento del lavoratore ad altro reparto ove non vi sia rischio per cui viga l’obbligo dell’uso di scarpe antinfortunistiche. 

Laddove il lavoratore si dovesse infortunare al piede per essere stato esentato a portare le scarpe infortunistiche, il tutto documentato dal certificato medico con sottoscrizione da parte del datore di lavoro e, per natura della mansione svolta il rischio di lesione ai piedi è prevedibile, è il datore di lavoro a rispondere dell’infortunio occorso per non avere adottato le contromisure idonee a prevenire l’evento d’infortunio. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio 


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