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Liquidazione tfr

16 Dicembre 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Dicembre 2018



Ecco come e quando avviene la liquidazione del Tfr. Esempi pratici sul calcolo del Tfr e sul regime di tassazione.

Hai subìto un licenziamento per giusta causa, ossia per una tua grave inadempienza, e ti chiedi se anche a te spetta la liquidazione del Tfr (Trattamento di fine rapporto)? Oppure hai deciso di lasciare di tua spontanea volontà il lavoro per cogliere una nuova opportunità lavorativa che ti garantisce maggiore stabilità economica? Come funziona la liquidazione del Tfr in questi casi? I soldi spettano sempre e esclusivamente alla fine del rapporto di lavoro oppure è possibile anticiparne una parte durante la vigenza contrattuale? Ebbene, innanzitutto devi sapere che la liquidazione del Tfr spetta in qualsiasi caso in cui avvenga un’interruzione del rapporto di lavoro. Ciò è previsto a prescindere dalla tipologia di licenziamento o dimissioni che hanno causato la definitiva cessazione del rapporto lavorativo. Ma a quanto ammonta il tuo Tfr? Come si calcola? E quando ti viene erogato il Tfr? Per dare una risposta a tutti i tuoi dubbi ti basta dedicare cinque minuti alla lettura di questo articolo e capire come funziona nel dettaglio la liquidazione Tfr.

Cos’è il Tfr?

Per prima cosa è importante specificare che il Tfr (chiamata anche “buonuscita” o semplicemente “liquidazione”), al pari della paga base o della tredicesima, rappresenta a tutti gli effetti un elemento della retribuzione e maturata durante lo svolgimento del rapporto lavoro. Tuttavia, la sua corresponsione spetta unicamente alla cessazione del rapporto di lavoro, ovvero in alcuni casi (che specificheremo in seguito) durante la vigenza contrattuale, in quanto è differita rispetto alla sua maturazione.

Come anticipato in premessa, la sua erogazione è garantita in tutti i casi a prescindere dalle motivazioni che hanno dato l’avvio alla sua corresponsione. Infatti, il Tfr altro non è che una piccola quota di denaro che viene accantonata mensilmente dal datore di lavoro in busta paga ed erogato dallo stesso. Esso matura per frazioni di mese. Dunque, la quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Quando spetta la liquidazione del TFR?

L’istituto del Tfr, disciplinato dalla legge sin dal 1982 [1], e riconosciuto anche dal nostro codice civile [2], riguarda i lavoratori subordinati. L’erogazione è dovuta in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro. Tuttavia, in alcuni casi è possibile anticiparne una parte in determinate fattispecie che si descrivono di seguito.

Il lavoratore che ha almeno otto anni di lavoro alle spalle presso la stessa azienda, ha la possibilità di chiedere al proprio datore di lavoro di anticipare il 70% del suo Tfr maturato durante gli anni di lavoro. È bene notare che il 70% si applica sul Tfr maturato alla data di richiesta dello stesso.

Il datore di lavoro che si vede arrivare simili richieste dai propri dipendenti ha l’obbligo di soddisfarli entro il limite del 10% degli aventi titolo, e comunque del 4% del numero totale dei dipendenti. Purtroppo non è possibile chiedere l’anticipo per qualsiasi motivo, in quanto la richiesta può essere avanzata soltanto in alcuni casi, vale a dire:

  • per eventuali spese sanitarie per terapie o interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;
  • per l’acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, documentato con atto notarile.

È bene osservare che l’anticipazione può essere ottenuta soltanto una sola volta durante lo svolgimento del rapporto di lavoro. In caso di corresponsione dell’anticipo, chiaramente la somma liquidata al dipendente deve successivamente essere sottratta all’importo finale in occasione della cessazione del rapporto di lavoro.

Questo è quanto prevede la legge. Tuttavia, ciò non toglie che la contrattazione collettiva nazionale del lavoro (Ccnl) applicata al lavoratore può prevedere condizioni di miglior favore del dipendente. Per esempio, può prevedere ulteriori casi nei quali è possibile chiedere l’anticipo.

Quando paga il tfr il datore di lavoro?

Una domanda che spesso si pongono i lavoratori in occasione dell’interruzione del rapporto di lavoro è: quando paga il Tfr il datore di lavoro? Esiste in questo senso una legge che obbliga il datore di lavoro di elargire la quota di Tfr entro una determinata scadenza?

In questo caso è la contrattazione collettiva a stabilire quando il datore di lavoro deve corrispondere il Tfr. Tuttavia, se il Ccnl nulla prevede e stabilisce in merito, il creditore può esigere il pagamento immediatamente. Infatti, poiché il Tfr matura al momento della cessazione del rapporto, è questo il momento nel quale il datore di lavoro deve liquidare il lavoratore. Inoltre, in caso di ritardo nel pagamento, sono dovuti interessi e rivalutazione monetaria.

Per prassi aziendale ormai consolidata, il Tfr viene pagato dal datore di lavoro entro giorno 15 del mese successivo al verificarsi della cessazione del rapporto di lavoro.

Al riguardo è bene ricordarsi che il Tfr si prescrive in 5 anni decorrenti dalla cessazione del rapporto di lavoro. Quindi, anche se il datore di lavoro non paga immediatamente il lavoratore, quest’ultimo può esigere il pagamento entro i 5 anni successivi. A tal proposito, è importante che il dipendente invii una Pec (Posta elettronica certificata) all’azienda specificando che saranno interrotti  i termini prescrizionali.

Come si calcola il Tfr?

Ma come si calcola in pratica il Tfr? Il meccanismo di calcolo prevede l’obbligo di sommare per ogni anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione annua dovuta, divisa per 13,5.

Successivamente occorre rivalutare l’importo ottenuto ogni anno al 31 dicembre con l’applicazione di un tasso dell’1,5% in misura fissa e del 75% dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati (Foi) accertato dall’Istat (Istituto nazionale di statistica).

Ma quale retribuzione annua bisogna prendere a riferimento per il calcolo del Tfr. La legge prevede che occorre considerare tutte le somme, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto corrisposto a titolo di rimborso spese. In altri termini bisogna considerare tutti quei emolumenti di cui il lavoratore gode normalmente e percepisce mensilmente in busta paga. Pertanto è necessario escludere in tal senso gli emolumenti erogati in maniera del tutto sporadica ed occasionali, dettati da eventi imprevedibili e dunque fortuiti.

Sulla base di quanto appena affermato è possibile effettuare un breve calcolo di determinazione del Tfr. Ipotizziamo che un lavoratore abbia guadagnato nel 2016 (1/1 – 31/12) un importo di 20.000 euro. A quanto corrisponde l’accantonamento del Tfr al data del 31 dicembre? Ebbene, in tal caso bisogno procedere come nel seguente modo:

  • 20.000 euro/13,5 = 1.481,48 euro (Tfr al termine del primo anno di lavoro).

L’anno successivo (2017), il lavoratore ha percepito lo stesso importo. Mentre l’indice Istat dei prezzi al consumo, rispetto all’anno precedente, è aumentato dell’1%. Quindi, bisogna procedere come segue:

  • quota annua = 20.000 euro/13,5 = 1.481,48 euro;
  • rivalutazione = 1.481,48 x 2,25% [1,5% + 0,75% (1% x 75%)] = 33,33 euro.

Come destinare il Tfr alla previdenza complementare?

Lasciare il Tfr in azienda non è però l’unica possibilità per il lavoratore. E probabilmente è anche quella meno conveniente. Terminato il periodo sperimentale il 30 giugno scorso di poter ricevere parte del Tfr direttamente in busta paga, al lavoratore è comunque consentito di destinare il proprio TFR alle forme pensionistiche complementari. Tale possibilità è consentita sin dal 1° gennaio 2007 e la scelta va effettuata entro 6 mesi dall’assunzione.

Da notare che anche laddove il lavoratore non aderisca ad alcuna forma di previdenza complementare, le aziende con almeno 50 dipendenti devono comunque corrispondere le quote accantonate di TFR in un apposito fondo istituito presso l’Inps.

Cosa fare se il datore di lavoro non paga?

Laddove il datore di lavoro non sia in grado di provvedere alla corresponsione del Tfr, intervengono delle salvaguardie in favore del lavoratore. In particolare:

  • per le aziende con meno di 50 dipendenti, vi è il “Fondo di Garanzia” purché il datore di lavoro si trovi in stato di insolvenza;
  • per il TFR destinato a forme pensionistiche previste dagli accordi o contratti collettivi (e cioè alla previdenza complementare), vi è l’intervento del “Fondo di Garanzia per la Previdenza Complementare”, qualora il datore di lavoro non abbia effettuato i versamenti ai fondi di previdenza complementare e si trovi in stato di insolvenza. In tal caso il Fondo di Garanzia eroga i contributi non al lavoratore ma direttamente al Fondo di Previdenza Complementare;
  • per il TFR maturato dopo l’1 gennaio 2007 per le aziende con almeno 50 dipendenti, vi è l’intervento del “Fondo di Tesoreria” e pagamento diretto da parte dell’Inps per incapienza dei contributi dovuti dai datori di lavoro al Fondo e all’Inps, nel mese cui si riferisce l’erogazione della prestazione. Da notare che in tal caso non è richiesto lo stato d’insolvenza, condizione indispensabile per l’intervento dei primi due Fondi di garanzia.
    In particolare, iI Fondo di garanzia interviene in tutti i casi di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, a condizione che sia stato accertato lo stato d’insolvenza del datore di lavoro. Tale Fondo è alimentato da un contributo a carico dei datori di lavoro pari allo 0,20% della retribuzione imponibile, elevato allo 0,40% per i dirigenti di aziende industriali.

Sono tenuti al versamento del contributo: tutti i datori di lavoro privati e gli Enti Pubblici Economici soggetti alla disciplina del codice civile [3].

Sono esclusi lo Stato, gli Enti Pubblici non Economici, le aziende esattoriali e del gas iscritte ai propri Fondi di Previdenza

Come viene tassato il Tfr?

Poiché il Tfr è una quota che viene maturata nel tempo, anno dopo anno, non può essere applicata la tassazione ordinaria, ossia con le aliquote a scaglioni, ma in questi casi bisogna tener conto della tassazione separata. È un meccanismo che viene applicato alle somme che maturano una tantum, che solitamente derivano da un processo pluriennale (come appunto il Tfr).

Per ottenere l’aliquota da utilizzare per il calcolo della tassazione separata occorre procedere come segue: bisogna sommare i redditi complessivi dei due anni precedenti a quello in cui è stato percepito il reddito da sottoporre a tassazione e dividere il risultato per due.

Successivamente, sul reddito medio si applicano gli scaglioni Irpef e quindi l’incidenza media in percentuale di tale imposta sul reddito medio. Tale percentuale corrisponde all’aliquota da applicare al reddito a tassazione separata.

note

[1] L. n. 297/1982.

[2] Art. 2120 cod. civ.

[3] Art. 2120 cod. civ.


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