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La comunione dei beni nel matrimonio

21 Dicembre 2018


La comunione dei beni nel matrimonio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Dicembre 2018



Il regime patrimoniale della famiglia: i beni che fanno parte della comunione, l’amministrazione e lo scioglimento.

Siete in procinto di sposarvi e vi state chiedendo come regolare i vostri rapporti patrimoniali. L’ordinamento giuridico prevede due regimi patrimoniali per la famiglia, quello della comunione dei beni e quello della separazione dei beni. Vi state quindi interrogando sul destino che potrebbero avere i vostri beni, i proventi della vostra attività, la vostra azienda una volta contratto matrimonio. In particolare vi state chiedendo: cos’è la comunione dei beni nel matrimonio? Andiamo quindi ad analizzare nel dettaglio questo istituto ed i suoi effetti sul patrimonio dei coniugi.

Cos’è la comunione legale dei beni?

Per comunione legale dei beni si intende il regime patrimoniale dei coniugi in assenza di diverso accordo tra gli stessi. [1]

Generalmente, con il termine comunione si fa riferimento alla proprietà condivisa di un bene tra più soggetti; applicata nel rapporto tra coniugi, essa viene considerata per legge quale regime primario di regolamentazione dei rapporti patrimoniali tra gli stessi. A questo modello patrimoniale è possibile derogare optando per la separazione dei beni.

In cosa si differenziano i due tipi di regime patrimoniale coniugale?

La comunione dei beni nel matrimonio fa sì che cadano in proprietà indivisa al cinquanta per cento tra i coniugi gli acquisti – anche compiuti separatamente – e una serie di diritti anche obbligatori. Questo sistema permette di riequilibrare le risorse di ciascun coniuge, a prescindere dal fatto che la contribuzione all’interno della famiglia avvenga con il lavoro casalingo o con reddito lavorativo; essa mira a determinare, quindi, la condivisione degli incrementi di ricchezza tra marito e moglie.

Nel regime di separazione dei beni, invece, ogni coniuge è titolare esclusivo dei beni acquisiti durante il matrimonio. Se vi state per sposare ed avete deciso di optare per questo secondo regime patrimoniale, dovete allora procedere a fare espressa dichiarazione nell’atto di matrimonio o anche successivamente tramite atto pubblico. [2]

E’ necessario, poi, fare un’ulteriore distinzione: la comunione legale dei beni si differenzia dalla comunione ordinaria: bisogna precisare, infatti, che la comunione legale dei beni, a differenza di quella ordinaria, non è universale, non comprende cioè ogni bene acquistato dai coniugi [3]. Il legislatore ha stabilito infatti esattamente quali beni costituiscono oggetto della comunione e quali, invece, ne sono esclusi e che sono definiti “beni personali” [4].

Prima di affrontare le questioni principali in tema di comunione legale, occorre fare un’ulteriore distinzione tra comunione immediata e residuale.

Per comunione legale immediata s’intende quel regime patrimoniale nel quale confluiscono di diritto tutti i beni che il legislatore individua in modo analitico e che verranno analizzati nei paragrafi seguenti; la comunione residuale, invece, è costituita da tutti quei beni che residuano a seguito della preliminare divisione tra i beni che cadono in comunione ed i beni personali.

Passiamo quindi ad esaminare quali beni entrano a far parte della comunione tra coniugi e quali no.

Oggetto della comunione

I beni e i diritti dei coniugi

Non tutti i beni ed i diritti dei coniugi entrano a far parte della comunione, non avendo la comunione legale carattere universale ma prevedendo delle esclusioni.

Non rientrano nella comunione tutti quei beni che erano di proprietà del coniuge prima del matrimonio. A tal proposito occorre fare una precisazione: non si intende far riferimento solo ai beni in proprietà, ma all’intero patrimonio del coniuge prima del matrimonio e che comprende anche i diritti reali di godimento, vale a dire il potere di utilizzare, in modo pieno e immediato, un bene di proprietà di un’altra persona (è un diritto reale di godimento, ad esempio, l’usufrutto, ossia il diritto di godere di un bene immobile di proprietà altrui) ed i diritti di credito, i quali hanno ad oggetto una prestazione, attribuendo al titolare il diritto a pretendere che il debitore tenga un certo comportamento.

Rimangono, dunque, esclusi dalla comunione:

  • i beni o diritti reali di godimento sui beni di cui il coniuge era titolare prima del matrimonio. Come sopra accennato, per diritto reale di godimento si intende il potere di utilizzare, in modo pieno e immediato, un bene di proprietà di un’altra persona: sono diritti reali di godimento, ad esempio, l’usufrutto (ossia il diritto di godere di un bene immobile di proprietà altrui) o le servitù. Il legislatore ha quindi previsto che i beni di proprietà del coniugi o i beni su cui questi abbia un diritto reale di godimento sono personali e  non ricadono in camunione. Quanto detto vale anche per il denaro il denaro posseduto prima del matrimonio: si pensi al saldo di un conto corrente non speso prima della celebrazione del matrimonio.
  • i beni pervenuti al coniuge in successione, a meno che nel testamento non sia specificato che i beni sono attribuiti alla comunione Si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui uno dei coniugi abbia ricevuto in eredità dal genitore un immobile durante il matrimonio: in questo caso tale bene non entra a far parte della comunione legale dei coniugi ma resta di proprietà esclusiva del coniuge che l’ha ricevuto; il bene ereditato entra a far parte della comunione solo ove sia stato espressamente specificato nel testamento che esso entri a far parte della comunione legale.
  • i beni pervenuti al coniuge tramite donazione: il caso classico e che si verificata più frequentemente nella prassi è quello dell’immobile acquistato acquistato da uno dei coniugi, durante il matrimonio, con denaro proveniente dai genitori (si parla, in tal caso, di donazione “donazione indiretta”); ebbene, la casa che è stata donata indirettamente dai genitori al figlio non entra a far parte della comunione poiché l’elargizione di denaro per l’acquisto è stata fatta a favore solo ed esclusivamente di quest’ultimo.
  • i beni di uso strettamente personale: al fine di valutare se un bene è personale o meno bisogna aver riguardo alla finalità del suo acquisto e non al suo valore, dunque ciò che rileva ai fini della distinzione è l’utilizzo personale che viene fatto di tali bene, anche se si tratta di beni; un caso classico di bene personale può essere, ad esempio, la pelliccia della moglie, oppure i vestiti di ciascun coniuge, gli oggetti che un coniuge utilizza per un hobby coltivato in modo esclusivo e non condiviso con l’altro coniuge (si pensi all’attrezzatura sportiva).
  • i beni che servono per l’esercizio della professione: il legislatore ha escluso dalla comunione tale categoria di beni per evitare di paralizzare l’attività economica. Al fine di capire quali beni appartengono a tale categoria, bisogna considerare il rapporto strumentale tra l’acquisto del bene e la sua destinazione all’attività lavorativa del coniuge, a prescindere dal fatto che sia o meno indispensabile o se l’attività professionale possa essere svolta anche senza; sono beni che servono all’esercizio della professione, pertanto, gli arredi di uno studio, i computer, le stampanti, i fax.
  • i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno e pensione derivante dalla perdita della capacità lavorativa: in tal caso la ragione dell’esclusione sta nel fatto che si tratta di beni che derivano da diritti strettamente collegati alla persona del titolare,che riguardano la sua personalità e libertà individuale e pertanto non possono essere intaccati nemmeno a tutela del patrimonio coniugale. Poniamo il caso, ad esempio, che tu abbia avuto un incidente stradale e che per tale motivo ti sia stato riconosciuto un risarcimento per i danni subiti: ebbene, la somma ricevuta per tale ragione non entra a far parte della comunione legale e dunque sei legittimato a versarla su un conto corrente personale e non su quello cointestato con il tuo partner.

Entrano, invece, a far parte della comunione i beni acquistati durante il matrimonio.

Il momento rilevante per capire se un bene entra o no a far parte della comunione è, quindi, la celebrazione del matrimonio. Si possono verificare ipotesi, tuttavia, in cui celebrazione e comunione possono non coincidere: pensate ad esempio all’ipotesi in cui abbiate scelto, al momento della celebrazione, il regime della separazione dei beni e che in un successivo momento abbiate cambiato idea volendo optare per la comunione legale.

Ebbene, in un’ipotesi di questo tipo il momento rilevante per poter distinguere chiaramente tra i beni che rientrano in comunione e quelli che ne restano esclusi è quello dell’instaurazione della comunione: ne consegue che non entreranno a far parte della comunione i beni acquistati dopo la celebrazione del matrimonio ma prima dell’instaurazione della stessa.

Tra i beni che entrano a far parte della comunione tra coniugi vi sono quindi:

  • gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali;
  • i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione;
  • i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati;
  • le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione riguarda solo gli utili e gli incrementi.

In ordine alla distinzione tra beni che entrano a far parte della comunione legale e beni che ne restano esclusi, occorre poi segnalare alcune recenti provvedimenti della giurisprudenza che hanno consentito di fare ulteriormente chiarezza in casi particolari.

Con una recentissima pronuncia, la Corte di Cassazione ha chiarito che i beni acquistati con denaro personale sono esclusi della comunione dei coniugi. [5] Come detto sopra, in caso di comunione legale tra i coniugi, il bene acquistato insieme o separatamente in costanza di matrimonio costituisce automaticamente oggetto della comunione; il bene acquistato, quindi, è comune ai due coniugi anche se destinato a bisogni estranei a quelli della famiglia ed il corrispettivo sia stato pagato con i proventi dell’attività separata di uno soltanto dei coniugi.

Se, però, il bene è stato acquistato con denaro ricavato dalla vendita di beni personali o di uso strettamente personale o che serva per l’esercizio della professione, allora tale bene rimane escluso dalla comunione. La Corte di Cassazione ha inoltre precisato che tale esclusione deve risultare dall’atto di acquisto ed il coniuge non acquirente deve rilasciare una dichiarazione in tal senso. [6]

Per quanto riguarda i beni immobili, l’acquisto di un bene di questo tipo o di un diritto reale su di esso durante il matrimonio ricade immediatamente in comunione e, normalmente, i coniugi devono stipulare congiuntamente l’atto di acquisto.

Con riferimento agli immobili, la giurisprudenza ha affrontato l’ipotesi particolare, alla costruzione della casa avvenuta in costanza di matrimonio da entrambi i coniugi ma sul suolo personale ed esclusivo di uno di essi, essa appartiene esclusivamente al proprietario del suolo e non entra a far parte, quindi, della comunione legale. [7] L’altro coniuge ha però diritto di ottenere la restituzione di quanto eventualmente speso per la costruzione, a condizione che possa darne prova. [8]. Rimane altresì escluso dalla comunione il bene acquisito tramite donazione indiretta. [9]

I crediti dei coniugi

Un argomento molto discusso tra dottrina e giurisprudenza, è se i crediti di ciascun coniuge ricadano – così come i beni – nella comunione legale oppure ne siano esclusi.

Cerchiamo di chiarire meglio i termini della questione.

La Suprema Corte di Cassazione ha stabilito, con un primo orientamento, che non solo gli acquisti di diritti reali di cui si è trattato sopra, ma anche quelli che hanno ad oggetto crediti possono entrare in comunione legale [10].

A distanza di un anno, con un secondo orientamento, la Cassazione è tornata sui suoi passi, sostenendo che dagli acquisti vadano esclusi i crediti [11].

Più recentemente la Corte di Cassazione ha riaffrontato la questione, operando una differenziazione in base al tipo di credito. Specificatamente, la Suprema Corte ha affermato che ciò che bisogna tenere in considerazione al fine di includere o escludere i crediti nella comunione, è la componente patrimoniale del credito stesso. Per componente patrimoniale si fa riferimento alla capacità del credito di poter costituire valore di scambio: se quindi il credito è dotato di tale requisito, esso viene incluso nella comunione, altrimenti rimane escluso [12].

Il problema si è posto con specifico riferimento al diritto di credito derivante da contratto preliminare.

Poniamo il caso che durante il matrimonio un coniuge abbia stipulato un contratto preliminare d’acquisto: l’altro coniuge, nel corso di un giudizio di separazione e successiva divisione dei beni, si potrebbe chiedere se ha diritto ad ottenere la metà del valore dell’immobile oggetto del preliminare.

La giurisprudenza ha osservato come in questo caso manchi la componente patrimoniale e, pertanto, tale diritto di credito non può essere incluso nella comunione legale. Se, quindi, i coniugi si separano prima che venga stipulato il contratto definitivo, il coniuge che non ha sottoscritto il preliminare d’acquisto non ha diritto ad ottenere la metà del valore del bene immobile.

Questo orientamento è stato confermato anche da recenti pronunce della Corte di Cassazione, con le quali è stato chiarito che rientrano nella comunione tra moglie e marito tutti gli atti che comportano un trasferimento del diritto di proprietà sul bene acquistato; non vi rientrano i diritti di credito vantati da uno dei due coniugi, anche se il relativo contratto o l’obbligazione siano sorti durante il matrimonio [13].

Altra questione spinosa in tema di crediti e comunione legale è quella che riguarda le partecipazioni sociali. Bisogna premettere che al riguardo non esistono norme di riferimento e che proprio per tale motivo si sono formati negli anni diversi orientamenti giurisprudenziali.

Secondo un primo orientamento, le partecipazioni sociali non formano oggetto di comunione legale, poiché hanno natura di diritto di credito e, in base a quanto detto sopra, non possono rientrare nella nozione di acquisti che costituiscono oggetto della comunione [14].

Una seconda tesi sostiene, invece, che le quote sociali acquistate dal coniuge in regime di comunione cadono nella comunione legale immediata, in quanto costituiscono incrementi patrimoniali che rientrano nella nozione di acquisti.

Secondo un terzo orientamento, invece, rientrano nella comunione legale le partecipazioni sociali acquistate a scopo di investimento patrimoniale, mentre ne sarebbero escluse quelle il cui acquisto sia strumentale allo svolgimento dell’attività imprenditoriale del coniuge [15].

Una quarta tesi – da considerarsi prevalente rispetto alle altre illustrate sopra – sostiene siano escluse dalla comunione legale dei beni le partecipazioni in società di persone e in società di capitali cui consegua la responsabilità illimitata dei singoli soci [16].

Rientrano poi nella comunione legale dei coniugi i prodotti finanziari che rappresentano una vera e propria forma di investimento [17] come ad esempio buoni postali, azioni, BOT.

L’azienda

Prima di capire se l’azienda rientri o meno in comunione legale, è bene fare delle precisazioni.

Innanzitutto: cosa si intende per azienda?

Il termine “azienda” identifica il complesso di beni e di diritti che rendono possibile il funzionamento dell’impresa. Un’altra nozione rilevante e che occorre chiarire è quella di “incremento d’azienda”, termine con il quale si intendono gli aumenti di valore dei beni o dell’azienda intensa in senso complessivo, come l’avviamento, il miglioramento degli impianti o gli investimenti.

Occorre fare un’ulteriore precisazione: i beni facenti parte dell’azienda non devono essere confusi con quelli personali, in quanto ciò che li distingue è la loro natura imprenditoriale. I beni dell’azienda sono infatti caratterizzati dalla loro oggettiva destinazione all’attività imprenditoriale del coniuge.

Per capire se l’azienda rientri o meno nella comunione, occorre verificare se essa sia stata fondata prima o durante il matrimonio e aver riguardo alla gestione; bisogna cioè distinguere a seconda che venga gestita da un solo coniuge o da entrambi.

Supponiamo quindi che uno dei coniugi abbia fondato o acquistato l’azienda prima di contrarre matrimonio e che nel corso dello stesso abbia provveduto alla sua gestione senza coinvolgere il coniuge in tale attività: in un’ipotesi di questo tipo, fino allo scioglimento del matrimonio, l’azienda è di proprietà esclusiva del singolo coniuge  mentre dopo lo scioglimento l’altro coniuge ha diritto alla metà dei guadagni dell’azienda.

Se, invece, l’azienda è stata gestita da entrambi i coniugi, essa rimane sempre di proprietà del singolo coniuge che l’ha fondata o acquistata, mentre entrano a far parte della comunione immediata tutti i guadagni. Ciò significa che entrambi i coniugi possono dunque utilizzare liberamente sin da subito tutti i guadagni dell’azienda.

Nel caso in cui l’azienda è stata fondata o acquistata dopo il matrimonio ed è stata gestita da uno solo dei coniugi, l’intera azienda – comprensiva dei beni che ne fanno parte e dei guadagni – entra a far parte della comunione residuale: di conseguenza durante il matrimonio il singolo coniuge sarà l’esclusivo proprietario, mentre allo scioglimento della comunione i beni e i guadagni dell’azienda non consumati dovranno essere divisi tra i coniugi in parti uguali.

La giurisprudenza ha chiarito che nell’ipotesi di azienda costituita dopo il matrimonio e gestita da un solo coniuge, gli immobili acquistati dal coniuge titolare dell’impresa e destinati a tale attività, entrano anch’essi a far parte della comunione residuale [18].

Se l’azienda fondata dopo il matrimonio è stata gestita da entrambi i coniugi, l’intera azienda – comprensiva dei beni che ne fanno parte e dei guadagni –  entra a far parte della comunione immediata; in questo caso entrambi i coniugi dunque hanno diritto di prendere decisioni in merito ai beni o di spenderne i guadagni in uguale misura.

A questo punto potreste chiedervi: cosa succede se l’azienda viene ceduta?

Se l’azienda è stata fondata o costituita durante il matrimonio, il prezzo ricavato dalla cessione rientra nel patrimonio personale del coniuge o nella comunione a seconda dei casi sopra illustrati.

Se, al contrario, l’azienda è stata fondata o costituita prima del matrimonio, la parte relativa ai beni spetta al singolo coniuge; la parte che riguarda, invece, gli incrementi d’azienda e gli utili ricadono nella comunione se la gestione era affidata ad entrambi i coniugi, mentre ricade della comunione residuale se l’azienda era gestita solo da uno di essi.

I frutti ed i proventi

Come illustrato nei paragrafi precedenti, i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, entrano a far parte della comunione se percepiti e non consumati allo scioglimento della stessa. Lo stesso principio vale per i proventi dell’attività del coniuge che entrano anch’essi a far parte della comunione residuale.

Ma cosa si intende per frutti civili?

Solitamente per frutti si intendono le somme di denaro spettanti ad un soggetto quale corrispettivo del godimento di un bene concesso ad altri: ne fanno parte, ad esempio, i canoni di locazione di immobili o beni personali, i frutti derivanti dall’utilizzazione di un diritto d’autore o da un’opera dell’ingegno, i dividendi delle azioni personali di un coniuge.

I proventi, invece, sono i ricavi derivanti da un’attività: in tale categoria vanno compresi i redditi da attività lavorativa, le parcelle professionali, il trattamento di fine rapporto (TFR), gli utili derivanti dall’esercizio di un’impresa. Si tratta, solitamente, di denaro o diritti di credito che rientrano nella comunione residuale in quanto sono redditi rimasti liquidi.

Ma cosa si intende per beni percepiti ma non ancora consumati?

Con tale espressione il legislatore ha inteso far riferimento all’incremento patrimoniale di ciascun coniuge derivante dalla percezione di un reddito (proveniente da attività lavorativo o frutti civili) che può essere liberamente utilizzato da ciascun coniuge sino al momento dello scioglimento della comunione [19]. L’utilizzo di tali incrementi da parte di ciascun coniuge deve comunque essere fatto secondo buona fede: il coniuge, cioè, non può utilizzare i redditi provenienti dalla propria attività o derivanti da frutti civili con l’intento di evitare che cadano in comunione.

Se, quindi, tuo marito o tua moglie ha fatto uso fraudolento di frutti civili o proventi di attività lavorativa con il fine fraudolento di sottrarli alla comunione residuale, puoi agire in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni.

L’amministrazione dei beni in comunione

Avete quindi scelto il regime della comunione legale: come devono essere amministrati i beni che ne fanno parte? Le modalità di amministrazione sono diverse a seconda del tipo di atto da compiere. Bisogna quindi distinguere tra atti di ordinaria amministrazione ed atti di straordinaria amministrazione.

Atti di ordinaria amministrazione

Per atti di ordinaria amministrazione si intendono gli atti di normale gestione, che hanno come fine la conservazione, la manutenzione o il recupero del patrimonio.

Vanno considerati atti di ordinaria amministrazione gli atti che sono oggettivamente utili alla conservazione del valore e dei caratteri essenziali del patrimonio, che hanno un valore economico non particolarmente elevato e che, se compiuti, comportano un margine di rischio non elevato. Se un atto non presenta tutte e tre queste caratteristiche, allora è un atto di straordinaria amministrazione.

Ciascun coniuge può esercitare, singolarmente, tutti gli atti di ordinaria amministrazione dei beni della comunione [20].

Di conseguenza, ciascun coniuge può anche intraprendere singolarmente o essere convenuto in giudizio in relazione agli atti di ordinaria amministrazione della comunione. Gli atti di ordinaria amministrazione e la relativa rappresentanza processuale possono, quindi, essere compiuti senza che sia necessario acquisire il consenso dell’altro coniuge.

Straordinaria amministrazione

Atti compiuti da un coniuge senza il consenso dell’altro

Per atti di straordinaria amministrazione si intendono, invece, quegli atti che possono comportare una diminuzione della consistenza del patrimonio o che possono diminuirne il valore complessivo.

Il legislatore ha quindi previsto che i coniugi stipulino congiuntamente tali atti: nello specifico, i coniugi devono sempre stipulare in modo congiunto gli atti relativi a beni anche formalmente intestati ad entrambi (ad esempio la casa acquistata congiuntamente) o quelli che richiedono la forma solenne (ad esempio una donazione), mentre è possibile stipulare singolarmente altri atti a condizione di avere il consenso dell’altro coniuge.

Qualora decidiate di stipulare, ad esempio, un contratto di locazione, tale atto dovrà essere compiuto con il consenso di entrambi.

La giurisprudenza, al riguardo, ha chiarito che, ad esempio, la realizzazione da parte di uno dei coniugi senza il consenso dell’altro su un fondo in comunione legale di uno o più edifici costituisce atto eccedente l’ordinaria amministrazione di cui è possibile chiedere l’annullabilità in giudizio [21].

Se manca il consenso non significa che l’atto sia necessariamente invalido. Infatti, si possono determinare conseguenze di diversa natura a seconda che l’atto abbia ad oggetto un immobile o beni mobili non registrati.

Poniamo il caso che tuo marito o tua moglie abbia venduto un immobile senza il tuo consenso: la vendita del bene è efficace, ma tu puoi alternativamente:

  • chiedere la convalida dell’atto (qualora lo ritenessi vantaggioso o comunque opportuno): la convalida deve essere fatta espressamente richiamando il contratto invalidato (nel caso in esempio, il contratto di compravendita dell’immobile) [22];
  • chiedere l’annullamento: in questo caso, l’acquirente dell’immobile non può, a sua volta, chiedere l’annullamento, perché tale diritto spetta solo al coniuge, ma può comunque chiedere il risarcimento del danno. L’annullamento deve essere chiesto al giudice competente nel termine massimo di un anno dal momento in cui il coniuge che non ha prestato il consenso ne ha avuto conoscenza o dalla trascrizione del bene o dallo scioglimento della comunione [23].

La giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione ha affermato altresì che in caso di contratto preliminare di vendita di un bene ricadente nella comunione legale tra coniugi, la possibilità di poter ricorrere all’annullamento dell’atto presuppone che effettivamente uno dei coniugi abbia posto in essere disposizioni sul bene comune. La disciplina dell’annullamento non trova applicazione, tuttavia, se tutti i contraenti sono a conoscenza della comunione dei beni e questi ultimi figurino nel contratto come venditori; in tal caso la mancata sottoscrizione del contratto da parte del coniuge pretermesso impedisce il corretto formarsi della volontà contrattuale, non trovando applicazione i rimedi sopra rappresentati [24].

Nel caso in cui invece tuo marito o tua moglie abbia stipulato un atto avente ad oggetto un bene mobile non registrato senza il tuo consenso, l’atto è efficace ma il coniuge che ha partecipato all’atto ha l’obbligo di ricostituire la comunione nello stato in cui si trovava prima del compimento dell’atto; se ciò non è più possibile, è tenuto al pagamento per equivalente, cioè al pagamento di una somma di denaro pari al valore del bene

Atti per i quali il coniuge rifiuta il consenso

Cosa accade nel caso in cui uno dei coniugi rifiuti espressamente di prestare il proprio consenso al compimento di un atto?

In tal caso quell’atto non potrà essere legittimamente compiuto, a meno che esso non sia necessario nell’interesse della famiglia o dell’azienda eventualmente gestita da entrambi i coniugi e costituita dopo il matrimonio.

Se ritieni di dover compiere un atto ma non hai il consenso di tuo marito o di tua moglie, puoi quindi proporre ricorso al tribunale del luogo in cui avete la residenza al fine di ottenere l’autorizzazione.

Con il ricorso bisogna rappresentare al giudice adito le ragioni che giustificano la richiesta, specificando i motivi per cui l’atto che si chiede venga autorizzato sia necessario all’interesse della famiglia.

Il giudice, a seguito di udienza che si tiene in camera di consiglio, emette il decreto con il quale può accogliere il ricorso – autorizzando il coniuge al compimento dell’atto – o rigettarlo. In ogni caso non può emettere un provvedimento con il quale individua soluzioni alternative.

Atti per i quali un coniuge è impedito

Esistono infine ipotesi in cui è possibile affidare l’amministrazione dei beni in comunione in via esclusiva ad un solo coniuge.

Tali situazioni consistono, nello specifico, nella lontananza e nell’impedimento di uno dei coniugi; in tali ipotesi il legislatore ha previsto l’affidamento esclusivo ad uno solo dei coniugi in quanto subordinare il compimento di atti necessari per l’amministrazione dei beni in comunione alla prestazione del coniuge lontano o impedito per altra ragione potrebbe determinare un pregiudizio all’amministrazione stessa.

Chiariamo pertanto cosa per lontananza e quando uno dei coniugi può dirsi impedito.

Per lontananza si intende un allontanamento che, anche se temporaneo, abbia una certa consistenza, si prolunghi tanto da impedire l’amministrazione dei beni.

Per impedimento, invece, si intende la condizioni fisica o psichica o l’incapacità di intendere e volere che impedisca al coniuge il compimento degli atti necessari all’amministrazione delle comunione.

In tal caso il coniuge può dare procura speciale all’altro affinché, nei casi di gestione comune dell’azienda, compia gli atti necessari all’attività; la procura dovrà essere rilasciata con la forma dell’atto notarile o di scrittura privata autenticata [25] e dovrà individuare gli atti da compiere per la gestione della comunione.

Se tuo marito o tua moglie è lontano o impedito e non ha provveduto a rilasciarti procura, puoi comunque chiedere l’autorizzazione al tribunale per compiere un atto di straordinaria amministrazione; il tribunale, valutata la temporaneità dell’impedimento, autorizza l’atto.

La legittimazione per la gestione in via esclusiva ad un solo coniuge può, inoltre, derivare da un provvedimento giudiziale di esclusione dell’altro coniuge.

Un caso emblematico in cui può pervenirsi all’esclusione dell’altro coniuge è, ad esempio, quello in cui quest’ultimo sia interdetto: in tal caso l’esclusione dall’amministrazione dei beni in comunione sarà automatica. Se, invece, l’interessato è un soggetto minore o impeditoin modo permanente[27] l’esclusione non interverrà automaticamente, ma sarà necessaria apposita istanza dell’altro coniuge.

Se, quindi, esiste una causa per cui puoi chiedere l’esclusione dall’amministrazione di tuo marito o tua moglie, puoi chiedere l’esclusione con ricorso: con tale atto potrai indicare dettagliatamente le ragioni alla base della domanda di esclusione.

Se il ricorso viene accolto, puoi effettuare singolarmente tutti gli atti occorrenti per la gestione della comunione, sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione; in caso contrario potrai svolgere singolarmente gli atti di ordinaria amministrazione e chiedere l’autorizzazione al tribunale per quelli di straordinaria amministrazione.

Naturalmente, venuta meno la causa dell’esclusione (ad esempio il raggiungimento della maggiore età) il coniuge pretermesso potrà sempre chiedere di essere reintegrato nei propri diritti e doveri.

La responsabilità dei coniugi  in comunione

L’amministrazione dei beni in comunione legale comporta responsabilità per le quali i coniugi possono essere chiamati a rispondere o con i beni comuni o con quelli personali a secondo del tipo di obbligazione.

Il legislatore ha previsto che dei debiti comuni, risponde il patrimonio in comunione e, qualora questo non fosse sufficiente a soddisfare i creditori, i beni personali di ciascun coniuge nella misura della metà del credito.

Se, invece, si tratta di debiti personali – vale a dire contratti da un solo coniuge e non nell’interesse della famiglia – allora risponde il coniuge stesso con i propri beni personali e, qualora questi non fossero sufficienti, con i beni della comunione nella misura della metà del credito.

Quali debiti sono personali e quali comuni?

Bisogna quindi innanzitutto individuare quali sono i debiti personali e quali quelli comuni; anche tale distinzione viene fatta in base al momento in cui il debito è stato contratto.

I debiti che un coniuge ha contratto prima del matrimonio sono debiti personali del singolo coniuge; anche se contratti congiuntamente, ma prima del matrimonio, sono debiti personali pro quota di ciascuno. Da tale impostazione si è discostata solo una parte minoritaria della dottrina, la quale sostiene che, benché prima del matrimonio, i debiti contratti congiuntamente dai coniugi siano da ritenersi comuni.

Sono debiti comuni quelli che, invece, sono stati contratti durante il matrimoniocongiuntamente dai coniugi o singolarmente nell’interesse della famiglia.

La responsabilità per debiti personali

I debiti personali sono quelli contratti singolarmente da un coniuge per gli atti di straordinaria amministrazione, senza il necessario consenso dell’altro e non per l’interesse della famiglia [27].

Pertanto, per i debiti contratti da un solo coniuge, senza l’altrui consenso, sarà tenuto a rispondere quest’ultimo con i propri beni e, solo nel caso in cui gli stessi risultino insufficienti, i creditori potranno agire su quelli appartenenti alla comunione [28].

Nel caso in cui il debito sia personale, quindi, i creditori possono aggredire prima il patrimonio personale del coniuge che lo ha contratto e, qualora questo sia insufficiente al soddisfacimento del credito, posso aggredire i beni della comunione.

Al riguardo, la Corte di Cassazione ha chiarito che, essendo la comunione legale una comunione senza quote, il creditore è tenuto a pignorare il bene per intero e non solo per la metà, facendi trascrivere il pignoramento contro entrambi i coniugi. In fase di esecuzione (quindi all’atto della vendita o dell’assegnazione) si ha lo sciogliemnto della comunione limitatamente al bene oggetto di pignoramento e il coniuge che non ha contratto il debito avrà diritto alla metà della somma ricavata dalla vendita del bene o, in caso di assegnazione del valore [29].

La responsabilità per i debiti comuni

Come accennato sopra, sono comuni i debiti contratti congiuntamente dai coniugi dopo il matrimonio o anche singolarmente nell’interesse della famiglia.

Il legislatore ha stabilito che sono comuni i pesi e gli oneri gravanti sui beni comuni al momento dell’acquisto, i costi per l’ordinaria amministrazione, le spese per mantenere la famiglia, per l’istruzione e per l’educazione dei figli, nonché ogni obbligazione contratta – anche separatamente – nell’interesse della famiglia. [30].

Poniamo il caso che tu abbia contratto un debito per un acquisto fatto nell’interesse della famiglia (ad esempio un finanziamento per l’acquisto di un’auto che serve a soddisfare le esigenze familiari. Cosa accade in tal caso?

I creditori potranno, in primo luogo, agire sui beni facenti parte della comunione; se questi non risultano sufficienti a saldare il debito, allora risponderai personalmente con i tuoi beni; infine, se nemmeno la seconda ipotesi consente di soddisfare i creditori, questi ultimi potranno rivalersi sul patrimonio personale del tuo partner, anche se estraneo al contratto, ma comunque solo nella misura massima della metà dell’obbligazione assunta [31].

Al riguardo, la giurisprudenza ha chiarito che, nel regime di comunione dei beni, il creditore che voglia agire anche nei confronti del coniuge che non ha contratto il debito deve dimostrare non solo che il convenuto è coniuge dello stipulante e che l’obbligazione era nell’interesse della famiglia, ma anche che i beni della comunione non sono sufficienti e che l’unico debitore principale, il coniuge stipulante, non ha lui adempiuto l’obbligazione, assunta contrattualmente a sua, ed esclusivamente suo, carico [32].

Lo scioglimento della comunione

Un ultimo argomento che resta da affrontare per avere una visione completa delle questioni principali riguardanti la comunione legale è quello del suo scioglimento. [33]

Il legislatore ha individuato una serie di cause che possono determinare lo scioglimento: si tratta di un elenco tassativo anche se parte della dottrina ammette si possa procedere allo scioglimento tramite apposita convenzione matrimoniale.

Le cause di scioglimento della comunione possono essere costituite da un evento che colpisce il rapporto matrimoniale, quale la separazione, il divorzio o l’annullamento o da un evento che colpisce uno dei coniugi, come la morte, il fallimento, la dichiarazione di assenza o morte presunte.

Lo scioglimento della comunione per separazione dei coniugi avviene in modo diverso a seconda che la separazione sia consensuale o giudiziale. Nel primo caso, infatti, lo scioglimento si avrà nel momento in cui interviene il decreto di omologa, nel secondo coincide con  l’ordinanza emessa dal presidente del tribunale con la quale questi autorizza i coniugi a vivere separati, tale provvedimento viene dunque comunicato all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione.

Lo sciogliemnto della comunione si verifica anche nei casi in cui i coniugi ricorrano alla negoziazione assistita dagli avvocati o all’accordo innanzi al sindaco [34].

In caso di divorzio, lo scioglimento della comunione legale si determina nel momento in cui l’ufficiale dello stato civile provvede all’annotazione della sentenza passata in giudicato.

Come già accennato, la comunione può essere sciolta dai coniugi anche convenzionalmente dai coniugi in corso di matrimonio ad esempio per dare una diversa regolamentazione ai loro rapporti patrimoniali.

Un’altra ipotesi in cui si ha scioglimento della comunione legale e quello della separazione giudiziale dei beni, che può essere chiesta se rispetto ad un coniuge interviene sentenza d’interdizione o inabilitazione; un coniuge è, poi, legittimato a domandare la separazione giudiziale dei beni se l’altro mostra di tenere una cattiva amministrazione dei beni comuni o di aver tenuto in disordine i propri affari o la gestione dei beni personali, oppure se non ha contribuito ai bisogni della famiglia [35].

La domanda, ricorrendo una delle ipotesi ora elencata, si propone la Tribunale del luogo in cui la famiglia ha la residenza. All’esito del giudizio, il Giudice adito pronuncia sentenza con cui dispone la separazione dei beni che ha effetto retroattivo sino al momento in cui è stato notificato all’altra parte l’atto con cui è stato introdotto il giudizio. Per produrre i suoi effetti, la sentenza deve essere annotata a margine dell’atto di matrimonio e sull’originale della convenzioni matrimoniali.

Altra ipotesi di scioglimento è il fallimento del coniuge: la sentenza che dichiara il fallimento di uno dei coniugi determina lo scioglimento della comunione dal momento in cui viene depositata.

Se siete in regime di comunione dei beni e tuo marito o tua moglie viene dichiarato “fallito” dal Tribunale, lo scioglimento della comunione sarà automatico nel momento stesso del deposito della sentenza di fallimento.

Uno dei principali effetti del fallimento del marito o della moglie si determina sulla casa coniugale che prima rientrava nella comunione. Infatti, se durante la comunione legale dei beni un coniuge non può vendere la propria metà, lo può fare quando invece cessa la comunione; in tale ipotesi, il coniuge non fallito può vendere la sua quota di proprietà dell’immobile. L’atto di vendita di metà della casa, dunque, in tal caso è valido e produce effetti anche nei confronti dell’altro coniuge, seppur quest’ultimo disapprova la vendita [36].

Sebbene al riguardo il legislatore non abbia individuato alcuna forma di pubblicità, parte della giurisprudenza ha chiarito che deve trovare accoglimento l’istanza del coniuge del fallito volta ad ottenere un provvedimento costituente titolo idoneo a far annotare in margine all’atto di matrimonio lo scioglimento della comunione legale, avvenuto in forza della pronuncia di fallimento, applicando analogicamente quanto previsto per gli altri casi di scioglimento del regime di comunione legale, che sono corredati da apposito sistema di pubblicità per i terzi [37].

Per quanto attiene, infine alle ipotesi di assenza o morte presunta, lo scioglimento si verifica nel momento in cui la sentenza dichiarativa di assenza o morte presunta passa in giudicato e viene annotata a margine dell’atto di matrimonio.

Nelle ipotesi passate in rassegna lo stato di comunione legale cessa, quindi, con decorrenza differente a seconda della causa che ha determinato la cessazione stessa: nel caso in cui a cessare sia solo il rapporto patrimoniale e non quello matrimoniale, dunque, si instaura tra i coniuge il regime della separazione dei beni; qualora, invece, venga meno il rapporto matrimoniale i beni facenti inizialmente parte della comunione entrano a far parte della cosiddetta comunione ordinaria sino al momento della divisione.

note

[1] Art. 159 cod. civ.

[2] Art. 162 co.2 cod. civ.

[3] Corte Cost. sent. n. 311/1988.

[4] Art. 179 cod. civ.

[5] Cass. civ. ordinanza n. 26981/18.

[6] Cass. civ. sez. II sent. n.26981.

[7] Trib. Latina sez. I sent. n.2336/2018.

[8] Cass. civ. sent. n. 20508/2010.

[9] Cass. civ. sez. I sent. n.1630/2015.

[10] Cass. civ., sent. n. 21098/2007.

[11] Cass. civ., sent. n. 1548/2008.

[12] Cass. civ. sent. n. 9845/2012.

[13] Cass. civ..sez. II sent. n. 11504/2016.

[14] Trib. Roma sent. del 18.02.1994.

[15] Cass. civ. sent. n. 4273/1996.

[16] Cass. civ. sent. n. 5172/1999.

[17] Cass. civ. sent. n. 9845/2012.

[18] Cass. civ. sent. n. 18456/2005.

[19] Cass. civ. sent. n. 12648/2010.

[20] Art. 180 co. 1 cod. civ.

[21] Cass. civ. sez. II sent. n.4676/2018.

[22] Art. 184 cod. civ.

[23] Cass. civ, sent. n. 10653/2015.

[24] Cass. civ. sez. II sent. n.8525/2018.

[25] Art. 182 co. 1 cod. civ.

[26] Art. 183 co. 1 cod.civ.

[27] Art. 189 cod. civ.

[28] Art. 189 co. 2 cod. civ.

[29] Cass. civ. sent. n. 6575/2013.

[30] Art 186 lett. a) b) e c) cod. civ.

[31] Art 189 cod. civ.

[32] Cass. civ. sez. III sent. n.3471/2007.

[33] Art. 191 cod. civ.

[34] L. n.55 del 2015.

[35] Art. 193 cod. civ.

[36] Cass. civ. sent. n. 8803/2017.

[37] Trib. Marsala, 05.10.1995.


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