Business | Articoli

Quando un’impresa fallisce?

24 Settembre 2017
Quando un’impresa fallisce?

Il fallimento colpisce le aziende che non riescono più a pagare i loro debiti

Un’impresa fallisce quando è indebitata, ossia quando il valore dei suoi beni non è sufficiente a far fronte ai suoi debiti. Il fallimento di una azienda, tecnicamente è la procedura che serve a dichiarare il fallimento di un imprenditore, titolare di ditta o società commerciale iscritta alla Camera di Commercio al ricorrere di alcuni presupposti soggettivi e oggettivi richiesti dalla Legge fallimentare [1]. Quanto ai presupposti soggettivi, la Legge fallimentare individua tra coloro che sono assoggettabili al fallimento gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale escludendo gli enti pubblici, gli imprenditori agricoli e i piccoli imprenditori. Per quanto riguarda invece il presupposto oggettivo, è necessario che l’impresa si trovi in uno stato di indebitamento tale da non poter più soddisfare regolarmente i propri creditori.

L’istanza di fallimento

L’istanza di fallimento può essere avanzata dallo stesso debitore, da uno o più creditori o, in alcune circostanze particolari, dal Pubblico ministero. In ogni caso è necessaria la produzione di una serie di documenti attestanti l’insolvenza del debitore. Il richiedente, pertanto, nel momento in cui deposita il ricorso presso la cancelleria del tribunale, deve fornire la prova tangibile dello stato di insolvenza dell’imprenditore. Per cui dovrà produrre, ad esempio, titoli esecutivi, decreti ingiuntivi, atti di pignoramento, atti di precetto, fatture non pagate, cambiali scadute o assegni. La procedura fallimentare si svolge dinanzi all’autorità giudiziaria (Tribunale) del luogo in cui l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa e si conclude con una sentenza.

La dichiarazione di fallimento

Con la dichiarazione di fallimento si apre una procedura volta a consentire ai creditori di recuperare le somme a loro dovute. In particolare, il Tribunale dichiara il fallimento con sentenza, con la quale vengono nominati il giudice delegato per la procedura e il curatore e viene ordinato al fallito il deposito dei bilanci, delle scritture contabili e fiscali obbligatorie. La sentenza stabilisce anche il luogo, il giorno e l’ora dell’adunanza in cui si procederà all’esame dello stato passivo assegnando ai creditori che vantano diritti reali o personali sui beni del fallito il termine per proporre domanda di insinuazione al passivo in cancelleria. In sostanza, anche i creditori che non hanno formulato istanza di fallimento hanno diritto di partecipare alla suddivisione di un eventuale attivo che dovesse emergere dalla procedura fallimentare. Tale operazione tecnicamente si chiama istanza di insinuazione al passivo del fallimento sulla quale sarà chiamato a decidere il giudice delegato.

Come anticipato, il tribunale procede alla nomina dei cosiddetti organi del fallimento: giudice delegato, curatore e comitato dei creditori. Il giudice delegato svolge funzioni di vigilanza e controllo sulla regolarità della procedura, con il potere, come detto, di decidere sulle domande di ammissione al passivo dei creditori. Il curatore, invece, ha il ruolo operativo più importante della procedura: amministrare il patrimonio fallimentare, compiendo tutte le operazioni necessarie per la gestione della procedura. Inoltre, è competente all’apposizione dei sigilli sui beni del debitore ed alla formazione del progetto di stato passivo, oltre alla redazione dell’inventario, alla compilazione dell’elenco dei creditori, nonché alla redazione del bilancio dell’ultimo esercizio. Il comitato dei creditori, composto da tre o cinque membri scelti tra i creditori, ha compiti di vigilanza sull’operato del curatore, di autorizzazione degli atti dello stesso e di rilascio di pareri, sia nei casi previsti dalla legge che su richiesta del Tribunale o del giudice delegato.

La sentenza di fallimento: le conseguenze per i creditori

La sentenza di fallimento ha delle conseguenze molto importanti nei confronti dei creditori: essi, infatti, non possono compiere nessuna azione individuale sui beni del fallito. Pensiamo al caso della banca che si insinua nel passivo del fallimento in forza di un mutuo: è vietato alla stessa iniziare (o proseguire) l’azione esecutiva in danno del debitore. La banca, quindi, dovrà concorrere assieme agli altri debitori alla ripartizione di eventuali somme rinvenienti dai beni dell’imprenditore. La procedura fallimentare, infatti, apre quello che viene definito concorso dei creditori sul patrimonio del fallito. Pertanto, ogni credito, anche munito di diritto di prelazione, deve esser fatto valere all’interno del fallimento.


note

[1] R. d. n. 267 del 16.03.1942.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube