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Infortunio in un locale

12 Gennaio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Gennaio 2019



In questo articolo vedremo di chi è la responsabilità qualora qualcuno subisca un infortunio all’interno di un locale e come l’infortunato possa far valere le proprie ragioni.

Quella di ieri è stata una serata da dimenticare. Hai portato tua moglie a cena in uno dei migliori ristoranti della città: era infatti il vostro anniversario e desideravi condividere con lei un po’ di tempo in un luogo raffinato ed esclusivo. La cena è stata all’altezza della fama del locale, ed è stata ulteriormente allietata dall’incontro con dei cari amici, che si trovavano in un tavolo vicino al vostro. Siete stati a lungo a conversare allegramente, e, ad un certo punto, vi siete resi conto che era ora di anadare via, perchè il ristorante stava per chiudere. Pagato il conto, vi siete avviati insieme verso l’uscita, e in quel momento è successo il guaio. Tua moglie è scivolata sul pavimento bagnato, che un dipendente del locale stava lavando. Si è fatta molto male, tanto che avete dovuto chiamare un’ambulanza. Risultato: frattura del bacino. Un bel danno. Ti chiedi dunque chi sia il responsabile in caso di infortunio in un locale. In questo articolo troverai la risposta e tutte le informazioni utili per ottenere un risarcimento.

Cosa è la responsabilità oggettiva?

Quando all’interno di un locale si verifica un infortunio e qualcuno rimane danneggiato, la responsabilità è, quasi sempre, del titolare. Quest’ultimo, infatti, è soggetto a una responsabilità che la legge definisce “oggettiva”, dalla quale è molto difficile liberarsi. Ma in cosa consiste questa forma di responsabilità? Quando il titolare del locale è responsabile e in quali casi può farla franca? E, cosa molto importante, come muoversi per ottenere il risarcimento? Di seguito tratteremo dettagliatamente tutti questi aspetti.

La responsabilità oggettiva è una forma di responsabilità, secondo cui un fatto dannoso viene posto a carico di un soggetto, indipendentemente dal fatto che egli abbia agito con dolo o con colpa.

Vi è dolo quando una persona agisce (o omette di agire) allo scopo di realizzare un certo risultato, che si verifica come conseguenza della sua azione (o omissione). Facciamo un esempio. Tizio vuole provocare una lesione a Caio, suo nemico, e lo colpisce con un pugno, procurandogli una ferita. Tizio, in questo caso, ha agito con dolo. Oppure: Caio, nemico di Tizio, ha un malore in presenza di quest’ultimo. Trizio, volendone la morte, omette di dargli soccorso chiamando un’ambulanza. Caio muore come conseguenza dell’omissione di Tizio, che, anche in questo caso, ha agito con dolo.

Vi è colpa, invece, quando un fatto dannoso si verifica come conseguenza di un comportamento negligente, imprudente, incompetente di qualcuno. Ad esempio, Tizio corre per strada senza guardare le persone che ha intorno, e urta violentemente un anziano, che cade e si fa male. Tizio non l’ha certo fatto apposta (in tal caso vi sarebbe dolo), ma per disattenzione ed imprudenza. Quindi risponde del danno a titolo di colpa.

Quando non vi sono né dolo, né colpa, e tuttavia un danno viene ugualmente attribuito a una persona, questo tipo di responsabilità si dice oggettiva.

Questa forma di responsabilità sembra contraddire un principio di giustizia, secondo cui una persona può essere chiamata a rispondere di un danno solo se procurarlo o evitarlo rientra nella sua sfera d’azione. Negli esempi fatti sopra, è ben giusto che chi provoca intenzionalmente un danno, come nel caso del pugno sferrato all’avversario o dell’omissione di soccorso, ne risponda; allo stesso modo, è giusto che si risponda di danni provocati non intenzionalmente, ma che si sarebbero potuti evitare tenendo un comportamento diverso, come nel caso della persona che corre e travolge un anziano.

Invece, non appare giusto che qualcuno possa essere ritenuto responsabile di un danno a prescindere dal fatto che questo rientrasse o meno nella sua sfera d’azione.

Si ritiene che il fondamento della responsabilità oggettiva consista nella necessità di far sì che trovino un risarcimento certi danni che, altrimenti, resterebbero a carico di chi li ha subiti ingiustamente. Ad esempio, i genitori rispondono dei danni provocati dai figli [1], anche se non hanno voluto che si verificassero e hanno fatto del loro meglio nel sorvegliarli. In questo caso di responsabilità oggettiva, si vuole evitare che qualcuno, subendo un danno a causa del comportamento di un ragazzino, rimanga senza risarcimento, perché quest’ultimo è minorenne.

Quando è responsabile il titolare di un locale?

Il titolare di un locale è considerato dalla legge custode dello stesso. Ciò significa che il locale, con tutto ciò che contiene e con la relativa struttura organizzativa, rientra nel suo potenziale controllo. Egli, pertanto, è in condizione di intervenire tempestivamente per evitare che all’interno del suo locale si verifichino eventi dannosi a carico di qualcuno.

Per il custode, il codice civile prevede una forma di responsabilità oggettiva [2]. Egli è, infatti, responsabile dei danni prodotti dalle cose che ha in custodia, a meno che non provi il caso fortuito: nozione, quest’ultima, di cui parleremo tra breve.

Pertanto il danneggiato, al fine di ottenere il risarcimento, non deve provare la sussistenza di un comportamento doloso o colposo del custode. Egli dovrà soltanto dimostrare:

  • il nesso di causalità tra la cosa custodita e il danno da lui subito. Facciamo un esempio. Tizio si trova in un ristorante e deve raggiungere il tavolo che ha prenotato, posto al piano superiore. Sale quindi la scala, ma, essendo questa scarsamente illuminata, inciampa e cade. A seguito della caduta, riporta una frattura; inoltre lo smartphone che aveva in tasca scivola e si rompe. Perché venga affermata la responsabilità del titolare del locale, Tizio dovrà innanzi tutto provare che il danno da lui subito è conseguenza immediata e diretta della scarsa illuminazione della scala;
  • l’entità del danno. Nel caso specifico, Tizio dovrà dimostrare il valore economico del danno subito, sia a seguito della frattura che della rottura del suo smartphone.

Non è necessario che la cosa, che ha provocato il danno, abbia di per sé una natura pericolosa. Esemplificando, la caldaia e l’impianto elettrico, per la loro natura intrinseca, possono rappresentare un pericolo, specie se non vengono sottoposti alla necessaria manutenzione: la caldaia può scoppiare, l’impianto elettrico può provocare folgorazioni.

Viceversa, un armadio guardaroba che si trova nel ristorante, di per sé, non è pericoloso, ma può provocare danni se cade addosso a un avventore del locale. Così, pure, il pavimento non ha una natura intrinsecamente pericolosa, ma lo diventa se viene lavato e la circostanza non viene adeguatamente segnalata.

Cosa è il caso fortuito?

Il titolare del locale si può liberare da responsabilità solo se dimostra il caso fortuito. Quest’ultimo è un evento del tutto estraneo sia alla cosa custodita che alla condotta del custode, imprevedibile e inevitabile, anche adottando le opportune precauzioni.

Il caso fortuito può consistere in un evento naturale o nel comportamento di una persona etranea all’ambito di controllo del custode. Ad esempio, si ha caso fortuito se, mentre un locale è aperto, sopraggiunge un terremoto che provoca la caduta di una mensola, e quest’ultima ferisce un cliente. Ugualmente, ricorre il caso fortuito se un ragazzino lascia cadere una buccia di banana sulla scala del ristorante, poco prima che passi un cliente, che scivola e cade.

Per dimostrare il caso fortuito, il titolare del locale deve dimostrare di avere adottato tutte le possibili cautele che riguardano la gestione della cosa, in relazione alla natura della stessa. Nel caso della caduta della mensola, ad esempio, il ristoratore dovrà dimostrare di averla assicurata al muro adoperando tasselli resistenti e calibrati rispetto al peso che avrebbero dovuto reggere; poiché, nonostante ciò, la mensola è caduta, l’evento è da ricondurre al caso fortuito (il terremoto).

Che ruolo ha il comportamento del danneggiato?

Anche il comportamento del danneggiato rientra nella nozione di caso fortuito. Ogni persona, infatti, deve interagire con l’ambiente nel quale si trova seguendo delle norme di prudenza. Se queste vengono ignorate, per superficialità o distrazione, non è possibile attribuire ad altri la responsabilità per eventuali danni.

Torniamo all’esempio della caduta dalle scale. Se un ragazzino, anziché utilizzare i gradini, cerca di salire al piano di sopra avvinghiandosi alla ringhiera, e così facendo cade, i suoi genitori non potranno pretendere dal ristoratore il risarcimento dei danni dallo stesso subiti, perché la scala non è stata utilizzata nel modo ordinario e con la dovuta prudenza, ma in maniera imprudente e anomala. Anche in questo caso possiamo parlare di caso fortuito.

Chi risponde del danno provocato da un dipendente?

Nel caso in cui il danno derivi dal comportamento di un dipendente del ristorante, il titolare sarà ugualmente responsabile. Infatti, il codice civile [3] stabilisce che i datori di lavoro sono responsabili dei danni provocati dai loro dipendenti nell’esercizio delle mansioni cui sono adibiti.

Quindi, se prima della chiusura di un locale un dipendente dello stesso lava il pavimento, e non colloca una segnalazione che avverta di ciò i clienti rimasti, sarà sempre il titolare a rispondere di un’eventuale caduta di una persona. Questo avverrà anche se il dipendente che ha commesso il fatto non era adibito a quelle specifiche mansioni, e il titolare non gli aveva dato nessuna indicazione in proposito.

Ad esempio, si ponga il caso che, in un ristorante, vi sia un addetto alle pulizie che ha il compito di lasciare tutto in ordine per l’indomani. In assenza di questo dipendente, un suo collega, che sta sempre alla cassa, senza che il titolare gli dica nulla, decide di lavare il pavimento e non segnala adeguatamente la circostanza ai clienti rimasti. Se uno di questi cade e si fa male, ne risponderà comunque il titolare.

Infortunio in un locale: come chiedere il risarcimento?

In caso di infortunio in un locale, occorre innanzi tutto procurarsi più prove possibile sul fatto che esso sia avvenuto e sulla dinamica dello stesso. Dobbiamo infatti ricordare le prove che il danneggiato è tenuto a fornire per far valere le proprie ragioni:

  • il rapporto di causalità tra una cosa, presente nel locale e facente parte di questo, e il danno;
  • l’entità di quest’ultimo.

Pertanto, sarà bene fare subito qualche fotografia dei luoghi e della stessa persona danneggiata, o dell’oggetto che ha riportato danni. Se vi sono testimoni, è buona norma raccoglierne i nominativi e i recapiti, in modo tale che possano fare dichiarazioni in merito alla dinamica dell’evento dannoso.

Se vi sono danni fisici, occorre raccogliere tutta la relativa documentazione medica e gli scontrini delle spese effettuate per l’acquisto di farmaci o per eventuali accertamenti diagnostici.

Per i danni alle cose, necessitano scontrini, ricevute, fatture relativi alla riparazione dell’oggetto o alla sua sostituzione.

I danni risarcibili sono i seguenti;

  • il danno biologico, consistente nella lesione subita dal danneggiato. Esistono apposite tabelle che servono alla quantificazione di questo tipo di danno, secondo le conseguenze permanenti che esso provoca e il periodo di tempo in cui il danneggiato è stato in condizioni di inabilità, non potendo svolgere le sue normali occupazioni;
  • il danno morale, consistente nel disagio psicologico vissuto dal danneggiato a causa delle sofferenze fisiche;
  • le spese sostenute per le cure;
  • il danno patrimoniale, consistente nella perdita economica subita dalla persona danneggiata, che non ha potuto curarsi delle sue normali occupazioni. Un professionista, ad esempio, se resta immobilizzato per un periodo non produce reddito;
  • riguardo ad eventuali oggetti danneggiati, le spese necessarie per la loro riparazione o sostituzione.

Occorre in ogni caso tener conto di un eventuale concorso di colpa del danneggiato [4]. Se il danno viene aggravato dal comportamento superficiale di chi lo ha subito, il risarcimento verrà proporzionalmente ridotto. Se, ad esempio, una persona cade, procurandosi una frattura, e insiste nel voler camminare rifiutando l’intervento dell’ambulanza, non potrà pretendere il risarcimento del maggior danno che è derivato se, a causa di ciò, la frattura si è scomposta ed ha richiesto un intervento chirurgico.

Per ottenere il risarcimento, occorre innanzi tutto informarsi se il locale sia coperto da polizza assicurativa per la responsabilità civile. Bisogna quindi inoltrare una formale richiesta di risarcimento, descrivendo la dinamica dell’evento, completa di data e di ora, e chiedendo il pagamento delle somme che si pensano dovute. Se si scrive anche all’assicurazione, si possono allegare le dichiarazioni di eventuali testimoni.

In caso di mancata risposta o di diniego, sarà possibile rivolgersi al giudice: precisamente, il giudice di pace se l’importo del risarcimento non supera i 5.000 euro, il tribunale negli altri casi.

Penso di averti spiegato, con parole semplici, cosa succede in caso di infortunio in un locale, e di averti fornito così delle linee-guida utili per il caso in cui tu ti trovi nella situazione di chi ha subito un incidente di questo genere.

note

[1] Art. 2048 cod. civ.

[2] Art. 2051 cod. civ.

[3] Art. 2049 cod. civ.

[4] Art. 1227 cod. civ.


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