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Conviventi separati con un figlio: vendita della casa ed interesse del figlio

15 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Dicembre 2018



Sono separato dopo una convivenza, con un figlio piccolo.Ricorso congiunto per affidamento del minore approvato e vidimato dal Tribunale dei minori.La casa viene assegnata alla mia ex. Siamo proprietari ognuno col 50%. Nel ricorso si stabilisce anche che entrambi (quindi di comune accordo) ci impegniamo a mettere la casa in vendita dopo un anno dall’entrata in vigore del ricorso. Quindi io esco di casa come stabilito. Due anni dopo, la mia ex lascia spontaneamente la casa, va in affitto nelle vicinanze (cambia residenza) e mi chiede di andarci a vivere fin tanto che non viene venduta. Ci vado. La casa viene messa in vendita. È un appartamento che per la situazione economica e del mercato immobiliare attuale non è facile vendere. Due anni dopo, la mia ex mi dice che non ce la fa finanziariamente ma non vuole usare i soldi che passo per il figlio e mi chiede di tornare ad abitare lì. Quindi devo uscire nuovamente. Chiedo però chela casa continui ad essere in vendita, e lei mi dice che per il momento è meglio sospendere, che il figlio deve essere preparato e che se ne discuterà fra qualche mese. Se fra qualche mese, con lei dentro col figlio, io chiedessi di rimettere in vendita l’appartamento, prevarrebbe quanto sancito nel ricorso o l’interesse del figlio?

L’accordo raggiunto con l’ex compagna del lettore non viene assolutamente meno, se non con un nuovo ed espresso accordo tra i soggetti stessi.

Anzi, l’accordo in sé possiede una forza contrattuale superiore rispetto a quanto stabilito in sede di affidamento e relativo alla vita di coppia e della prole, poiché gli accordi relativi alla convivenza potrebbero essere modificati unilateralmente, con ricorso ai sensi dell’art.710 c.p.c. (le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio, la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione), mentre quelli relativi agli aspetti economici no.

Quanto detto è oramai sostenuto graniticamente dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione la quale, in una pronuncia di tre anni fa, ha ben chiarito la questione, spiegando come“l’accordo mediante il quale i coniugi (o i conviventi) pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere ulteriori pattuizioni, distinte da quelle che integrano il suo contenuto tipico e che ad esso non sono immediatamente riferibili: si tratta di quegli accordi che sono ricollegati in via soltanto estrinseca con il patto principale, relativi a negozi i quali, pur trovandola, loro occasione nella separazione consensuale, non hanno causa in essa, risultando semplicemente assunti “in occasione” della separazione medesima, senza dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivano dal perdurante matrimonio (o anche nella convivenza), ma costituendo espressione di libera autonomia contrattuale al fine di regolare in modo tendenzialmente completo tutti i pregressi rapporti, e che sono del tutti leciti, secondo le ordinarie regole civilistiche negoziali e purché non ledano diritti inderogabili. In particolare,l’accordo mediante il quale i coniugi (o i conviventi), nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano la vendita a terzi del bene immobile (e, segnatamente, come nella specie, di quello che costituisce la casa familiare) e l’attribuzione del ricavato pro parte a ciascun coniuge, in proporzione del denaro che abbia investito nel bene stesso, dà vita ad un contratto atipico, il quale, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 1322 c.c., è caratterizzato da una propria causa, rispondendo ad un originario spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali a pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale … Ne consegue che questi ultimi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c. o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c.” (Cassazione civile, sez. I,19/08/2015, n. 16909).

Il principio dedotto in sentenza, applicabile analogicamente ai casi di convivenza more uxorio perquanto, com’è nel caso, siano omologati da un Giudice, spiega come, in questi casi, non si potràneppure provvedere al ricorso per modifica unilaterale dei patti, per via della non attinenza delpatto di vendita all’affidamento del figlio.

Gli interessi tutelati in questo caso (patto contrattuale e abitazione del figlio minore) non possono essere bilanciati da un eventuale Giudice perché intaccabili all’interno del medesimo accordo(omologato giudizialmente) e, quindi, non contrapponibili; un pò come accade negli sfratti dove il contratto viene meno, in caso di finita locazione o mancato pagamento dei canoni, a prescindere dalla presenza o meno, all’interno dell’abitazione, di un minore.

In quel caso, in mancanza di un tetto interverrebbero i servizi sociali diversamente dalla fattispeciedove, fortunatamente, il figlio del lettore ha la possibilità di abitare presso la sua abitazione e quella(futura) della madre.

Tanto premesso, il lettore può stare tranquillo poiché nel suo caso quel patto non potrà venire meno,neppure per esigenze relative alla prole che, in questo caso, sarebbe destinata a mutare la propria residenza familiare presso la nuova residenza della madre o, in mancanza, presso la sua abitazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

 


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