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Buca visibile: risarcimento

4 novembre 2018


Buca visibile: risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 novembre 2018



Insidie stradali: quando il Comune o l’Anas sono tenuti a risarcire il danno al pedone, all’automobilista o al motociclista che finisce con un piede o una ruota in una fossa stradale.

Alla fine ci sei caduto anche tu. Sei finito in una delle tante buche che costellano il manto stradale della tua città. Pur consapevole delle condizioni precarie dell’asfalto, pur potendo prevedere che, prima o poi, sarebbe capitato anche a te, non hai potuto evitare il fattaccio. E questo perché la buca, per quanto ampia e visibile, era coperta da acqua. Scendendo dal motorino non hai fatto attenzione a dove mettevi i piedi e così sei scivolato a terra. Poteva essere una cosa da niente e risolversi con un ginocchio sbucciato e un pantalone rotto; invece l’incidente ha avuto una dinamica imprevista, il motorino ti è caduto addosso e hai riportato una serie di contusioni. Dovrai restare immobile per qualche giorno a casa e non potrai lavorare. Oltre al dolore e al fastidio, nel calcolo dei danni c’è la perdita di una serie di importanti appuntamenti che avrebbero potuto cambiare il corso dell’anno. Ora mediti sul da farsi: qualcuno – ma ancora non sai bene chi – ti dovrà rimborsare. Prima di andare dall’avvocato vuoi avere però le idee chiare. Per la caduta su una buca visibile, il risarcimento ti può essere riconosciuto? E a quanto ammonta? A chi ti devi rivolgere per ottenere i soldi e quanto tempo è necessario attendere per vedere l’assegno o il bonifico sul tuo conto?

Non ti preoccupare: se questa è la tua condizione o comunque ti trovi in una situazione simile, per cui a seguito della caduta in una buca stradale hai riportato dei danni alla tua persona o al veicolo (sia questo una macchina, una moto o un motorino), qui di seguito troverai i chiarimenti del caso. Le regole, che non sono scritte in nessuna legge o codice, sono state elaborate dalla giurisprudenza e valgono tanto per i pedoni (che magari mettono in piede in una fossa non accorgendosene) quanto per i conducenti.

Le norme che disciplinano la responsabilità del Comune per la caduta nelle buche stradali

In verità il codice civile contiene due disposizioni da cui poi i giudici hanno tratto tutte le conseguenze per i vari casi di caduta nelle buche stradali. La prima è il famoso articolo 2043 in base al quale chiunque provoca un danno ingiusto ad altri deve risarcirlo. Si tratta di una norma cardine sulla quale poggia tutto il nostro sistema della responsabilità “extracontrattuale” (quella cioè che origina non da un contratto ma da un fatto illecito, in questo caso la mancata manutenzione del bene pubblico). Per ottenere il risarcimento, bisogna dimostrare il danno e la responsabilità (per colpa o malafede) di chi lo ha prodotto.

La seconda norma è l’articolo 2051, anche questa un solido pilastro di numerose pronunce giurisprudenziali. Tale norma – che deroga la precedente – stabilisce che ciascuno è responsabile per i danni procurati dalle cose di cui ha la custodia (così ad esempio il Comune per le strade di sua competenza) salvo che dimostri che il danno si è verificato per un fatto fortuito. Si tratta di una responsabilità “automatica” (in termini tecnici si chiama “responsabilità oggettiva”) che scatta anche se non c’è stata una colpa o la malafede (cosiddetto dolo) del titolare dell’oggetto. Questi è tenuto al risarcimento anche se non è responsabile, per il solo fatto di essere “titolare” o “custode” del bene che ha procurato il danno. Egli può però difendersi dimostrando che, anche tenendo una diligenza massima, l’evento si sarebbe ugualmente verificato in quanto le cause non dipendono da lui ma da fattori imprevisti e inevitabili.

Per capire quando c’è responsabilità dell’amministrazione per la caduta su una buca stradale è molto importante comprendere la differenza tra l’articolo 2043 del codice civile e l’articolo 2051.

Nel primo caso, il danneggiato deve dimostrare l’illecito commesso dal danneggiate; nel secondo caso, invece, non è necessario fornire questa difficile prova, ma basta semplicemente provare il rapporto di proprietà o custodia tra il bene e il responsabile. Ad esempio, se da un appartamento si verificano delle perdite di acqua e macchiano il soffitto della tua casa, non devi provare l’illecito commesso dal vicino del piano di sopra (il quale peraltro non poteva sapere che i tubi si stavano rompendo, essendo coperti dal pavimento): la semplice qualifica di proprietario dell’immobile lo rende automaticamente responsabile. Il titolare di un’auto parcheggiata in discesa che, di notte, a causa di una rottura del freno a mano, va a finire sull’altra macchina parcheggiata lì vicino è tenuto a risarcire il danno anche se non è personalmente responsabile del fatto, per non averlo voluto.

In tema di responsabilità per buche stradali, la giurisprudenza oscilla tra il criterio della responsabilità per colpa (articolo 2043 del codice civile) e quello della responsabilità oggettiva (articolo 2041 del codice civile). La differenza influenza spesso le pronunce: ecco perché in alcuni casi il risarcimento viene accordato più facilmente mentre altri giudici sono più critici in merito alle prove fornite dal danneggiato.

Al di là di queste osservazioni – che non sono semplici disquisizioni giuridiche poiché dall’interpretazione del tribunale dipende la vittoria o meno della causa – cercheremo di darti le istruzioni più prudenti affinché tu non possa mettere una seconda volta il “piede in fallo” e magari pagare anche le spese processuali.

Buca stradale: spetta il risarcimento?

In generale il risarcimento del danno per la caduta in una buca scatta solo quando il danneggiato riesce a dimostrare l’intrinseca pericolosità della strada: egli deve cioè provare che la fossa non era visibile e percepibile usando l’ordinaria diligenza. Questo perché chiunque guida o cammina su una strada non può farlo con la testa tra le nuvole. Gli si chiede un minino di attenzione e di vedere dove mettere i piedi o le ruote. Ecco perché, per ottenere l’assegno dal Comune, dall’Anas o da qualsiasi altro ente pubblico titolare della strada, non basta dimostrare che sul manto era presente una buca e allegare i certificati medici. È fondamentale provare che la caduta non era evitabile usando l’ordinaria diligenza.

Come giustamente ha chiarito di recente la Cassazione [1], lo stato dei luoghi deve presentare un’obiettiva situazione di insidia, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il verificarsi del danno, nonché di «aver tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l’ordinaria diligenza».

Questo significa, in termini più pratici, che laddove il danneggiato poteva ben accorgersi, con un minimo di prudenza, che la strada era pericolosa e che poteva esservi una buca insidiosa, il risarcimento gli viene escluso.

Quel famoso “caso fortuito” che, in forza di quanto dice l’articolo 2051 del codice civile, esclude la responsabilità del custode, può essere costituito anche dall’imprudenza dell’utente. Il Comune è infatti tenuto a garantire la manutenzione delle strade; ma laddove non possa farlo (ad esempio a causa di una buca che si apre all’improvviso a seguito di tre giorni di pioggia continua) è necessario che pedoni e automobilisti facciano “la loro parte” e prestino attenzione.

Il risultato è che, tanto più la buca è grande e visibile, tanto minori sono le possibilità di ottenere il risarcimento.

Ecco alcune casistiche interessanti in cui è stato escluso il risarcimento del danno per la caduta sulla buca stradale:

  • buca al centro della carreggiata e ben visibile:
  • buca di grandi dimensioni;
  • buca aperta su un tratto di strada illuminato o comunque se la caduta è avvenuta di giorno;
  • buca su una strada chiaramente dissestata che già consentiva al passante o all’automobilista di rendersi conto del pericolo cui andava incontro se non avesse moderato la velocità;
  • buca su una strada ben nota al danneggiato (ad esempio la strada vicino casa o al luogo di lavoro): la conoscenza dell’insidia stradale è stata considerata una dimostrazione della distrazione del passante che, pur sapendo del pericolo, non ha prestato la dovuta attenzione.

Al contrario è stato riconosciuto il risarcimento nelle seguenti ipotesi:

  • buca di piccole dimensioni;
  • buca collocata al margine della strada, vicino al marciapiedi, particolarmente insidiosa perché nascosta;
  • buca in una strada non illuminata, se la caduta è avvenuta di notte;
  • buca interamente ricoperta di acqua piovana;
  • buca interamente ricoperta di foglie e ghiaia che non lasciavano intuire la presenza del pericolo.

Buca stradale visibile: risarcimento

Con una recente ordinanza la Cassazione ha negato il risarcimento per la buca facilmente visibile [2].

Il fattaccio risale alla fine di settembre del 2010. Scenario del capitombolo è una strada del Comune di Ischia. Protagonista – poco felice – una donna che spiega di «essere caduta a causa della presenza di una buca» mentre era alla guida del proprio ciclomotore. I giudici però danno ragione al Comune dichiarando «l’esclusiva responsabilità della donna nella produzione dell’evento lesivo». Più precisamente, è stato spiegato che «la buca presente sul manto stradale era di ampie dimensioni, ubicata al centro della carreggiata percorsa dal ciclomotore» – lungo «un più ampio tratto stradale, tutto dissestato e sconnesso», peraltro – e quindi «risultava pienamente visibile ed evitabile con la dovuta attenzione». A corredo di questa visione, poi, è stato anche richiamato il fatto l’episodio si è verificato «in pieno giorno, nel mese di settembre, con forte luminosità naturale». «La dovuta attenzione e una maggiore cautela» avrebbero salvato la donna, che, dal canto proprio, «avrebbe dovuto rendersi conto del tratto stradale vistosamente sconnesso e dissestato». In sostanza, «la buca era evitabile», se la donna fosse stata più attenta, anche perché, secondo i giudici d’Appello, quell’avvallamento del tratto stradale non è catalogabile come «insidia o trabocchetto».

Ciò che induce la Cassazione ad escludere il risarcimento per la buca stradale visibile è la «concreta possibilità» per il danneggiato di «percepire e prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo che risultava evidente e che escludeva la configurabilità dell’insidia».

Nella categoria dell’insidia stradale la giurisprudenza suole ricondurre tutte quelle situazioni di pericolo su strada caratterizzate da due requisiti specifici: l’uno soggettivo, l’imprevedibilità, l’altro oggettivo, l’inevitabilità.

Le prove da raccogliere

È molto importante l’aspetto probatorio da portare sul banco del giudice. Non si può infatti portare semplicemente le foto della buca (comunque essenziale: serve per dimostrare che il pericolo era effettivo) e i certificati medici (il certificato di pronto soccorso, le successive visite e controlli, i farmaci e la terapia per la guarigione). È anche fondamentale dimostrare che quel particolare danno è stato causato proprio da quella determinata buca. È ciò che, in termini tecnici, viene definito “rapporto di causalità” o anche di “causa-effetto”. La buca è la causa mentre la caduta è l’effetto. Per dimostrare che la caduta – l’effetto – è stata determinata proprio da quella specifica causa – la buca – e non da altre (ad esempio il pedone aveva le scarpe slacciate o il motociclista ha frenato sulla ghiaia) è necessaria un’apposita prova. E questa prova non può che essere una testimonianza: ci vuole cioè un soggetto terzo che possa dire: «Sì, è vero: Mario Rossi è finito con un piede [o con una ruota] nella buca e proprio a causa di ciò è finito a terra».

Dunque, il cittadino che cade in una buca stradale deve provare il fatto storico, la circostanza che il danno è stato causato dalla buca, ma anche che la buca rappresenta la cosiddetta insidia o trabocchetto, ovvero un pericolo occulto non prevedibile con l’ordinaria diligenza.

A chi spetta provare che la buca era insidiosa?

Secondo i fautori della responsabilità ordinaria della P.A. – quella basata sull’articolo 2043 del codice civile – è il danneggiato a dover provare la pericolosità dell’insidia, ossia deve dimostrare di:

  • aver tenuto un comportamento prudente
  • che la buca non era visibile con l’ordinaria diligenza.

Secondo invece i sostenitori della tesi della responsabilità oggettiva della P.A. – quella cioè basata sull’articolo 2051 del codice civile – è l’ente custode della strada a dimostrare la visibilità della buca o la distrazione del danneggiato.

Sotto tale profilo, anzi, la Cassazione ha rimarcato che la pubblica amministrazione è responsabile nei confronti dei privati per difetto di manutenzione delle strade, allorquando, non abbia osservato le specifiche norme e le comuni regole di prudenza e diligenza poste a tutela dell’integrità personale e patrimoniale dei terzi.

note

[1] Cass. sent. n.11023/2018.

[2] Cass. ord. n. 27724/2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, sentenza 23 aprile – 30 ottobre 2018, n. 27724

Presidente Amendola – Relatore Positano

Rilevato che:

con atto di citazione notificato il 16 marzo 2011, Ma. Ro. Sa. evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Napoli, sezione distaccata di Ischia, l’omonimo comune per sentirlo condannare al risarcimento dei danni, ai sensi degli art. 2055 o 2043 c.c. conseguenti alla caduta verificatasi il 30 settembre 2010, su una strada di proprietà comunale, a causa della presenza di una buca. Si costituiva l’amministrazione comunale contestando la fondatezza della pretesa;

con sentenza del 9 gennaio 2015 il Tribunale dichiarava la responsabilità esclusiva dell’ente comunale nella determinazione eziologica dell’evento lesivo, condannandolo al risarcimento dei danni ed alle spese processuali in favore del procuratore dichiaratosi antistatario;

avverso tale decisione il Comune di Ischia proponeva appello con atto di citazione del 7 luglio 2015 lamentando il difetto di motivazione, la violazione degli articoli 2043, 2051 e 1227 c.c., l’erronea valutazione delle risultanze istruttorie ed insistendo per la dichiarazione di nullità dell’atto di citazione o, in subordine, per la dichiarazione di concorrente responsabilità della infortunata nella produzione dell’evento lesivo. Si costituiva quest’ultima eccependo l’inammissibilità dell’appello ai sensi dell’articolo 342 c.p.c. e l’infondatezza delle doglianze, nel merito;

la Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 17 novembre 2016 in accoglimento della impugnazione dichiarava l’esclusiva responsabilità di Ma. Ro. Sa. nella produzione dell’evento lesivo, compensava interamente le spese di lite del doppio grado di giudizio e poneva a carico dell’attrice quelle della consulenza medica;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione Ma. Ro. Sa. affidandosi a un motivo illustrato da memoria ex art. 380 bis c.p.c. Resiste in giudizio con controricorso il Comune di Ischia.

Considerato che:

con l’unico motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’articolo 2051 c.c., ai sensi dell’articolo 360, n. 3 c.p.c. censurando l’argomentazione della Corte secondo cui la buca, in ragione delle condizioni di tempo e di luogo, risultava pienamente visibile ed evitabile da un pedone che proceda con la dovuta attenzione, ravvisando nel comportamento colposo dell’attrice l’unico profilo di responsabilità. La ricorrente aggiunge di avere tenuto una condotta di guida del tutto adeguata alle condizioni di tempo e di luogo, trattandosi di strada asfaltata priva di segnalazioni relative a dissesti del manto stradale o altri pericoli, per cui la motivazione della Corte, fondata esclusivamente sulla documentazione fotografica, poneva una sorta di responsabilità oggettiva a carico del danneggiato, sovvertendo i principi di cui all’articolo 2051 c.c. individuare il caso fortuito nella condotta di guida della danneggiata, significa addebitare a quella condotta un profilo di eccezionalità, imprevedibilità e inevitabilità in concreto insussistente. La mera circostanza che la strada fosse sconnessa, non costituisce un’esimente per l’ente pubblico;

Osserva il collegio che la motivazione della Corte d’Appello si fonda sull’esclusione del nesso causale, interrotto dal caso fortuito, rappresentato dal fatto del terzo: nel caso di specie, dalla colpa esclusiva della danneggiata. La ricostruzione operata dalla Corte territoriale è prettamente fattuale, muovendo dalla condivisibile premessa giuridica secondo cui il principio per il quale l’utente della strada deve poter fare affidamento sull’apparente transitabilità della stessa è limitato da quello di autoresponsabilità, in base al quale l’utente è gravato di un onere di particolare attenzione nell’esercizio dell’uso ordinario e diretto del bene demaniale. Nel caso di specie, con una valutazione esclusivamente in fatto e sostanzialmente non contraddetta dalla ricorrente, la Corte ha ritenuto assorbente la circostanza che la buca presente sul manto stradale, che aveva determinato la caduta del ciclomotore dell’attrice, si presentava in maniera assolutamente chiara, di ampie dimensioni ed era ubicata al centro della carreggiata percorsa dal ciclomotore della appellante. In ragione delle concrete condizioni temporali e ambientali (pieno giorno, mese di settembre, forte luminosità naturale) tale buca si presentava di apprezzabili dimensioni, non ricoperta da materiale di sorta, collocata al centro della semicarreggiata di pertinenza della Sa. nell’ambito di un più ampio tratto stradale, tutto dissestato e sconnesso. Pertanto, l’utente che proceda con la dovuta attenzione e cautela richiesta dalla concreta situazione di fatto delle condizioni del manto stradale, avrebbe potuto ragionevolmente rendersi conto del tratto vistosamente sconnesso e dissestato. Secondo la Corte, la buca era evitabile da parte dell’attrice se la stessa avesse prestato la dovuta attenzione, non ricorrendo in alcun modo l’ipotesi di insidia o trabocchetto;

sulla base di tali premesse il motivo è inammissibile avendo la Corte territoriale deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza di legittimità e non offrendo l’esame dei motivi elementi di novità;

l’esame del motivo rende opportuna una puntualizzazione dei principi in materia di responsabilità per danni da cose in custodia, come via via espressi dalla giurisprudenza di questa Corte, con attenzione specifica alla custodia dei beni demaniali e, tra questi, di quelli di grande estensione, come strade e loro accessori e pertinenze. La formulazione dell’articolo 2051 c.c. (“ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”) evidenzia chiaramente che:

– “la responsabilità ex articolo 2051 c.c., postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa” (Cass. n. 15761/2016);

– ad integrare la responsabilità è necessario (e sufficiente) che il danno sia stato “cagionato” dalla cosa in custodia, assumendo rilevanza il solo dato oggettivo della derivazione causale del danno dalla cosa, mentre non occorre accertare se il custode sia stato o meno diligente nell’esercizio del suo potere sul bene, giacché il profilo della condotta del custode è – come detto – del tutto estraneo al paradigma della responsabilità delineata dall’articolo 2051 c.c. (ex multis, Cass. n. 4476/2011);

– ne consegue che il danneggiato ha il solo onere di provare l’esistenza di un idoneo nesso causale tra la cosa ed il danno, mentre al custode spetta di provare che il danno non è stato causato dalla cosa, ma dal caso fortuito, nel cui ambito possono essere compresi, oltre al fatto naturale, anche quello del terzo e quello dello stesso danneggiato;

– si tratta, dunque, di un’ipotesi di responsabilità oggettiva (per tutte, Cass. n. 12027/2017) con possibilità di prova liberatoria, nel cui ambito il caso fortuito interviene come elemento idoneo ad elidere il nesso causale altrimenti esistente fra la cosa e il danno;

– non può escludersi, invero, che un’eventuale colpa venga fatta specificamente valere dal danneggiato, ma, trattandosi di azione ex articolo 2051 c.c., la deduzione di omissioni o violazioni di obblighi di legge, di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode può essere diretta soltanto a rafforzare la prova dello stato della cosa e della sua attitudine a recare danno, sempre ai fini dell’allegazione e della prova del rapporto causale tra la prima e il secondo; nè è da escludere che, viceversa, sia il custode a dedurre la conformità della cosa agli obblighi di legge o a prescrizioni tecniche o a criteri di comune prudenza al fine di escludere l’attitudine della cosa a produrre il danno: in entrambi i casi si tratta di deduzioni volte a sostenere oppure a negare la derivazione del danno dalla cosa e non, invece, a riconoscere rilevanza al profilo della condotta del custode;

– resta dunque fermo che, prospettato e provato dal danneggiato il nesso causale tra cosa custodita ed evento dannoso, la colpa o l’assenza di colpa del custode rimane del tutto irrilevante ai fini dell’affermazione della sua responsabilità ai sensi dell’articolo 2051 c.c.;

quanto ai criteri di accertamento del nesso causale, va richiamato il consolidato orientamento di legittimità (cfr., per tutte, Cass., S.U. n. 576/2008) secondo cui:

– ai fini dell’apprezzamento della causalità materiale nell’ambito della responsabilità extracontrattuale, va fatta applicazione dei principi penalistici di cui agli articoli 40 e 41 cp., sicché un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della condicio sine qua non);

– tuttavia, il rigore del principio dell’equivalenza delle cause, posto dall’articolo 41 c.p. (in base al quale, se la produzione di un evento dannoso è riferibile a più azioni od omissioni, deve riconoscersi ad ognuna di esse efficienza causale), trova il suo temperamento nel principio di causalità efficiente – desumibile dal capoverso della medesima disposizione – in base al quale l’evento dannoso deve essere attribuito esclusivamente all’autore della condotta sopravvenuta ove questa condotta risulti tale da rendere irrilevanti le altre cause preesistenti, ponendosi al di fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto;

– al contempo, neppure è sufficiente tale relazione causale per determinare una causalità giuridicamente rilevante, dovendosi, all’interno delle serie causali così determinate, dare rilievo a quelle soltanto che appaiano idonee a determinare l’evento secondo il principio della cd. causalità adeguata o quello similare della cd. regolarità causale, che individua come conseguenza normale imputabile quella che – secondo l’id quod plerumque accidit e quindi in base alla regolarità statistica o ad una probabilità apprezzabile ex ante (ancorché riscontrata con una prognosi postuma) – integra gli estremi di una sequenza costante dello stato di cose originatosi da un evento iniziale (sia esso una condotta umana oppure no), che ne costituisce l’antecedente necessario;

tutto ciò che non è prevedibile oggettivamente ovvero tutto ciò che rappresenta un’eccezione alla normale sequenza causale, integra il caso fortuito, quale fattore estraneo alla sequenza originaria, avente idoneità causale assorbente e tale da interrompere il nesso con quella precedente, sovrapponendosi ad essa ed elidendone l’efficacia condizionante;

è pacifico – come detto – che il caso fortuito può essere integrato dalla stessa condotta del danneggiato (che abbia usato un bene senza la normale diligenza o con affidamento soggettivo anomalo) quando essa si sovrapponga alla cosa al punto da farla recedere a mera occasione o “teatro” della vicenda produttiva di danno, assumendo efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione dell’evento lesivo, così da escludere qualunque rilevanza alla situazione preesistente;

quando, poi, la condotta del danneggiato non assuma i caratteri del fortuito, si da elidere il rapporto causale fra cosa e danno, residua comunque la possibilità di configurare un concorso causale colposo, ai sensi del primo comma dell’articolo 1227 c.c. (applicabile anche in ambito di responsabilità extracontrattuale, in virtù del richiamo compiuto dall’articolo 2056 c.c.), che potrà essere apprezzato – al pari del fortuito – anche sulla base di una valutazione officiosa (per tutte, Cass. n. 20619/2014);

quanto più la situazione di possibile pericolo sia suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso;

se è vero, infatti, che il riconoscimento della natura oggettiva del criterio di imputazione della responsabilità custodiale si fonda sul dovere di precauzione imposto al titolare della signoria sulla cosa custodita, in funzione di prevenzione dei danni che da essa possono derivare, è altrettanto vero che l’imposizione di un dovere di cautela in capo a chi entri in contatto con la cosa risponde a un principio di solidarietà (ex articolo 2 Cost.), che comporta la necessità di adottare condotte idonee a limitare entro limiti di ragionevolezza gli aggravi per i terzi, in nome della reciprocità degli obblighi derivanti dalla convivenza civile;

tanto premesso, deve rilevarsi come la Corte territoriale abbia negato la responsabilità del custode dopo avere escluso la sussistenza di un nesso di causa e dopo avere individuato nella incauta condotta della danneggiata la causa da sola idonea a produrre l’evento e ad interrompere qualunque rapporto con la condizione della strada, integrando pertanto gli estremi del caso fortuito. La Corte territoriale, per quanto detto, ha valorizzato la concreta possibilità per l’utente di percepire e prevedere con la ordinaria diligenza la situazione di pericolo che risultava evidente e che escludeva la configurabilità dell’insidia;

tale conclusione non merita c.c.nsure, giacché costituisce il risultato di un percorso argomentativo ragionevole fondato su una valutazione esclusivamente in fatto delle risultanze istruttorie, riconoscendo alla situazione dei luoghi un ruolo di mera occasione di tale sinistro; il tutto in piena conformità ai principi che governano la materia della responsabilità ex articolo 2051 c.c., come sopra richiamati (Cass. Sez. 3, n. 2478, 2480 e 2482 del 2018);

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo -seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17: “Quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma I-bis. Il giudice da’ atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

P.T.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore del controricorrente, liquidandole in Euro 4.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma Ibis dello stesso articolo 13.

Così deciso nella camera di Consiglio della Sesta Sezione della Corte Suprema di Cassazione in data 23 aprile 2018


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