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Spam e risarcimento del danno

3 ottobre 2017 | Autore:


> Business Pubblicato il 3 ottobre 2017



L’invio massiccio e invasivo di messaggi di natura pubblicitaria può provocare fastidio e irritazione, tuttavia non è previsto alcun risarcimento

Più o meno consapevolmente tutti noi – privati e imprese – siamo esposti al pericolo di spam e di intrusione nella nostra vita privata. L’espressione spam o spamming è usata per indicare un fenomeno oramai molto diffuso: si tratta dell’invio, tramite posta elettronica, messaggi, telefax, chatlines e newsgroup, di grandi quantità di messaggi indesiderati. La maggior parte di tali messaggi ha natura pubblicitaria e proviene da mittenti sconosciuti o con i quali non si ha un abituale rapporto di corrispondenza. Tutto ciò diventa, spesso, fonte di fastidio ed irritazione. Cerchiamo, dunque, di comprendere meglio in cosa consiste lo spamming, le vie di tutela e se ci sono possibilità di risarcimento del danno.

Spam: origine del termine

L’origine dell’espressione spam è curiosa. Il termine spam infatti era il nome di un noto prodotto alimentare di un’azienda statunitense specializzata in carne in scatola, carne di maiale e prosciutto sostanzialmente, detta “spiced ham”. Il collegamento fra la posta indesiderata e la carne in scatola, però, nasce negli anni settanta da un famosissimo sketch comico in cui la carne Spam è diventata sinonimo di prodotto riproposto in maniera così insistente da diventare fonte di fastidio ed irritazione.

La disciplina in tema di spam

Il progresso tecnologico ha condotto a forme sempre più subdole di aggressione alla riservatezza delle persone, esponendo la loro vita privata a rischi sempre maggiori. Pertanto, alla tutela della vita privata da forme di aggressione ed intrusione telematiche il legislatore europeo ha dato molta importanza emanando diverse direttive fino a quella più nota del 2002 [1] che in Italia ha determinato l’adozione del Codice della privacy [2]. Quest’ultimo, in tema di comunicazioni commerciali indesiderate, espressamente prevede la necessità del preventivo consenso del destinatario. Vale a dire che l’invio della cosiddetta posta indesiderata è consentito nella misura in cui il destinatario abbia manifestato il proprio consenso a riceverla. Il concetto di manifestazione del consenso di cui al Codice della privacy è una versione soft che può essere integrata e desunta da alcuni atteggiamenti dell’utente. In concreto dunque, quali condotte integrano una manifestazione del consenso? Per fornire un esempio basti pensare alle seguenti ipotesi:

  • la mancata iscrizione nel registro pubblico delle opposizioni per respingere telefonate e contatti con finalità di marketing [3];
  • il rilascio del proprio indirizzo email in sede di vendita di un prodotto o servizio.

La tutela dallo spamming

La tutela degli utenti dallo spamming è in primo luogo garantita dal Garante della privacy al quale è possibile rivolgersi inviando una segnalazione o un reclamo. Ovviamente rimane sempre la possibilità di rivolgersi all’autorità giudiziaria, l’unica peraltro competente a decidere in relazione al risarcimento del danno. Questa strada, però, deve ritenersi sconsigliabile. Ciò in quanto, la Cassazione [4]  ha di recente ribadito che per il danno da spam non c’è alcun risarcimento.  Chiariamoci: la Suprema Corte non nega il fatto che lo spam leda in modo inequivocabile il diritto alla protezione dei dati personali previsto e tutelato dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e dal Codice della privacy. Tuttavia,  affinché un danno possa essere risarcibile, occorre verificare la gravità e la serietà del danno stesso. L’interessato, cioè la vittima dello spamming, deve aver subito una vera e propria “perdita”, non solo un “fastidio”.

Ciò non toglie  che ci si può sempre rivolgere al Garante della privacy, il quale – sebbene non possa disporre circa il risarcimento del danno – ha il potere di far cessare l’invio di comunicazioni da parte dei mittenti. È da dire, inoltre, che la riforma del Codice della privacy ha introdotto una presunzione di responsabilità in capo a chi è chiamato al trattamento dei dati personali. Il trattamento dei dati personali, in sostanza, è una attività per sua stessa natura pericolosa che determina in capo al responsabile del trattamento l’obbligo di dimostrare di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno [5].

 

note

[1] Direttiva 2002/58/Ce

[2] D. lgs. n. 196 del 30.06.2003.

[3] Art. 130, commi 3bis e ss. D. lgs. 196/2003.

[4] Cass., sent. n. 3311/2017,

[5] ai sensi dell’art. 2050 Cod. Civ. e dell’art. 1 Codice della privacy.

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