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Maltrattamenti a scuola: cosa rischia l’insegnante

21 Dicembre 2018 | Autore: Sabrina Antonella Caporale


Maltrattamenti a scuola: cosa rischia l’insegnante

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Dicembre 2018



Maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione: i reati commessi dagli insegnanti nelle scuole e le relative sanzioni.

Sono sempre più frequenti i casi di minori maltrattati dai propri insegnanti durante l’orario scolastico. La scuola è anche il luogo in cui il minore si apre al mondo esterno, forma la propria personalità e si avvia all’inserimento nel contesto sociale e lavorativo. Ma sempre più spesso essa è messa in discussione da accadimenti di brutale violenza perpetrata proprio all’interno delle sue mura. Tutto ciò alimenta l’ansia e le preoccupazioni di genitori e famiglie nei confronti dei propri figli. Ebbene, se anche tu sei un genitore e ti stai chiedendo maltrattamenti a scuola: cosa rischia l’insegnante? In questo articolo cercheremo proprio di darti una risposta.

Maltrattamenti e abusi nelle aule scolastiche 

Il maltrattamento non è soltanto quello fisico ma ricomprende ogni forma di vessazione psicologica e intellettiva idonea a compromettere uno sviluppo sano e sereno del minore. Ne sono esempio tutti quegli atti volti ad umiliare e sottovalutare il minore o a sottoporlo a continue sevizie psicologiche attraverso frasi o atteggiamenti ripetuti nel tempo.

Ciascuno di questi comportamenti incide gravemente e in modo negativo sulla formazione della sua personalità, sulla valutazione che ha di sé e delle proprie capacità; sulla percezione degli altri e del mondo esterno; sulle relazioni coi i coetanei e così via.

Quali sono i segnali che devono allarmare?

Come anticipato non sempre l’uso della violenza lascia traumi esteriori. Alcune volte è più semplice riconoscerne i segnali: si pensi al caso in cui siano visibili contusioni, ecchimosi, cicatrici, morsi o altre tipologie di lesioni esterne: in questi casi, si potrebbe trattare di danni fisici legati a cause accidentali o essere il campanello d’allarme di sospetti abusi.

Gli esperti inoltre, consigliano di prestare molta attenzione ad alcuni atteggiamenti comportamentali apparentemente innocui ma al tempo stesso molto significativi: ad esempio quando il bambino è pauroso nei confronti degli altri (soprattutto di adulti), inibito, poco interessato a partecipare alle relazioni interpersonali o tendente a chiudersi senza un apparente motivo, o quando piange in continuazione o presenta improvvisamente disturbi del sonno o dell’alimentazione; o al contrario, è iperattivo ed eccessivamente aggressivo nei confronti dei propri compagni e così via.

Certo, un bambino non ha gli strumenti cognitivi per poter affermare chiaramente di aver subito un abuso. Questo complica le cose. Ma i genitori percepiscono quando qualcosa non va: in questi casi è utile osservare ogni minimo livido, contusione o cambiamento comportamentale del proprio figlio e, magari rivolgersi ai Servizi Sociali e ai consultori familiari.

La loro attività sarà diretta ad approfondire ed accertare le cause del disagio o del turbamento psicologico del minore; in caso di traumi fisici evidenti, invece, è opportuno rivolgersi al proprio medico o recarsi in Pronto Soccorso perché eseguano le necessarie analisi cliniche.

È possibile denunciare un semplice sospetto? Cosa si rischia se non riesce a provare il reato?

Va premesso che l’ordinamento penale distingue i reati in due categorie: reati perseguibili a querela di parte e reati procedibili d’ufficio.

Sono reati perseguibili a querela la minaccia, le percosse, le lesioni personali lievi, la molestia o il disturbo alle persone, violenza sessuale (salvo i casi in cui è espressamente prevista la procedibilità d’ufficio), il reato di stalking (tranne il caso in cui sia vi sia stato già l’ammonimento da parte del questore o sia commesso nei confronti di un minore di persona incapace) e il furto semplice.

Nella querela la vittima dovrà specificare i fatti che costituiscono reato per “convincere” il pubblico ministero ad indagare. In questi casi la legge rimette alla persona offesa la facoltà di decidere se procedere penalmente contro il presunto autore del reato o meno. Qualora, l’autorità giudiziaria ritenga che non vi siano i presupposti, l’azione verrà archiviata, ma senza alcun rischio per il querelante di subire un contro procedimento penale a proprio carico.
Per i reati perseguibili d’ufficio le cose cambiano. In questa categoria vi rientrano tutti i reati che l’ordinamento considera “più gravi”, per il quali la pubblica accusa ha il dovere di procedere autonomamente.

Denunciare un fatto senza averne le prove non espone l’accusante al rischio di subire una querela per calunnia. Il reato di calunnia presuppone la consapevolezza dell’innocenza della persona denunciata. E, in ogni caso, essa ha il solo scopo di mettere al corrente l’autorità giudiziaria della commissione di un fatto, affidando a quest’ultima il compito di indagare e verificarne la natura delittuosa.

Peraltro, l’ordinamento non prevede alcun obbligo di denuncia a meno che non si rivesta il ruolo di pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio e si venga a conoscenza del fatto nello svolgimento delle proprie funzioni (pubbliche). In tal caso l’omissione della denuncia costituisce reato ed è punito con la multa fino a centotre euro.

Ebbene, se questo è vero, di fronte al sospetto di un abuso da parte di un insegnante nei confronti del proprio figlio è importante rivolgersi immediatamente alle forze dell’ordine, magari coinvolgendo anche gli altri genitori ed (eventualmente) il personale scolastico.

I carabinieri avvieranno al più presto le indagini; e, a tal fine potranno essere installate delle videocamere di sorveglianza all’interno della scuola che consentano di monitorare, a scopi investigativi, l’attività dell’insegnante e smascherare i presunti abusi.

Dalla denuncia al procedimento penale e disciplinare

Ci si deve a questo punto domandare cosa accade all’insegnante indagato?

Va subito premesso che l’avvio di un procedimento penale a carico di un insegnante per sospetto uso della violenza nei confronti dei propri alunni, è solitamente accompagnato dall’apertura di un autonomo procedimento disciplinare davanti al competente ufficio scolastico che indagherà sul medesimo fatto.

Il primo procedimento è volto ad accertare la responsabilità penale ogni qual volta si suppone l’esistenza di un reato; il secondo, invece, è strettamente connesso al potere del datore di lavoro di irrogare delle sanzioni ai propri dipendenti in caso di inadempimento di obblighi contrattuali o di legge ed è espressione del più generale principio di subordinazione del lavoratore. La violazione degli obblighi contrattuali da parte di quest’ultimo, legittima il titolare del potere sanzionatorio ad avviare un procedimento disciplinare finalizzato all’accertamento delle infrazioni commesse e all’applicazione della relativa sanzione.

Invero, il rapporto di lavoro che lega maestri, insegnanti ed educatori alla Scuola è di tipo pubblicistico, ossia sottoposto alle norme del pubblico impiego. La legge infatti, include espressamente l’istituzione scolastica nell’elenco delle pubbliche amministrazioni [1].

Senonché la responsabilità (penale, civile e amministrativa) dei dipendenti pubblici per fatti commessi nell’esercizio delle proprie funzioni è personale [2].

La sanzione penale

La legge penale punisce con la reclusione fino a sei mesi, chiunque abusando dei poteri correttivi e disciplinari di cui dispone per ragioni educative, di istruzione, cura o vigilanza, cagiona un danno psico-fisico ai soggetti sottoposti alla propria autorità. Esso si realizza tutte le volte in cui è fatto un uso improprio di mezzi educativi di per sé leciti. Ad esempio, non rientrano in questa fattispecie, tutti quegli atti di violenza fisica o morale lieve, adoperati al fine di proibire comportamenti oggettivamente pericolosi per l’incolumità del minore o di quella altrui o volti a reprimere atteggiamenti insolenti e disobbedienti (si pensi al caso, pur occasionale e opportuno, di un ceffone dato ad un alunno per richiamare la propria attenzione) [3].

Diversamente, l’utilizzo di mezzi di correzione che, per loro stessa natura, sono considerati illeciti o vietati dall’ordinamento perché potenzialmente produttivi di danno (è il caso di alunni frustati a sangue, malmenati violentemente o presi a schiaffi o ancora costretti a subire vessazioni e umiliazioni, quali pulire il pavimento con la lingua o mangiare in ginocchio per un mese o cospargere la vittima di pomate irritanti), integra il reato di violenza privata per il quale è prevista la pena della reclusione fino a quattro anni [4].

Ma in giurisprudenza si è da tempo consolidata l’idea che l’uso sistematico e ripetuto della violenza sia fisica che psicologica ai danni di un alunno da parte del proprio insegnante concretizzi il più grave reato di maltrattamenti in famiglia, per il quale l’ordinamento prevede la sanzione della reclusione da due a sei anni [5].

Sono fatte ricondurre sotto questa fattispecie delittuosa i casi di maestre che ripetutamente colpiscono i minori percuotendoli agli arti inferiori o li avviliscono con parole ed espressioni ingiuriose o quei comportamenti volti a punire un bambino imponendogli di mettere la testa nel cestino dei rifiuti, o colpirlo con schiaffi o le tirate di orecchie e di capelli e lo stringimento robusto dei polsi. Persino la sola condotta di allontanare un bambino dalla propria classe per metterlo “in castigo” in un’altra sezione costituisce condotta umiliante e vessatoria idonea ad integrare il reato di maltrattamenti, qualora tale condotta sia reiterata ed ingeneri nel minore uno stato di ansia e di paura [6].

In nessun caso la finalità educativa eventualmente sottesa a simili gesti può giustificare l’uso della violenza.

Perché tuttavia, l’insegnante possa rispondere di questo reato è necessario che in giudizio si provi l’abitualità della sua condotta. Detto in altri termini, qualora l’atto di violenza sia sporadico od occasionale egli potrà al più rispondere del delitto (meno grave) di abuso di mezzi di correzione sopra citato.

Le misure cautelari

Una volta instaurato il procedimento penale a carico dell’insegnante, già nella fase delle indagini preliminari, il giudice potrà, a seconda della gravità dei casi, disporre l’applicazione di una misura cautelare a suo carico.

Le misure cautelari sono disposte dagli organi giudiziari quando vi è il rischio concreto che l’indagato (o imputato) si dia alla fuga, che inquini, alteri o distrugga le prove o che commetta ulteriori reati o reiteri quello per cui si procede. Esse si distinguono principalmente in due categorie: misure cautelari personali e misure cautelari reali. Le prime a loro volta si suddividono in misure coercitive e interdittive; e le misure coercitive in obbligatorie e custodiali.

Tra le misure coercitive obbligatorie vi rientra il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, l’allontanamento dalla casa familiare, il divieto o l’obbligo di dimora; sono invece misure custodiali gli arresti domiciliari e la custodia cautelare in carcere o in un luogo di cura. Entrambe sono limitative della libertà personale, ma perché possa applicarsi la custodia in un istituto di detenzione è necessario che ogni altra misura risulti inadeguata a soddisfare le predette finalità.

Sono invece, misure interdittive la sospensione dell’esercizio della potestà dei genitori, la sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio o il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali.

La scelta della misura da applicare deve essere di volta in volta valutata in relazione allo scopo e alle esigenze cautelari sottese (principio di adeguatezza e proporzionalità) [7].

Nella specie, quando si indaga per il delitto di maltrattamenti su minori a carico di un insegnante, il giudice potrà decidere di applicare la misura degli arresti domiciliari o della custodia cautelare in carcere e, allo stesso tempo, potrà disporre la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalle persone offese e di comunicare con loro con qualsiasi mezzo, anche informatico [8].

Tale divieto deve specificare esattamente i luoghi ove al soggetto indagato non è consentito avvicinarsi [9]; e talvolta i giudici hanno finanche indicato la distanza alla quale mantenersi rispetto alla vittima [10].

Le stesse esigenze cautelari possono altresì, legittimare il divieto per l’indagato di recarsi sul luogo di lavoro, onde evitare di incontrare colleghi ed entrare in contatto con eventuali fonti di prova. Anche in questo caso l’esigenza è quella di preservare gli elementi utili all’accertamento delle responsabilità.

La sanzione disciplinare

A questo punto, si tratta di capire se durante lo svolgimento del processo penale, il lavoratore debba essere sospeso in via cautelativa o gli sia comunque concesso di continuare a lavorare.

La risposta a questa domanda purtroppo non è univoca. Come anticipato la commissione di un illecito posto in essere dal lavoratore nello svolgimento delle proprie mansioni, scatena tanto la risposta giudiziaria quanto quella disciplinare. Ma molto spesso le istituzioni scolastiche preferiscono attendere le decisioni adottate dai giudici penali, piuttosto che procedere autonomamente.

Ad ogni modo, l’attuale codice di condotta valido per i dipendenti della pubblica istruzione sanziona con la sospensione dal servizio e la privazione della retribuzione da undici giorni fino a sei mesi il pubblico dipendente che abbia commesso atti o comportamenti lesivi della dignità altrui o abbia posto in essere molestie di carattere sessuale anche una sola volta o che non riguardino allievi e studenti [11]. In questo caso, è prevista la pena accessoria dell’allontanamento dal luogo di lavoro per un periodo non superiore a trenta giorni [12].

Scatta invece, il licenziamento con preavviso [13], tutte le volte in cui i comportamenti illeciti ai danni di allievi, studenti e studentesse siano meno gravi; mentre, il licenziamento sarà disposto senza preavviso quando il dipendente scolastico [14] ha commesso abusi e violenze o ha già ricevuto una sentenza di condanna per reati gravi; o gli sia stata ordinata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici [15]. Quest’ultima è applicata nei casi di condanna all’ergastolo o dichiarazione di abitualità, professionalità o tendenza a delinquere. Con l’interdizione il soggetto perde il diritto di elettorato attivo e passivo; il diritto di assumere ogni ufficio pubblico ed, inoltre, perde la qualità di tutore o di curatore, i gradi e le dignità accademiche nonché la possibilità di esserne insignito [16].

V’è inoltre da aggiungere che ogniqualvolta viene instaurato un procedimento disciplinare a carico di un dipendente della pubblica istruzione, l’ufficio di disciplina può disporre la sanzione della sospensione cautelare dal servizio. Essa ha una durata massima di cinque anni, dopodiché egli avrà diritto di essere riassunto, salvo l’ipotesi in cui l’amministrazione scolastica ritenga che il suo rientro possa compromettere l’immagine o la credibilità della scuola. In tal caso è prevista la possibilità di ottenere un’ulteriore proroga della sospensione di due anni, con revisione biennale [17].

Inoltre, l’applicazione di una misura cautela restrittiva della libertà personale comporta sempre la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per tutto il tempo di durata della misura cautelare medesima. Allo stesso modo, qualora il procedimento disciplinare sia sospeso, l’insegnante non avrà diritto di esercitare la propria attività lavorativa fintanto che non giunga la decisione penale [18].

I rapporti tra procedimento penale e procedimento disciplinare

L’insaturarsi di due procedimenti, l’uno giudiziario, l’altro disciplinare per l’accertamento del medesimo fatto storico, può dar luogo a problemi di coordinamento fra le due decisioni. È possibile infatti che si verifichi una delle seguenti situazioni:

  • il procedimento disciplinare si conclude con l’irrogazione di una sanzione di condanna, mentre in sede penale viene emessa una sentenza irrevocabile di assoluzione che riconosce che il fatto addebitato al dipendente non sussiste, o non costituisce reato o che egli non lo abbia mai commesso; in tal caso, il primo procedimento potrà riaprirsi solo su istanza del lavoratore per ottenere le dovute riparazioni;
  • il procedimento disciplinare si conclude con l’archiviazione, mentre il giudice penale emette una sentenza irrevocabile di condanna; in tal caso l’ufficio disciplinare dovrà riaprire il primo procedimento al fine di adeguare la sua decisione a quella penale;
  • il procedimento disciplinare si conclude con l’irrogazione di una sanzione diversa dal licenziamento, mentre in sede penale viene emessa una sentenza per la quale è previsto il licenziamento del lavoratore; anche in questo caso l’Ufficio Disciplinare dovrà riaprire il primo procedimento e conformare la propria decisione a quella penale.

Per concludere, non deve dimenticarsi che l’insegnante nell’esercizio delle proprie funzioni, assume la veste di incaricato di pubblico servizio [19] e talvolta anche quella di pubblico ufficiale (quando redige atti con valore certificativo come il registro di classe) [20]; pertanto qualora nello svolgimento delle proprie mansioni venga a conoscenza di reati perseguibili d’ufficio (quali ad esempio, il delitto di maltrattamenti commesso da un proprio collega) egli ha l’obbligo di denuncia [21]; l’omissione è considerata reato e comporta il pagamento di una multa fino a centotre euro [22].

Allo stesso modo, direttori, presidi e dirigenti scolastici hanno l’obbligo di vigilare, sorvegliare e tutelare i minori loro affidati per ragioni educative e di istruzione. In una recente sentenza la Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari disposti nei confronti della direttrice di una scuola materna per il reato di maltrattamenti perpetrati da una maestra ai danni di alcuni alunni della scuola. La stessa era stata sottoposta a procedimento penale per non aver assolto ai propri doveri di vigilanza, controllo, segnalazione e denuncia, così omettendo di impedire il verificarsi degli eventi [23].


Di Sabrina Antonella Caporale

note

[1] Art. 1 co. 2 D. Lgs. n. 165/2001.

[2] Art. 28 co. 1 Cost.

[3] Art. 571 cod. pen.

[4] Art. 610 cod. pen.; Cass. sent. n. 10841 del 1986.

[5] Art. 572 cod. pen.

[6] Trib. Lecce sent. n. 13.04.2006.

[7] Art. 275 cod. proc. pen.

[8] Art. inserito dall’art. 9 D.L. n. 11 del 23.02.2009.

[9] Cass. sent. n. 28225 del 26.05.2015 “(…) in materia di misure cautelari personali, è legittima l’ordinanza che dispone, ex art. 282-ter c.p.p. il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa senza determinare specificamente i luoghi oggetto di divieto, considerato che in tal caso, all’indagato non è consentito -ferma restando la necessità che egli non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare – di conoscere preventivamente i luoghi ai quali gli è impedito l’accesso in via assoluta, in quanto frequentati dalla persona offesa, luoghi che pertanto devono essere specificamente indicati”.

[10] Cass. sent. n. 19852 del 12.06.2016. Nella specie si trattava di un insegnante di sostegno imputata del delitto di maltrattamenti contro un minore disabile, avendola colpita più volte agli arti inferiori, rivolgendosi a lei con epiteti ingiuriosi e con l’aggravante di aver commesso tali fatti in veste di incaricata di un pubblico servizio all’interno di un istituto scolastico; in tal caso il giudice aveva disposto di tenersi a una distanza non inferiore a 500 metri dalla persona offesa.

[11] Art.13 co.8 CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2016/2018.

[12] Art.14 CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2016/2018 “Fatta salva la sospensione cautelare disposta ai sensi dell’art. 55 quater comma 3 bis del d.lgs. 165/2001, l’amministrazione, laddove riscontri la necessità di espletare accertamenti su fatti addebitati al dipendente a titolo di infrazione disciplinare punibili con sanzione non inferiore alla sospensione dal servizio e dalla retribuzione, può disporre, nel corso del procedimento disciplinare, l’allontanamento dal lavoro per un periodo di tempo non superiore a trenta giorni, con conservazione della retribuzione”.

[13] Art. 13 comma 9.1 lett. c) CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2016/2018.

[14] Art. 13 comma 9.2 lett. b) CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2016/2018.

[15] Art. 13 comma 9.2 lett. e) CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2016/2018.

[16] Art. 29 cod. pen.

[17] Art. 13, comma 9.2 CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2016/2018.

[18] Art. 16 CCNL.

[19] Art. 358 cod. pen.

[20] Art. 357 cod. pen.

[21] Art. 331 cod. pen.

[22] Art. 362 cod. pen.

[23] Cass. sent. n. 38060 del 18.07.2014.


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