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I diritti degli animali: cosa prevede la legge?

18 Dicembre 2018


I diritti degli animali: cosa prevede la legge?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Dicembre 2018



In attesa di una presa di posizione del legislatore, tanti i passi in avanti ad opera di giudici, associazioni, multinazionali a maggior tutela dei “4 zampe”.

“Nella vecchia fattoria quante bestie ha zio Tobia” recita una canzonetta che ha accompagnato l’infanzia di molti. Un quadro idilliaco che spesso però ha ben poco a che vedere con la realtà dei fatti. Quegli animaletti così carini e con i quali lo zio Tobia, e non solo lui, non può che entrare in empatia, nella realtà “precipitano” in una sorta di girone infernale senza possibilità alcuna di ascendere all’Empireo, né, alle volte, neanche ad una vita degna di essere vissuta. Se gli animali sono spesso pensati e forse creati per essere al servizio dell’uomo, è pur vero che hanno una loro autonoma vita, con regole dettate da madre natura di cui noi uomini spesso dimentichiamo l’esistenza. Al di là del buon cuore e della buona volontà di pochi, esiste forse un codice di condotta dei nostri amici a quattro zampe? Esiste cioè una legge che li ponga, almeno per una volta, al centro e che li renda primi destinatari di una tutela con la T maiuscola? Se, com’è vero, anche loro sono esseri viventi del creato, come mai tutto, o quasi, ruota sempre attorno all’uomo? Chi infatti può dire di non sapere qualcosa in materia di disturbo della quiete pubblica o di obbligo di tenere i cani al guinzaglio? Tutti casi in cui gli animali, per un motivo o l’altro, sono oggetto di restrizioni. In altre parole, la legge che li menziona è spesso pensata a tutela dell’uomo e gli animali sono nel “mirino” perché magari il loro latrato supera di tot decibel il margine di tolleranza consentito nei centri abitati. Ed in effetti, ad oggi, non può ancora dirsi esistente un vero e proprio codice a tutela dei diritti degli animali, nonostante l’esistenza di una proposta di legge in cantiere alla Camera dei deputati [1]. Per cui, in assenza di uno specifico e complessivo testo di legge in materia, passiamo in rassegna alcuni stati di avanzamento lavoro, in “gergo” S.A.L., per usare un’espressione cara in materia edilizia, che vanno proprio nella direzione di una tutela effettiva dei diritti degli animali!

Di cosa si parla quando si usa l’espressione diritti degli animali?

In mancanza di un quadro di riferimento normativo codificato dal legislatore, merita una menzione la raccolta ragionata intitolata “Codice di Diritto Animale” realizzata avvalendosi della competenza di attivisti della Lega Anti Vivisezione (L.A.V.) con finestre di aggiornamento in materia di abbandono, maltrattamento, eutanasia, adozioni, senza dimenticare gli obblighi degli enti locali, le norme condominiali e le disposizioni contro il fenomeno diffuso del randagismo. Temi, tutti questi, che rimandano al concetto di diritto e quindi di tutela del diritto medesimo.

Esiste un codice dei diritti degli animali?

Ad oggi, non esiste un unico e unitario corpo normativo che si occupa dei diritti degli animali, ragion per cui in passato abbiamo cercato di elencare tutte le norme e gli orientamenti della giurisprudenza che si occupano degli animali. Leggi a riguardo I diritti degli animali. Ti consiglio di leggere questa guida che troverai di certo molto utile. Qui di seguito però ti forniremo ulteriori chiarimenti di cui tenere conto.

Qual’è lo stato dell’arte in fatto di tutela degli animali in Italia?

Secondo l’autorevole posizione di un ex pubblico ministero di Torino, Raffaele Guariniello, noto anche come “il paladino dei diritti degli animali” non può che sorprendere la deleteria scarsa diffusione tra gli operatori dei principi che governano la protezione degli animali sul piano internazionale e nazionale.

“Il fatto è che non basta avere buone leggi di facciata scritte sulla carta – è lui stesso a dire – ed è purtroppo la larga disapplicazione delle norme vigenti uno dei fenomeni che più caratterizzano l’Italia e non solo l’Italia. In alcune zone del nostro Paese, i processi penali per reati lesivi degli animali proprio non si fanno, mentre in altre zone si fanno, ma spesso con una tale lentezza che prima di arrivare al verdetto finale si concludono con la prescrizione del reato».

«La conseguenza – dice l’ex pm – è devastante. Si diffonde nella sostanziale indifferenza di pur autorevoli istituzioni un senso d’impunità, l’idea che le regole ci sono, ma che si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità. E si diffonde un altrettanto devastante senso di giustizia negata».

Vita da cani in Italia: perché è allarme?

E’ ormai sotto gli occhi di tutti la situazione in cui si trovano i canili italiani. Sia nel pubblico che nel privato si registrano infatti canili sovraffollati e in condizioni igienico-sanitarie carenti. Se a questo sconfortante quadro si aggiungono poi adozioni e acquisti effettuati senza le necessarie attenzioni, nonché la proliferazione di abbandoni, spesso mettendo a rischio non solo l’incolumità dell’animale, ma anche delle persone (si pensi al numero di abbandoni in strade e autostrade), non c’è davvero di che stare sereni. Da ultimo, ma non certo in ordine d’importanza, una diffusa difficoltà di accesso nei luoghi pubblici con un cane, seppur al guinzaglio.

Guinzaglio e collare: quali scegliere fra i tanti in commercio?

Chi non ricorda a tale riguardo la scenetta della “Carica dei 101” ambientata in una sonnacchiosa passeggiata al parco, in cui la mente geniale di Walt Disney fa intrecciare il dalmata Pongo con la cagnetta che poi diventerà sua compagna di vita? Col “senno” di ora, si può con certezza affermare, che i guinzagli e i collari delle due bestiole, tutto erano tranne che strumenti invasivi e portatori di sofferenza per i cani medesimi, viste le capriole, i tiraggi, e gli avvitamenti che fanno poi finire tutti a gambe all’aria.

Ben altre scene sono invece quelle su cui, specie negli ultimi anni, i giudici sono spesso chiamati a pronunciarsi. Esistono infatti due veri e propri strumenti di tortura che vanno sotto il nome di collari elettrici e collari antiabbaio che nulla hanno a che vedere con i più datati, ma sicuramente più umani collari e guinzagli realizzati in cuoio e parti metalliche. Se quindi sei alle prese con la scelta di come portare a spasso Fido, molto meglio se resti sui sistemi classici, evitando tutto ciò che è connesso a scariche elettriche, non gradite a nessun essere umano dotato dei cinque sensi.

Collari elettrici e collari antiabbaio: cosa sono e come funzionano?

Il collare elettrico, lo introduce già l’aggettivo, è in grado di trasmettere scosse elettriche di variabile intensità e durata al collo del cane, con una potenza minima di watt e livelli di scosse crescenti per potenza. Il tutto è reso possibile grazie alla presenza di due elettrodi, realizzati in metallo, posizionati a diretto contatto con la pelle dell’animale. L’uso di un telecomando consente poi di coprire una distanza sino a due km, e di inviare il comando nell’istante desiderato. Il collare elettrico antiabbaio ha poi l’ulteriore “capacità” di individuare le vibrazioni che vengono diffuse dalle corde vocali dell’animale nel momento in cui inizia ad abbaiare. Pertanto, non appena il cane emette tali vibrazioni, riceve una scossa elettrica sul collo fino a quando non cessa l’abbaio.

Cosa pensano i giudici dei collari elettrici e antiabbaio?

In assenza di una esplicita presa di posizione del legislatore al riguardo, e nonostante non esista un espresso divieto di vendita di tali strumenti, i giudici sembrano abbastanza compatti nel considerare reato il loro utilizzo. A titolo esemplificativo, la Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo e punibile l’uso del collare antiabbaio in quanto strumento invasivo e doloroso nonché contrario alla natura del cane. Questo perché il dispositivo, si legge testualmente, «si fonda sulla produzione di scosse o altri impulsi elettrici che tramite un comando a distanza si trasmettono all’animale provocando reazioni varie. Trattasi in sostanza di un addestramento basato esclusivamente sul dolore, lieve o forte che sia, e che incide sull’integrità psicofisica del cane poiché la somministrazione di scariche elettriche per condizionarne i riflessi e indurlo tramite stimoli dolorosi ai comportamenti desiderati produce effetti collaterali quali paura, ansia, depressione e anche aggressività. L’uso di tale collare produce effetti difficilmente valutabili sul comportamento dell’animale, talvolta reversibili, altre volte permanenti, ma comunque considerabili maltrattamento» [2].

Animali di affezione e animali della catena alimentare: due tutele.

Vediamo in cosa si distinguono queste due categorie di animali. Gli animali di affezione sono quegli animali tenuti o destinati, per l’appunto, ad essere tenuti dall’uomo per compagnia o affezione, senza fini produttivi o alimentari; rientrano altresì nella medesima categoria anche quelli che svolgono attività utili per l’uomo senza per questo essere destinati alla macellazione per scopi alimentari.

In altre parole, il termine affezione rimanda ai cosiddetti pet da cui il neologismo di derivazione anglosassone di pet therapy, con cui si indica letteralmente la terapia dell’animale da affezione (o Zooterapia), dall’unione dei due termini: pet che significa animale di affezione e therapy che significa terapia o cura. Tutt’altra destinazione è invece quella degli animali da consumo, ma ciò non significa che questa categoria sia sprovvista di diritti a tutela, comunque, di una loro qualità di vita.

Animali e macellazione: quali diritti?

Ebbene sì! Anche gli animali destinati alla macellazione hanno diritti, seppur diversi da quelli dei più fortunati colleghi animali di affezione. E se ad affermarlo sono i giudici all’interno delle aule di tribunale, è nostro dovere diffondere l’informazione. Sono stati infatti i giudici di merito a sentenziare che deve reputarsi crudele l’uccisione di un animale se effettuata con determinate modalità.

Nello specifico, l’animale (una cavalla) dopo essere stata sottratta dal recinto, veniva macellata “in luoghi non a ciò deputati e senza l’utilizzo degli strumenti che evitano all’animale inutili sofferenze. Quindi il mancato rispetto della normativa posta in materia di uccisione e macellazione di animali e, in particolare, il mancato utilizzo degli accorgimenti, di cui sono in possesso le strutture di macellazione autorizzate, idonei ad evitare l’inflizione di gravi patimenti all’animale, è stato dai giudici legittimamente ritenuto elemento significativo in termini d’accusa, in quanto espressione di crudeltà” [3].

Quali tutele per gli animali da allevamento destinati al consumo?

Per gli animali costretti a vivere negli allevamenti, in quanto destinati al consumo, non può però tacersi che la strada da percorrere è ancora irta e stretta. Perché prima si rende gli animali oggetto di una qualche tutela, poi li si uccide all’interno di gabbie “dorate”. Un bel modo di prendersene cura, si potrebbe obiettare. Ma tralasciando per un attimo le questioni di etica e coerenza, non può tacersi quanto stanno facendo alcuni gruppi di pressione, costituiti da consumatori, ma anche da azionisti e investitori delle grandi multinazionali del comparto alimentare.

Un risultato importante è stato raggiunto: quello cioè di migliorare gli standard medi degli animali coinvolti nella cosiddetta catena alimentare. Sono infatti sotto gli occhi di tutti le scene di gabbie sovraffollate, di trasporti di animali vivi e compressi in spazi assai angusti, per tratti esageratamente lunghi, nonché scene di inoculazioni smodate di antibiotici che snaturano la vita degli animali in un’ottica di mero profitto, procurando loro tanta sofferenza spesso inutile e forse evitabile.

Global Coalition for Animal Welfare. Cos’è?

Sulla spinta delle proteste degli attivisti e delle associazioni di animalisti, sette colossi di servizi alimentari si sono uniti e hanno dato origine ad un’associazione di rilievo internazionale: la “Global Coalition for Animal Welfare”, con acronimo G.C.A.W. che in italiano suonerebbe come Coalizione Globale per il Benessere Animale. L’impegno principe dichiarato dalla Coalizione: trovare la maniera di migliorare gli standard di vita degli animali inseriti nella catena di approvvigionamento, al fine di ridurre al minimo le loro sofferenze.

Multinazionali e nuovi codici di comportamento verso gli animali

Seppur non si possa ancora parlare di veri e propri codici di comportamento a beneficio degli animali coinvolti nella cosiddetta catena alimentare, qualcosa si sta muovendo. E’ infatti ancora in via di elaborazione un documento comune che fissi standard in base ai quali fare poi gli acquisti.

Ma i nomi dei colossi interessati nell’operazione si possono già fare: tra questi: Aramark (azienda statunitense che distribuisce pasti in scuole e carceri statali) Compass, Elior,Ikea, Nestlè, Sodexo e Unilever. Aziende di cui forse non hai ancora sentito parlare, ma che stanno dietro ai prodotti che comperi e che consumi abitudinariamente.

Quale monito alla concorrenza e ai consumatori?

La coalizione di colossi GCAW è di durata triennale; quindi non a vita, ma per una migliore qualità di vita animale, questo sì. Se gruppi così importanti cominciano a pretendere dai propri fornitori l’adeguamento a forme di allevamento meno crudeli, anche i concorrenti dovranno prima o poi adeguarsi e chissà magari anche i consumatori decideranno, se non proprio di diventare vegani, quantomeno di fare un più ridotto consumo di carne, anche se i consumi globali del pianeta in tal senso sembrano ad oggi attestare tutt’altro.

Di MARIA TERESA BISCARINI

note

[1] Proposta di Legge n.93 (Camera dei deputati) del 23.03.2018.

[2] Cass. n. 38034 del 17.09.2013.

[3] Cass. pen. sez. IV sent. n. 33325 del 28.07.2015.


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2 Commenti

  1. Buongiorno. Se una persona investe con l’auto un cane per strada e non interviene per aiutarlo, soccorrerlo e portarlo da un veterinario pur potendolo salvare, cosa rischia? L’animale restando lì disteso sulla strada, magari con una zampa rotta può rischiare di essere nuovamente investito da un altro autista, soffrire e morire senza che nessuno se ne preoccupi. Ma in che mondo siamo? Non capisco la logica di tanti ignoranti… non sarà una persona, ma è una creatura che deve essere salvata!

    1. Buongiorno Martina! L’omissione di soccorso di animali non è un reato, ma un illecito punito con una sanzione amministrativa. Secondo la legge, l’utente della strada, in caso di incidente ricollegabile al suo comportamento da cui derivi danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subito il danno. Chi trasgredisce a questo obbligo è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 422 a 1.694 euro. Anche chi non è l’autore di un sinistro stradale, ma ne è rimasto comunque coinvolto, può rispondere dell’illecito di omissione di soccorso di animali: secondo la legge, le persone coinvolte in un incidente con danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, devono porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso; la violazione di questo precetto è punita con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 85 a 338 euro. L’obbligo di soccorso non grava solo sul soggetto che ha cagionato l’incidente, ma anche su chi sia stato comunque coinvolto in esso; in quest’ultimo caso la pena è meno severa.

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