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Eutanasia: attenuanti per chi uccide un malato per pietà?

12 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Gennaio 2019



Chi uccide un malato ha diritto alle attenuanti? In Italia l’eutanasia è reato? Quali sono le circostanze attenuanti comuni?

L’eutanasia è uno di quegli istituti giuridici di cui si parla sempre: il dibattito politico è sempre molto acceso e, spesso, occorre fare i conti con alcune situazioni che sembrano porsi al limite tra la legalità e l’illegalità. Come saprai, l’eutanasia non è disciplinata in Italia, nel senso che non c’è alcuna norma che consenta di porre fine alla vita di una persona per alleviare le sue sofferenze. Eutanasia è una parola di origine greca che vuol dire, letteralmente, “buona morte”. Questa espressione rimanda al fatto che la persona la cui morte viene intenzionalmente procurata si trova in uno stato di dolore tale da non voler più vivere, ovvero da non poter considerare più la sua esistenza come degna di essere vissuta. Inutile dire che in gioco ci sono non solo questioni giuridiche ma anche morali. V’è da aggiungere un’altra cosa: secondo il codice penale italiano, ha diritto a una diminuzione della pena colui che, pur commettendo un reato, agisce per motivi di particolare valore morale o sociale. In pratica, chi compie un reato mosso da nobili intenti ha diritto ad uno sconto della pena: immagina a chi, ad esempio, non potendoli pagare, rubi dei prodotti alimentari per donarli a chi ne ha disperato bisogno. Ora, posto che uccidere un’altra persona, anche se gravemente malata o sofferente, equivale a commettere un omicidio, l’attenuante del valore morale può essere attribuita anche a chi uccide un malato per pietà? Su questo punto si è espressa la Corte di Cassazione, negando le attenuanti al marito che aveva sparato alla moglie che si trovava ricoverata per una grave forma di Alzheimer. Se questo argomento ti interessa, prosegui nella lettura: ti spiegherò perché, secondo la Corte di Cassazione, in caso di eutanasia non ci sono attenuanti per chi uccide un malato per pietà.

Eutanasia: è reato?

Prima di parlarti delle attenuanti per chi uccide un malato per pietà, devo spiegarti una cosa: ad oggi, l’eutanasia in Italia è punita alla stregua di un omicidio vero e proprio. È indifferente il modo con cui viene procurata la morte della persona malata: la «dolce morte» non esiste per l’ordinamento giuridico italiano. Pertanto, anche se mosso dalla pietà, chi pone fine alle sofferenze di una persona togliendole la vita, rischia una pena non inferiore ai ventuno anni di reclusione, cioè alla pena prevista dalla legge per l’omicidio volontario [1].

Attenuanti: cosa sono?

La pena prevista per un reato può essere modulata dal giudice in base al ricorrere di alcune circostanze: quando queste comportano l’aumento della pena, si parlerà di circostanze aggravanti; al contrario, se esse tendono a far diminuire l’entità della sanzione, si tratterà di attenuanti.

La legge prevede circostanze aggravanti e attenuanti sia comuni che specifiche: le prime valgono in generale per tutti i reati, mentre le seconde solamente per alcuni di essi. Ad esempio, parlando sempre di omicidio, la legge dice che l’uccisione del padre o della madre è punita più severamente: con l’ergastolo. Si tratta di una circostanza aggravante specifica perché riguarda solamente il reato di omicidio.

Attenuanti comuni: quali sono?

Ci sono attenuanti per chi uccide un malato per pietà? Ci arriviamo subito. Il codice penale [2] contempla alcune circostanze attenuanti comuni, al cui ricorrere qualsiasi reato subisce un abbassamento della pena pari ad un terzo di quella che, in loro assenza, il giudice avrebbe comminato. Le circostanze attenuanti comuni si applicano se il colpevole:

  • ha agito per motivi di particolare valore morale o sociale;
  • ha reagito in stato di ira, determinato da un’ingiustizia altrui (attenuante della provocazione);
  • ha agito su istigazione della folla;
  • nel caso di reati contro il patrimonio (furto, truffa, ecc.), ha cagionato alla vittima un danno minimo oppure ha conseguito un lucro minimo;
  • ha realizzato l’evento in concorso col fatto doloso della persona offesa;
  • prima dell’inizio del processo, ha riparato interamente il danno, mediante il risarcimento di esso, e, quando sia possibile, mediante le restituzioni, oppure si è adoperato spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato.

Eutanasia: si applicano le attenuanti?

Anche se l’eutanasia non è disciplinata dal nostro ordinamento giuridico, si potrebbe pensare che chi uccide un malato per pietà abbia almeno diritto alle attenuanti e, in particolare, a quella riferita al particolare valore morale o sociale della condotta. Non è così: secondo la Corte di Cassazione, non è mai possibile riconoscere un valore morale all’uccisione volontaria di una persona, nemmeno se fatta allo scopo di porre fine ai tormenti causati da una grave patologia [3].

Il caso riguardava un anziano signore che, mosso a pietà dalle gravissime condizioni in cui versava la moglie affetta da Alzheimer, aveva esploso contro di lei alcuni colpi di pistola, uccidendola. Con un ragionamento che potrà destare perplessità soprattutto in chi è favorevole all’eutanasia, la Suprema Corte ha stabilito che un omicidio, seppur mosso da ragioni di compassione, non può mai avere un valore morale o sociale, potendosi la soppressione di una vita giustificare solamente in riferimento agli animali da affezione, la cui morte volontariamente provocata può essere intesa come un gesto di civiltà.

La Corte di Cassazione continua dicendo che l’uomo avrebbe agito anche per una finalità egoistica, consistente nel non voler più tollerare le sofferenze della moglie, le quali lo costringevano a sacrificare anche la propria vita. Infine, gli ermellini rimarcano la differenza tra un’eutanasia espressamente voluta dalla persona malata (che, allo stato, costituirebbe comunque reato) e il gesto compiuto dall’uomo, il quale sparò alla moglie senza il consenso di questa.

note

[1] Art. 575 cod. pen.

[2] Art. 62 cod. pen.

[3] Cass., sent. n. 50378 del 07.11.2018.

Autore immagine: Pixabay.com


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