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Fatture false: quando”scatta” il reato?

22 Settembre 2017 | Autore:
Fatture false: quando”scatta” il reato?

Affinché si configuri il reato di “falsa fatturazione” è necessario che le fatture siano effettivamente utilizzate, oppure è sufficiente la loro semplice emissione?

Il nostro ordinamento punisce molto severamente chi rilascia fatture false. Ed infatti, chi emette fatture false rilasciando documenti non rispondenti al vero, commette reato. Il reato che viene in rilievo è quello che punisce chiunque emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti [1]. In tali ipotesi è prevista la reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni, ma le sanzioni potrebbero irrigidirsi ulteriormente. Proprio l’altro ieri, infatti, la Corte di Cassazione [2] ha paragonato le fatture per operazioni inesistenti a delle «tossine» da reprimere sin dalla loro emissione. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di comprendere in cosa consiste e perché è punita l’emissione di fatture false.

Fatture false e sovrafatturazione

L’emissione di fatture false consiste nel comportamento di chi ricorre alla falsa fatturazione rilasciando documenti non rispondenti al vero. La fattura è falsa quando a fondamento della stessa, in realtà, non è stata svolta alcuna operazione. Si parla, invece, di sovrafatturazione quando il corrispettivo della fattura viene “gonfiato”. Quindi, viene emessa una fattura falsa quando in realtà il servizio a cui essa si riferisce non è mai stato prestato, oppure il bene mai venduto. Questa ipotesi si verifica quando, ad esempio, viene emessa una fattura per la vendita di un’autovettura, ma l’operazione di vendita non ha mai avuto luogo. Si ha, invece, sovrafatturazione se il corrispettivo o compenso viene indicato in misura superiore a quella reale. Ad esempio: emetto una fattura falsa indicando il corrispettivo di 30mila euro oltre Iva per la  vendita di un’autovettura, ma il prezzo di vendita reale è di 50mila euro oltre Iva.

Fatture false ed evasione fiscale

La ragione del ricorso all’emissione di fatture false si rinviene nella natura dei soggetti che emettono queste fatture: si tratta, in genere, di cosiddette società cartiere. Vale a dire, società che nella realtà non svolgono l’attività descritta nella fattura, ma nascono con l’unico scopo di evadere il fisco. Normalmente, infatti, queste società dopo un anno o due, cessano la (falsa) attività per non subire accertamenti fiscali.

Chi, invece, emette fatture “gonfiate” (cosiddetta sovrafatturazione) lo fa perché spinto dalla volontà di far apparire la propria attività più “florida” di quanto in realtà essa sia.

Il ricorso alla falsa fattura si spiega, invece, dal lato di chi le riceve (l’utilizzatore) con la possibilità di ridurre – in questo modo  – il proprio reddito e, quindi,  l’Iva da versare periodicamente all’erario. Altro non è, quindi, se non un macchinoso (ma efficace) escamotage per evadere il fisco.

La domanda a questo punto è la seguente: quando “scatta” il reato per fatture false? Affinché si configuri il reato di “falsa fatturazione” è necessario che queste fatture siano effettivamente utilizzate, oppure è sufficiente la loro semplice emissione? In altri termini: per la commissione del reato è necessario che si configuri una evasione fiscale, oppure è sufficiente anche (solo) il mero rilascio di una fattura falsa.

«Le fatture false sono delle tossine da reprimere sin dalla loro emissione»

Ebbene, a rispondere è stata la Corte di Cassazione con una sentenza depositata due giorni fa [2]. Secondo la Cassazione non è necessario il conseguimento del fine evasivo. Non è necessaria l’evasione fiscale: la condanna per le fatture su operazioni inesistenti “scatta” anche se il destinatario non le utilizzi. È sufficiente, quindi, la mera emissione di una fattura falsa finalizzata a consentire a terzi l’evasione fiscale. Poco importa se l’evasione di imposta, poi, si verifichi o meno: il reato si considera comunque commesso.

Come anticipato, la Corte di Cassazione ha avuto modo di paragonare le fatture emesse a fronte di operazioni inesistenti a delle «tossine» da reprimere «sin dalla loro emissione». Non importa, quindi, quale sia il destino di una fattura emessa per un’operazione inesistente. Non conta l’effettivo conseguimento del fine evasivo, essendo sufficiente che tale fine sussista al momento dell’emissione della fattura falsa.

Perché si determini la reazione repressiva, dunque, non è richiesta la successiva utilizzazione del documento falso. D’altronde, ha precisato la Corte, il reato in questione è un reato di pericolo o di mera condotta, per la cui sussistenza non è nemmeno necessario che le fatture siano state annotate nella contabilità del destinatario, il quale – in astratto – potrebbe anche decidere di non avvalersi delle fatture. Ciò posto, ai fini dell’integrazione del reato non è necessario che l’autore cagioni un danno effettivo al fisco. A configurare l’illecito è sufficiente che il fine di consentire a terzi l’evasione (a prescindere che essa poi si verifichi o meno) sussista al momento del rilascio della fattura.

 


note

[1] Art. 8 del D.lgs n. 74 del 10.03.2000, ai sensi del quale: «È punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di consentire a terzi l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti».

[2] Cass. sent. n. 42892 del 20.09.2017.

Autore immagine: Pixabay.com


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