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Chi paga l’affitto in caso di separazione?

7 novembre 2018


Chi paga l’affitto in caso di separazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 novembre 2018



Casa coniugale: l’ex marito deve pagare l’affitto alla moglie anche dopo il divorzio?

«Posso pretendere che il mio ex continui a pagare l’affitto?»: è una domanda che viene spesso rivolta al proprio avvocato quando si inizia un procedimento di separazione. È tipico, del resto, dei divorzi che i coniugi si preoccupino innanzitutto degli aspetti economici e poi di tutte le altre questioni. Ciascuno pensa al proprio futuro e non c’è un domani senza un tetto. Ecco che allora, a integrazione del mantenimento, si chiede che, nell’assegno mensile, confluiscano anche i soldi necessari a pagare il padrone di casa. Se però la legge è molto chiara nel dire che l’immobile, fino ad allora residenza della coppia, debba essere assegnato al coniuge con cui vanno a vivere i figli, non lo è altrettanto nell’indicare chi deve pagare l’affitto. E questo non perché c’è un vuoto normativo, ma perché è scontato che il contratto venga “volturato” in capo al soggetto che rimane dentro l’appartamento: di solito la madre coi bambini. Sarà quindi quest’ultima a dover versare i canoni di affitto. Il giudice però, tenendo conto delle sue capacità economiche, potrà liquidare l’importo a carico dell’ex sommandolo all’ordinario mantenimento. A spiegare, più nel dettaglio, chi paga l’affitto in caso di separazione è una recente sentenza del Tribunale di Roma [1]. Vediamo cosa è stato chiarito in questa situazione e chi deve provvedere alle spese del canone.

La casa coniugale: a chi va?

A prescindere dal fatto che la casa sia in affitto, o di proprietà del marito o dei suoi genitori (che gliel’hanno concessa in prestito), quando la coppia con bambini si separa e questi sono ancora minorenni o, se maggiorenni, non ancora autosufficienti, il giudice assegna l’immobile alla madre. Ciò perché, con la collocazione dei figli presso di lei, si vuol evitare che questi ultimi subiscano traumi per il trasferimento da un’abitazione a un’altra, in un momento già di per sé delicato. Insomma, la destinazione dell’immobile al genitore con cui i bambini andranno a risiedere non è una misura assistenziale, rivolta cioè a garantire un tetto all’ex coniuge privo di risorse economiche, ma è un mezzo indirizzato a tutelare solo e unicamente i figli. Ne consegue pertanto che, in una coppia con evidenti sproporzioni economiche – ad esempio dove un coniuge è senza lavoro e l’altro invece è occupato e titolare di immobili – ma senza bambini, il primo non avrà comunque diritto alla casa coniugale.

Ma cosa si intende per casa coniugale? È quella dove la coppia ha sempre vissuto, a prescindere da chi sia l’intestatario (abbiamo detto che può essere di un solo coniuge, in comunione, dei suoceri o di un terzo che l’ha data in affitto).

In generale ogni famiglia abita stabilmente in una casa che diviene il luogo di incontro e di svolgimento delle attività dei suoi diversi componenti. La casa familiare è dunque il luogo di normale e abituale convivenza del nucleo familiare, l’habitat domestico inteso come il fulcro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si svolge e sviluppa la vita della famiglia. Di conseguenza non può definirsi casa familiare – e quindi non può essere oggetto di assegnazione – la seconda casa che, per quanto affettivamente importante per la famiglia, non ha le funzioni sopra precisate.

La casa viene assegnata dal giudice con tutte le sue pertinenze (ad esempio il garage, la soffitta, il box auto), i mobili, gli elettrodomestici e gli altri arredi. È quindi impensabile, ad esempio, che il marito – andato via di casa – si porti con sé la cucina che ha acquistato coi propri soldi.

Casa in affitto: a chi va?

Come dicevamo, le regole sull’assegnazione della casa al genitore con cui andranno a vivere i figli valgono anche in caso di affitto (o, meglio detta, locazione). Quindi il giudice, nella sentenza di separazione, assegna a quest’ultimo l’immobile. Il contratto di locazione continuerà quindi fino alla sua naturale scadenza – all’esito della quale potrà essere disdettato o rinnovato – come se nulla fosse successo, con l’unica particolarità che “l’intestatario” dell’affitto diviene ora il coniuge collocatario dei bambini.

Naturalmente queste regole si applicano solo se i coniugi non trovano tra loro un accordo. In quest’ultimo caso, ferma sempre l’approvazione finale del giudice, si procederà nella forma più snella della separazione consensuale con cui marito e moglie potranno offrire soluzioni alternative purché non vadano a detrimento degli interessi dei minori. Con un accordo, i coniugi possono seguire la regola generale (stabilendo che la casa resti alla moglie) oppure derogarvi (si pensi all’ex moglie che preferisce andare a vivere con i propri genitori o in un’altra zona della città, più vicina al suo lavoro o lontana dai suoceri).

Casa in affitto: chi paga?

La regola generale vuole che le spese collegate alla gestione ordinaria della casa di proprietà del marito (ad esempio condominio, utenze, manutenzione di piccolo conto) siano a carico del coniuge cui viene assegnata e quindi, di norma, della moglie. Peraltro, la disponibilità per quest’ultima di un immobile ove vivere, senza dover pagare l’affitto, è indice di un’utilità di cui tenere conto ai fini del calcolo del mantenimento. L’assegno pertanto verrà ridotto anche in relazione alla necessità dell’ex marito di trovare un altro alloggio ove vivere.

Completamente diversa è l’ipotesi della casa in affitto: qui l’assegnazione dell’immobile non implica un arricchimento per l’ex moglie (se non una maggiore comodità in termini di logistica) in quanto sarà comunque tenuta a versare un canone di locazione. Di qui il problema che spesso si pone: chi paga l’affitto in caso di separazione? Dopo lo scioglimento del matrimonio, l’ex marito che si è sempre preoccupato di versare i canoni al padrone di casa deve continuare a farlo? Non c’è una norma che glielo impone, ma di ciò il giudice deve tenere conto ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento.

Per esempio, se la coppia ha vissuto in un appartamento il cui affitto mensile ammonta a 700 euro e l’ex moglie è disoccupata, il mantenimento che dovrà versarle l’uomo non potrà certo essere inferiore a tale importo, tenendo conto che, se prima della separazione la coppia poteva permettersi un canone del genere, vorrà dire che le condizioni economiche non erano disagiate.

Le cose si mettono meglio per la casalinga alla soglie dei cinquant’anni che si è a lungo dedicata ai figli, anche se non ha dato un contributo al patrimonio familiare e a quello personale del marito: ormai non può procurarsi da sola adeguati mezzi di sostentamento e il contributo economico a carico della controparte è disposto per riequilibrare il divario economico fra gli ex. E visto che la casa ex coniugale non è di proprietà, spetta al marito pagare l’affitto dell’immobile assegnato alla donna fino a quando la figlia non diverrà indipendente dal punto di vista economico. È quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Roma richiamata in apertura [1]. Del resto le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza di questa estate [2] hanno sottolineato che l’assegno divorzile serve anche a riequilibrare le sorti di una coppia ove lei ha rinunciato alla carriera per dedicarsi al ménage domestico e lui, invece, si è potuto occupare preavvertente del lavoro.

note

[1] Trib. Roma sent. n. 19367/18.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/18.

Autore immagine: 123rf com


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